A cena dalle ragazze

Presentazione.
Siamo a Milano, nel quartiere di Porta Venezia, in una delle strade racchiuse fra Viale Piave e Corso Buenos Aires. C’è un palazzo di cinque piani; è una casa in stile liberty con gli scuri in legno e i balconi in pietra sorretti da piccoli putti, alcuni sorridono altri mostrano il ghigno, non si è ancora capito il perché.
È il 2018 e ci sono quattro ragazze che hanno preso una decisione importante.
Viola, Milvia, Emma e Rosa hanno superato i quarant’anni, alcune sono già oltre i cinquanta (o i sessanta?); l’età non è rilevante, coltivano un moto di cambiamento, c’è voglia di essere.
Hanno delle cose in comune: preferiscono le bollicine al vino fermo; non risparmiano sulle risate, a volte rumorose; indossano abiti colorati; scelgono.
Agiscono nel presente, amano condividere, anche i dettagli, ma trovano il giusto equilibrio per ascoltare sé stesse e gli altri. Stanno al volante della propria vettura, partono ingranando la prima, percorrono la strada con velocità ma sanno fermarsi e fare retromarcia se lo ritengono necessario. Vivono con entusiasmo e, forti della loro consapevolezza, hanno coraggio.

Questa storia è dedicata a tutte le ragazze, indipendentemente dalla loro età.

Le protagoniste (in ordine di apparizione): Viola G. Milvia B. Emma L. Rosa C.
Viola G.Milvia B.Emma L.Rosa C.

 

 

 

 

Capitolo I

“La signora Isoardi si è spenta questa mattina.” Milvia lo diceva parlando al telefono con Rosa.
“Come stai?” Le aveva chiesto Rosa.
“È strano. Mi ero abituata a farle compagnia.” Rispose Milvia.
“Quanti anni aveva?”
“Novantotto, compiuti tre mesi fa. Le avevo preparato la torta.”
“Ti accompagno al funerale.” Aveva detto Rosa.
“Faremo una cosa semplice.” Aveva precisato Milvia dicendo che ne aveva parlato con la badante.

La signora Isoardi non aveva parenti; era rimasta vedova vent’anni prima. Milvia aveva sentito un trambusto al piano superiore, un tonfo e poi le urla. Era salita e aveva trovato la porta aperta. La signora Isoardi stava accovacciata sul corpo del marito, lo accarezzava e gli ripeteva di svegliarsi. Un attacco cardiaco, così avevano detto i soccorritori. Un fulmine, non si poteva fare niente.
“Meno male che non se n’è accorto.” Le aveva detto il giorno del funerale.
I figli non erano arrivati e la signora Isoardi rimase sola in quella enorme casa che il marito aveva ereditato dai suoi genitori. Era figlio unico, strano per l’epoca, diceva che era stato il primo e anche l’ultimo. Da quel momento Milvia cominciò a salire per chiedere se la signora aveva bisogno di qualcosa. In genere passava al mattino, prima di andare a scuola, e a volte tornava nel pomeriggio.
“Le ho portato delle pesche.” Diceva Milvia quando la signora chiedeva chi fosse dietro alla porta. La faceva entrare, la invitava ad accomodarsi in cucina e preparava il caffè.
Milvia era salita anche la sera in cui suo marito se n’era andato. Era dopo cena, mentre lei metteva in ordine.
“Non siamo più felici.” Aveva detto.
“C’è un’altra?” Milvia lo aveva chiesto guardando in basso, mentre sciacquava i piatti.
“Mi sono innamorato.” Le aveva detto tutto, aveva parlato della ragazza bionda che aveva quindici anni in meno di lei.
Lui aveva preso le sue cose e l’aveva lasciata lì, a pulire gli armadi che erano diventati più spaziosi. Avevano un figlio, all’epoca era poco più che ventenne. Aveva vinto una borsa di studio ed era partito per New York.
“Sono Milvia.” Le aveva detto con la voce rotta. La signora Isoardi aveva aperto la porta e lei le si era buttata al collo, voleva sentire un po’ di carne calda e confondersi nella morbidezza di quel petto.
“Vieni. Racconta.” L’aveva fatta accomodare in salotto. L’aveva ascoltata e poi le aveva portato una coperta.
“Dormi qui stasera.” Le aveva detto.
Avevano cominciato a pranzare insieme. Milvia tornava da scuola alle dodici e mezza e passava dalla signora Isoardi. Al sabato e alla domenica invece era lei a cucinare, le preparava qualcosa di buono e lo portava di sopra. Alla sera si vedevano dopo cena. Milvia saliva per un saluto, a volte guardavano la televisione, ogni tanto giocavano a carte, spesso leggevano qualcosa.
“Non ci vedo più bene.” Le aveva detto la signora Isoardi.
“Vuole che legga per lei?”
Si erano accordate. Milvia passava al pomeriggio, dopo avere finito di correggere i compiti dei suoi studenti, e alla sera.
La badante era arrivata vicino ai novanta, quando la signora Isoardi cominciò ad avere problemi di deambulazione.
“Queste povere gambe.” Diceva.
Era stata una sua scelta, ne aveva parlato con Milvia. “Mi aiuti a fare la selezione?” Le aveva chiesto.
Avevano trovato una signora colombiana, si era sistemata nella stanzetta accanto a quella della signora Isoardi; l’accompagnava a fare due passi durante il giorno e la notte l’accudiva.
“Continuerai a salire per pranzo?” Le aveva chiesto la signora Isaordi.
Milvia aveva detto di sì.

“Ieri, abbiamo pranzato insieme.” Lo aveva detto a Rosa che le aveva chiesto quando l’avesse vista per l’ultima volta.
“La sera non sono salita. Viola mi aveva proposto di andare al cinema e ho accettato. C’era una retrospettiva di Bergman, ti sarebbe piaciuta.”
“Passo da te? Devo fare un paio di commissioni vicino a casa tua. Mi fermo?” Aveva chiesto Rosa.
“Che cosa devi fare?” Aveva detto Milvia.
“Ti ricordi quella signora che rammenda? È in piazzale Lavater al cinque. Le porto una camicia di seta di Chiara, si è strappata ma le piace così tanto. Proviamo.”
“Ti aspetto.”

Capitolo II

L’avvocato Eugenio Ridolfi abitava al quinto piano, nell’altra scala del palazzo. Era uno dei consiglieri e si occupava delle questioni amministrative dello stabile, in accordo con gli inquilini.
Aveva telefonato a Milvia il giorno dopo il funerale della signora Isoardi e le aveva chiesto di passare in studio.
“È successo qualcosa?” Aveva chiesto Milvia.
“Non si preoccupi, ne parliamo di persona.”

Milvia era in sala d’attesa, sedeva sul divano di pelle nera. Di fronte a lei, posate sul tavolino di vetro, c’erano delle riviste, la copertina non prometteva niente d’interessante. Guardò fuori, si vedevano gli alberi di via Morgagni e si sentivano le voci dei bambini che giocavano. La scuola era finita e il sole era molto caldo. Non aveva pensato alle vacanze, suo figlio l’aveva invitata a New York per un paio di settimane, le sarebbe piaciuto stare con lui e la piccolina ma non se la sentiva di affrontare quel viaggio da sola.
“Venite voi. Prendiamo una casetta al mare.” Aveva proposto lei.
La portinaia le aveva detto che l’avvocato affittava un bilocale a Celle Ligure.
“Se si muove per tempo, magari le fa un buon prezzo.” Aveva precisato Gianna.
“Non posso. Devo lavorare.” Aveva risposto il figlio di Milvia e lei non aveva più chiesto.
“La signora Milvia B.?” Chiese la signorina.
“Sono io.” Rispose lei.
La giovane ragazza l’accompagnò nella stanza dell’avvocato. La fece accomodare su una sedia in legno, davanti alla grande scrivania, e si sedette accanto a lei.
L’avvocato arrivò da un altro ingresso e si posizionò di fronte a Milvia. Aveva in mano delle carte, cominciò aprendo una busta.
“In data 25 giugno 2018, lunedì, alle ore 11.45 diamo lettura delle volontà della signora Isoardi Annabella nata a … e deceduta in Milano il… eccetera eccetera. Sta scrivendo signorina?”
Milvia rimase in silenzio. Osservava l’avvocato e aspettava.
“Milvia l’abbiamo convocata perché è stata nominata erede nel testamento della signora Isoardi. Lo sapeva?” Chiese l’avvocato Ridolfi.
“No.” Rispose Milvia.
“Ora le spiegheremo tutto. La signorina verbalizzerà la lettura delle volontà della signora isoardi, le chiederemo formalmente se decide di accettare, metterà qualche firma e tutto andrà a posto.” Disse l’avvocato.
Milvia ascoltò, lesse con cura i documenti e decise di firmare. Tornando a casa passò dal supermercato, era mercoledì e Rosa sarebbe andata a cena.
“Preparo un’insalata di riso, ti va?” Milvia l’aveva chiamata mentre si aggirava tra le corsie alla ricerca d’ispirazione.
“Ottima scelta.” Rispose Rosa.
“A che ora finisci?” Le aveva chiesto.
“Ho l’ultima paziente alle cinque.”
“Ti va di venire prima?” Le aveva chiesto Milvia.
“Stai bene?” Le aveva chiesto Rosa.
“Si. Pensavo che possiamo fare due chiacchiere.”
“È successo qualcosa?” Aveva insistito Rosa.
“Sono stata dall’avvocato.”
“Problemi?”
“No tutto bene. Non ne voglio parlare al telefono.”
“Va bene. Passo dopo l’ultima paziente.” Rispose Rosa.
Milvia tornò a casa, posò la spesa in cucina e salì a casa della signora Isoardi.
“Buongiorno Felicia.” Aveva detto alla badante che stava mettendo in ordine.
“Buongiorno signora.”
“Sono stata dall’avvocato Ridolfi e mi ha lasciato una busta per te.”
Felicia si sedette sulla sedia della cucina, prese gli occhiali e aprì la busta.
“Che cos’è?” Chiese Felicia.
“Un assegno circolare intestato a te.”
“Asegno?”
“La signora Isoardi ti ha lasciato un po’ di soldini.” Rispose Milvia.
Felicia si alzò, sfregò le mani sul grembiule e abbracciò forte Milvia.
“Sei contenta?” Le chiese Milvia.
“Li manderò ai figli. Grazie.”
Milvia vide una valigia all’ingresso.
“Stai partendo?” Le chiese.
“Non ho più da fare qui. Devo cercare lavoro.”
“Hai un posto dove stare? Un’amica? Un parente che ti ospiti?” Chiese Milvia.
Felicia disse che c’era un’amica della Colombia che stava in un monolocale vicino a Lorenteggio, sarebbe rimasta là per un po’.
“Puoi restare qui fino a che non trovi lavoro.” Le aveva detto Milvia.
“Davvero?” Aveva risposto Felicia.
Milvia l’aveva rassicurata e le aveva detto che avrebbe chiesto alla portinaia.
“Ci sono tante persone anziane nella zona, Gianna conosce tutti. Forse non sarà necessario spostarsi.” Aveva precisato Milvia.

Rosa arrivò poco dopo le cinque.
“Vuoi un tè freddo?” Le aveva chiesto Milvia mentre cucinava. Erano sedute in cucina e Rosa si faceva vento con un ventaglio di carta che Milvia aveva preso al ristorante cinese all’angolo.
“Dimmi dell’avvocato.” Disse Rosa.
“Ho fatto il tè freddo alla pesca, non è molto dolce.” Disse Milvia.

Capitolo III

“Sono duecentosessanta metri quadri, senza contare il terrazzo.” Lo disse Milvia mentre alzava il bicchiere per brindare.
“Complimenti.” Dissero le ragazze in coro.
“Un brindisi speciale a Milvia, te lo meriti mia cara.” Aveva detto Rosa.
“Cosa te ne farai?” Chiese Viola.
“Ci potrebbero venire fuori quattro bilocali.” Disse Emma.
“Ragazze. Per me è stato un colpo, non ci pensavo. È passata una settimana da quando sono stata dall’avvocato e ho avuto diversi pensieri.” Milvia esordì così, un’idea le era venuta e sentiva che quello era il momento per condividerla con le sue amiche.
“Vi ho invitato stasera per farvi una proposta.” Continuò Milvia bevendo un sorso di prosecco.
Si trovavano nel loro locale, erano sedute fuori, nel tavolo d’angolo che consentiva di vedere il passaggio. La via era chiusa al traffico, c’erano gli ombrelloni aperti e le piante intorno, ornate da piccole luci bianche, facevano estate.
“Andiamoci a vivere insieme.” Milvia lo disse. L’aveva pensato ogni giorno da quando aveva saputo che la signora Isoardi aveva lasciato a lei l’enorme casa. Si era immaginata le stanze, forse serviva qualche lavoro ma ognuna avrebbe avuto la propria camera; c’erano tre bagni più quello di servizio e la cucina era molto spaziosa così come la sala che poteva contenere un grande tavolo per fare sedere almeno dieci persone. Il terrazzo dava sul cortile interno, probabilmente raggiungeva i trenta metri quadri. La signora Isoardi era riuscita a farci crescere le piante di linoni, Milvia ricordava di averla aiutata più volte a coprirle in inverno. C’era il bersò in legno su cui si attorcigliava l’edera, quante volte d’estate avevano bevuto il caffè all’ombra sedute sulle sedie di ferro dipinte di bianco.
“La figlia del portinaio del civico di fronte mi ha chiesto se le affitto la terrazza per la cresima del bambino.” La signora Isoardi lo aveva detto a Milvia una volta a maggio quando i fiori erano sbocciati e dal cortile si vedevano tutte le sfumature del rosso e del viola. Niente di fatto. La signora Isoardi diceva che non le interessava, che non aveva voglia di avere gente per casa.
“Che cosa intendi?” Lo aveva detto Rosa per uscire dal silenzio che la frase di Milvia aveva creato.
“Sperimentiamo la convivenza. Viviamo sole, gli anni passano e …” Aveva detto Milvia.
“Facciamo l’ospizio per anziani? Anni azzurri, si chiamano così le strutture?” Aveva detto Viola.
“Io russo e mi sveglio almeno tre volte nella notte.” Aveva detto Emma.
“Che cosa c’entra? Non pensavo mica di dividere la stessa stanza.” Aveva detto Milvia. “E per l’ospizio c’è tempo, dobbiamo arrivare a novant’anni almeno.” Aveva continuato rivolgendosi a Viola.
Milvia aveva tirato fuori un foglio di carta con qualche appunto, lo mise sul tavolo, lo lisciò con la mano e cominciò a parlare.
“Viola, tu vivi in un monolocale, dici che ci stai bene ma sono venticinque metri, più piccolo del nostro terrazzo. Emma tu sei in affitto in una casa che giudichi scomoda ma che non cambi perché ti fanno un buon prezzo. Rosa tu hai una casa troppo grande che devi mantenere ma che sfrutti solo per il quaranta per cento. Ho fatto i conti anche per me, sono anni che pago un affitto al mio ex marito perché possiede il cinquanta per cento della casa in cui vivo, se decidessi di venderla sarebbe felice e taglierei i ponti definitivamente con lui.”
“Il nostro terrazzo?” Disse Viola.
“Sì, nostro.” Rispose Milvia.
“Che condizioni economiche immagini?” Chiese Emma.
“Dividiamo le spese.” Milvia prese il secondo foglio e mise gli occhiali.
“Circa quattromila e cinquecento euro all’anno di spese condominiali, riscaldamento compreso, che sono meno di cento euro al mese a testa. Poi abbiamo le bollette, possiamo decidere di prendere un aiuto per le pulizie, i costi per il cibo e la piccola manutenzione. Io credo che con circa trecentocinquanta euro al mese ce la caveremo, a testa intendo.”
“Io pago il doppio solo di affitto.” Disse Emma.
“Io spendo di più nel mio monolocale. Sei sicura di avere fatto i conti giusti?” Disse Viola.
Milvia le fece vedere il foglietto e Viola si mise a leggere.
“Ragazze, non dovete decidere subito, fate i vostri conti e pensateci.” Disse Milvia.
“Vi va un altro giro?” Chiese Rosa.

Capitolo IV

“Vieni a vedere la casa.” Milvia lo disse a Viola mentre le faceva la messa in piega.
“È che non vorrei sentirmi soffocare.” Rispose Viola.
“Per questo ti dico di venire. C’è molto spazio e possiamo fare qualche lavoro per migliorare la privacy di ognuna.” Rispose Milvia.
Rosa ci era già stata e aveva dato a Milvia qualche suggerimento. L’ingresso era spazioso e poteva diventare un angolo per la lettura o per la conversazione; la cucina era datata ma faceva le sue funzioni ed era molto grande, sul tavolo ci si poteva mangiare in sei. A lei piaceva l’ultima stanza in fondo, dava sul cortile interno, doveva essere lo studio del marito della signora Isoardi perché le pareti erano piene di libri e c’era un bellissimo scrittorio, quello l’avrebbe tenuto, avrebbe invece sostituito il divano con il letto, le sarebbe bastata una piazza e mezzo, come quelli alla francese. Non amava gli armadi, non le piaceva averli nella stanza, avrebbe utilizzato quello del corridoio, era spazioso a sufficienza o forse avrebbe imparato a eliminare ciò che non le serviva.
“Buongiorno signora Viola.” Aveva detto Felicia accogliendola.
Milvia era rimasta nel suo appartamento e aveva chiesto a Viola di salire per dare un’occhiata. Lei aveva cominciato a camminare per esplorare l’abitazione mentre Felicia si era ritirata in cucina. Viola percorreva il corridoio, era lungo ma sembrava spazioso, esplorò le stanze e tornò verso il soggiorno. Aprì la porta finestra e scoprì il terrazzo, fiori colorati, profumi, piante verdi. Fu lì che capì, si mise sul divano di ferro dipinto di bianco, si appoggiò sui morbidi cuscini a righe bianche e marroni e chiuse gli occhi per un po’.
“Viola.” Milvia la chiamava ma lei preferiva non interrompere i suoi pensieri.
“Sei qui.” Le disse Milvia raggiungendola sul terrazzo.
Viola aprì gli occhi, cambiò posizione e poi si alzò in piedi.
“Questo terrazzo è favoloso.” Disse Viola.
“Sapevo che ti avrebbe conquistata.” Rispose Milvia.
“E se organizzassimo delle cene?” Aveva detto Viola.
Milvia la guardò cercando di capire dove volesse arrivare.
“Va di moda. Le persone amano andare a cena in case private, un modo per conoscere gente nuova e per fare qualcosa di diverso dai soliti locali.” Precisò Viola.
“Dici che potremmo fare una cena per degli sconosciuti?” Chiese Milvia.
“Esatto.” Rispose Viola.
“E come li contattiamo?” Chiese Milvia.
“Con i social network.”
“L’ho sempre detto che sei una creativa!”
“Pensiamo a un menù, diamo una data e un titolo e lanciamo l’evento. Chi è interessato ci deve scrivere una email, accettiamo fino a dieci persone. Forse dodici? L’indirizzo verrà comunicato solo ai partecipanti il giorno prima dell’evento.”
“Credi che siano disposti a pagare?” Chiese Milvia.
“Certo. Si parte dai quaranta euro a persona, bevande escluse. È la moda del momento, tutti vogliono partecipare.”
“Quando iniziamo?” Chiese Milvia.
“Subito. Siamo a luglio, il mese migliore per le cene all’aperto.” Rispose Viola.
“Ne voglio parlare con Rosa ed Emma.” Disse Milvia.
“Aperitivo stasera. Qui in terrazzo, cosa ne dici?”

Le ragazze arrivarono dopo le sette, Felicia aveva preparato qualche tartina e Milvia aveva fatto la sua insalata di riso.
Viola aveva portato le candele, aveva trovato delle lanterne bianche in cui mettere dei lumini caldi.
“Dovremo lavorare sull’atmosfera.” Aveva detto.
“Viola ha avuto un’idea.” Milvia aveva esordito così per raccontare a Emma e Rosa il progetto.
“Sarà legale?” Aveva chiesto Rosa.
“Perché non dovrebbe?” Aveva detto Viola.
“Perché è come se facessimo un ristornate abusivo.” Aveva precisato Rosa.
“Che esagerata.” Aveva detto Emma.
“Inviteremo delle persone a cena e divideremo il costo della spesa. Non ci vedo niente di illegale.” Aveva precisato Milvia.
“Comunque meglio non parlare di costi. Si preciserà che c’è un contributo per la spesa ma lo diremo solo a chi deciderà di partecipare, niente comunicazioni scritte sui social network.” Precisò Emma.
“Quando?” Chiese Milvia.
“Diamoci una settimana per raccogliere le adesioni. Fissiamo per mercoledì prossimo.” Disse Viola.
“Lavoriamo al menù. Che cosa suggerite? Io pensavo a qualcosa di estivo, direi due portate e il dolce.” Disse Milvia.
“Prima dobbiamo scegliere il nome. Che cosa ne dite di: A Cena dalle Ragazze?” Propose Viola.