A cena dalle ragazze

Presentazione.
Siamo a Milano, nel quartiere di Porta Venezia, in una delle strade racchiuse fra Viale Piave e Corso Buenos Aires. C’è un palazzo di cinque piani; è una casa in stile liberty con gli scuri in legno e i balconi in pietra sorretti da piccoli putti, alcuni sorridono altri mostrano il ghigno, non si è ancora capito il perché.
È il 2018 e ci sono quattro ragazze che hanno preso una decisione importante.
Viola, Milvia, Emma e Rosa hanno superato i quarant’anni, alcune sono già oltre i cinquanta (o i sessanta?); l’età non è rilevante, coltivano un moto di cambiamento, c’è voglia di essere.
Hanno delle cose in comune: preferiscono le bollicine al vino fermo; non risparmiano sulle risate, a volte rumorose; indossano abiti colorati; scelgono.
Agiscono nel presente, amano condividere, anche i dettagli, ma trovano il giusto equilibrio per ascoltare sé stesse e gli altri. Stanno al volante della propria vettura, partono ingranando la prima, percorrono la strada con velocità ma sanno fermarsi e fare retromarcia se lo ritengono necessario. Vivono con entusiasmo e, forti della loro consapevolezza, hanno coraggio.

Questa storia è dedicata a tutte le ragazze, indipendentemente dalla loro età.

Le protagoniste (in ordine di apparizione): Viola G. Milvia B. Emma L. Rosa C.
Viola G.Milvia B.Emma L.Rosa C.

 

 

 

 

Capitolo I

“La signora Isoardi si è spenta questa mattina.” Milvia lo diceva parlando al telefono con Rosa.
“Come stai?” Le aveva chiesto Rosa.
“È strano. Mi ero abituata a farle compagnia.” Rispose Milvia.
“Quanti anni aveva?”
“Novantotto, compiuti tre mesi fa. Le avevo preparato la torta.”
“Ti accompagno al funerale.” Aveva detto Rosa.
“Faremo una cosa semplice.” Aveva precisato Milvia dicendo che ne aveva parlato con la badante.

La signora Isoardi non aveva parenti; era rimasta vedova vent’anni prima. Milvia aveva sentito un trambusto al piano superiore, un tonfo e poi le urla. Era salita e aveva trovato la porta aperta. La signora Isoardi stava accovacciata sul corpo del marito, lo accarezzava e gli ripeteva di svegliarsi. Un attacco cardiaco, così avevano detto i soccorritori. Un fulmine, non si poteva fare niente.
“Meno male che non se n’è accorto.” Le aveva detto il giorno del funerale.
I figli non erano arrivati e la signora Isoardi rimase sola in quella enorme casa che il marito aveva ereditato dai suoi genitori. Era figlio unico, strano per l’epoca, diceva che era stato il primo e anche l’ultimo. Da quel momento Milvia cominciò a salire per chiedere se la signora aveva bisogno di qualcosa. In genere passava al mattino, prima di andare a scuola, e a volte tornava nel pomeriggio.
“Le ho portato delle pesche.” Diceva Milvia quando la signora chiedeva chi fosse dietro alla porta. La faceva entrare, la invitava ad accomodarsi in cucina e preparava il caffè.
Milvia era salita anche la sera in cui suo marito se n’era andato. Era dopo cena, mentre lei metteva in ordine.
“Non siamo più felici.” Aveva detto.
“C’è un’altra?” Milvia lo aveva chiesto guardando in basso, mentre sciacquava i piatti.
“Mi sono innamorato.” Le aveva detto tutto, aveva parlato della ragazza bionda che aveva quindici anni in meno di lei.
Lui aveva preso le sue cose e l’aveva lasciata lì, a pulire gli armadi che erano diventati più spaziosi. Avevano un figlio, all’epoca era poco più che ventenne. Aveva vinto una borsa di studio ed era partito per New York.
“Sono Milvia.” Le aveva detto con la voce rotta. La signora Isoardi aveva aperto la porta e lei le si era buttata al collo, voleva sentire un po’ di carne calda e confondersi nella morbidezza di quel petto.
“Vieni. Racconta.” L’aveva fatta accomodare in salotto. L’aveva ascoltata e poi le aveva portato una coperta.
“Dormi qui stasera.” Le aveva detto.
Avevano cominciato a pranzare insieme. Milvia tornava da scuola alle dodici e mezza e passava dalla signora Isoardi. Al sabato e alla domenica invece era lei a cucinare, le preparava qualcosa di buono e lo portava di sopra. Alla sera si vedevano dopo cena. Milvia saliva per un saluto, a volte guardavano la televisione, ogni tanto giocavano a carte, spesso leggevano qualcosa.
“Non ci vedo più bene.” Le aveva detto la signora Isoardi.
“Vuole che legga per lei?”
Si erano accordate. Milvia passava al pomeriggio, dopo avere finito di correggere i compiti dei suoi studenti, e alla sera.
La badante era arrivata vicino ai novanta, quando la signora Isoardi cominciò ad avere problemi di deambulazione.
“Queste povere gambe.” Diceva.
Era stata una sua scelta, ne aveva parlato con Milvia. “Mi aiuti a fare la selezione?” Le aveva chiesto.
Avevano trovato una signora colombiana, si era sistemata nella stanzetta accanto a quella della signora Isoardi; l’accompagnava a fare due passi durante il giorno e la notte l’accudiva.
“Continuerai a salire per pranzo?” Le aveva chiesto la signora Isaordi.
Milvia aveva detto di sì.

“Ieri, abbiamo pranzato insieme.” Lo aveva detto a Rosa che le aveva chiesto quando l’avesse vista per l’ultima volta.
“La sera non sono salita. Viola mi aveva proposto di andare al cinema e ho accettato. C’era una retrospettiva di Bergman, ti sarebbe piaciuta.”
“Passo da te? Devo fare un paio di commissioni vicino a casa tua. Mi fermo?” Aveva chiesto Rosa.
“Che cosa devi fare?” Aveva detto Milvia.
“Ti ricordi quella signora che rammenda? È in piazzale Lavater al cinque. Le porto una camicia di seta di Chiara, si è strappata ma le piace così tanto. Proviamo.”
“Ti aspetto.”

Capitolo II

L’avvocato Eugenio Ridolfi abitava al quinto piano, nell’altra scala del palazzo. Era uno dei consiglieri e si occupava delle questioni amministrative dello stabile, in accordo con gli inquilini.
Aveva telefonato a Milvia il giorno dopo il funerale della signora Isoardi e le aveva chiesto di passare in studio.
“È successo qualcosa?” Aveva chiesto Milvia.
“Non si preoccupi, ne parliamo di persona.”

Milvia era in sala d’attesa, sedeva sul divano di pelle nera. Di fronte a lei, posate sul tavolino di vetro, c’erano delle riviste, la copertina non prometteva niente d’interessante. Guardò fuori, si vedevano gli alberi di via Morgagni e si sentivano le voci dei bambini che giocavano. La scuola era finita e il sole era molto caldo. Non aveva pensato alle vacanze, suo figlio l’aveva invitata a New York per un paio di settimane, le sarebbe piaciuto stare con lui e la piccolina ma non se la sentiva di affrontare quel viaggio da sola.
“Venite voi. Prendiamo una casetta al mare.” Aveva proposto lei.
La portinaia le aveva detto che l’avvocato affittava un bilocale a Celle Ligure.
“Se si muove per tempo, magari le fa un buon prezzo.” Aveva precisato Gianna.
“Non posso. Devo lavorare.” Aveva risposto il figlio di Milvia e lei non aveva più chiesto.
“La signora Milvia B.?” Chiese la signorina.
“Sono io.” Rispose lei.
La giovane ragazza l’accompagnò nella stanza dell’avvocato. La fece accomodare su una sedia in legno, davanti alla grande scrivania, e si sedette accanto a lei.
L’avvocato arrivò da un altro ingresso e si posizionò di fronte a Milvia. Aveva in mano delle carte, cominciò aprendo una busta.
“In data 25 giugno 2018, lunedì, alle ore 11.45 diamo lettura delle volontà della signora Isoardi Annabella nata a … e deceduta in Milano il… eccetera eccetera. Sta scrivendo signorina?”
Milvia rimase in silenzio. Osservava l’avvocato e aspettava.
“Milvia l’abbiamo convocata perché è stata nominata erede nel testamento della signora Isoardi. Lo sapeva?” Chiese l’avvocato Ridolfi.
“No.” Rispose Milvia.
“Ora le spiegheremo tutto. La signorina verbalizzerà la lettura delle volontà della signora isoardi, le chiederemo formalmente se decide di accettare, metterà qualche firma e tutto andrà a posto.” Disse l’avvocato.
Milvia ascoltò, lesse con cura i documenti e decise di firmare. Tornando a casa passò dal supermercato, era mercoledì e Rosa sarebbe andata a cena.
“Preparo un’insalata di riso, ti va?” Milvia l’aveva chiamata mentre si aggirava tra le corsie alla ricerca d’ispirazione.
“Ottima scelta.” Rispose Rosa.
“A che ora finisci?” Le aveva chiesto.
“Ho l’ultima paziente alle cinque.”
“Ti va di venire prima?” Le aveva chiesto Milvia.
“Stai bene?” Le aveva chiesto Rosa.
“Si. Pensavo che possiamo fare due chiacchiere.”
“È successo qualcosa?” Aveva insistito Rosa.
“Sono stata dall’avvocato.”
“Problemi?”
“No tutto bene. Non ne voglio parlare al telefono.”
“Va bene. Passo dopo l’ultima paziente.” Rispose Rosa.
Milvia tornò a casa, posò la spesa in cucina e salì a casa della signora Isoardi.
“Buongiorno Felicia.” Aveva detto alla badante che stava mettendo in ordine.
“Buongiorno signora.”
“Sono stata dall’avvocato Ridolfi e mi ha lasciato una busta per te.”
Felicia si sedette sulla sedia della cucina, prese gli occhiali e aprì la busta.
“Che cos’è?” Chiese Felicia.
“Un assegno circolare intestato a te.”
“Asegno?”
“La signora Isoardi ti ha lasciato un po’ di soldini.” Rispose Milvia.
Felicia si alzò, sfregò le mani sul grembiule e abbracciò forte Milvia.
“Sei contenta?” Le chiese Milvia.
“Li manderò ai figli. Grazie.”
Milvia vide una valigia all’ingresso.
“Stai partendo?” Le chiese.
“Non ho più da fare qui. Devo cercare lavoro.”
“Hai un posto dove stare? Un’amica? Un parente che ti ospiti?” Chiese Milvia.
Felicia disse che c’era un’amica della Colombia che stava in un monolocale vicino a Lorenteggio, sarebbe rimasta là per un po’.
“Puoi restare qui fino a che non trovi lavoro.” Le aveva detto Milvia.
“Davvero?” Aveva risposto Felicia.
Milvia l’aveva rassicurata e le aveva detto che avrebbe chiesto alla portinaia.
“Ci sono tante persone anziane nella zona, Gianna conosce tutti. Forse non sarà necessario spostarsi.” Aveva precisato Milvia.

Rosa arrivò poco dopo le cinque.
“Vuoi un tè freddo?” Le aveva chiesto Milvia mentre cucinava. Erano sedute in cucina e Rosa si faceva vento con un ventaglio di carta che Milvia aveva preso al ristorante cinese all’angolo.
“Dimmi dell’avvocato.” Disse Rosa.
“Ho fatto il tè freddo alla pesca, non è molto dolce.” Disse Milvia.

Capitolo III

“Sono duecentosessanta metri quadri, senza contare il terrazzo.” Lo disse Milvia mentre alzava il bicchiere per brindare.
“Complimenti.” Dissero le ragazze in coro.
“Un brindisi speciale a Milvia, te lo meriti mia cara.” Aveva detto Rosa.
“Cosa te ne farai?” Chiese Viola.
“Ci potrebbero venire fuori quattro bilocali.” Disse Emma.
“Ragazze. Per me è stato un colpo, non ci pensavo. È passata una settimana da quando sono stata dall’avvocato e ho avuto diversi pensieri.” Milvia esordì così, un’idea le era venuta e sentiva che quello era il momento per condividerla con le sue amiche.
“Vi ho invitato stasera per farvi una proposta.” Continuò Milvia bevendo un sorso di prosecco.
Si trovavano nel loro locale, erano sedute fuori, nel tavolo d’angolo che consentiva di vedere il passaggio. La via era chiusa al traffico, c’erano gli ombrelloni aperti e le piante intorno, ornate da piccole luci bianche, facevano estate.
“Andiamoci a vivere insieme.” Milvia lo disse. L’aveva pensato ogni giorno da quando aveva saputo che la signora Isoardi aveva lasciato a lei l’enorme casa. Si era immaginata le stanze, forse serviva qualche lavoro ma ognuna avrebbe avuto la propria camera; c’erano tre bagni più quello di servizio e la cucina era molto spaziosa così come la sala che poteva contenere un grande tavolo per fare sedere almeno dieci persone. Il terrazzo dava sul cortile interno, probabilmente raggiungeva i trenta metri quadri. La signora Isoardi era riuscita a farci crescere le piante di linoni, Milvia ricordava di averla aiutata più volte a coprirle in inverno. C’era il bersò in legno su cui si attorcigliava l’edera, quante volte d’estate avevano bevuto il caffè all’ombra sedute sulle sedie di ferro dipinte di bianco.
“La figlia del portinaio del civico di fronte mi ha chiesto se le affitto la terrazza per la cresima del bambino.” La signora Isoardi lo aveva detto a Milvia una volta a maggio quando i fiori erano sbocciati e dal cortile si vedevano tutte le sfumature del rosso e del viola. Niente di fatto. La signora Isoardi diceva che non le interessava, che non aveva voglia di avere gente per casa.
“Che cosa intendi?” Lo aveva detto Rosa per uscire dal silenzio che la frase di Milvia aveva creato.
“Sperimentiamo la convivenza. Viviamo sole, gli anni passano e …” Aveva detto Milvia.
“Facciamo l’ospizio per anziani? Anni azzurri, si chiamano così le strutture?” Aveva detto Viola.
“Io russo e mi sveglio almeno tre volte nella notte.” Aveva detto Emma.
“Che cosa c’entra? Non pensavo mica di dividere la stessa stanza.” Aveva detto Milvia. “E per l’ospizio c’è tempo, dobbiamo arrivare a novant’anni almeno.” Aveva continuato rivolgendosi a Viola.
Milvia aveva tirato fuori un foglio di carta con qualche appunto, lo mise sul tavolo, lo lisciò con la mano e cominciò a parlare.
“Viola, tu vivi in un monolocale, dici che ci stai bene ma sono venticinque metri, più piccolo del nostro terrazzo. Emma tu sei in affitto in una casa che giudichi scomoda ma che non cambi perché ti fanno un buon prezzo. Rosa tu hai una casa troppo grande che devi mantenere ma che sfrutti solo per il quaranta per cento. Ho fatto i conti anche per me, sono anni che pago un affitto al mio ex marito perché possiede il cinquanta per cento della casa in cui vivo, se decidessi di venderla sarebbe felice e taglierei i ponti definitivamente con lui.”
“Il nostro terrazzo?” Disse Viola.
“Sì, nostro.” Rispose Milvia.
“Che condizioni economiche immagini?” Chiese Emma.
“Dividiamo le spese.” Milvia prese il secondo foglio e mise gli occhiali.
“Circa quattromila e cinquecento euro all’anno di spese condominiali, riscaldamento compreso, che sono meno di cento euro al mese a testa. Poi abbiamo le bollette, possiamo decidere di prendere un aiuto per le pulizie, i costi per il cibo e la piccola manutenzione. Io credo che con circa trecentocinquanta euro al mese ce la caveremo, a testa intendo.”
“Io pago il doppio solo di affitto.” Disse Emma.
“Io spendo di più nel mio monolocale. Sei sicura di avere fatto i conti giusti?” Disse Viola.
Milvia le fece vedere il foglietto e Viola si mise a leggere.
“Ragazze, non dovete decidere subito, fate i vostri conti e pensateci.” Disse Milvia.
“Vi va un altro giro?” Chiese Rosa.

Capitolo IV

“Vieni a vedere la casa.” Milvia lo disse a Viola mentre le faceva la messa in piega.
“È che non vorrei sentirmi soffocare.” Rispose Viola.
“Per questo ti dico di venire. C’è molto spazio e possiamo fare qualche lavoro per migliorare la privacy di ognuna.” Rispose Milvia.
Rosa ci era già stata e aveva dato a Milvia qualche suggerimento. L’ingresso era spazioso e poteva diventare un angolo per la lettura o per la conversazione; la cucina era datata ma faceva le sue funzioni ed era molto grande, sul tavolo ci si poteva mangiare in sei. A lei piaceva l’ultima stanza in fondo, dava sul cortile interno, doveva essere lo studio del marito della signora Isoardi perché le pareti erano piene di libri e c’era un bellissimo scrittorio, quello l’avrebbe tenuto, avrebbe invece sostituito il divano con il letto, le sarebbe bastata una piazza e mezzo, come quelli alla francese. Non amava gli armadi, non le piaceva averli nella stanza, avrebbe utilizzato quello del corridoio, era spazioso a sufficienza o forse avrebbe imparato a eliminare ciò che non le serviva.
“Buongiorno signora Viola.” Aveva detto Felicia accogliendola.
Milvia era rimasta nel suo appartamento e aveva chiesto a Viola di salire per dare un’occhiata. Lei aveva cominciato a camminare per esplorare l’abitazione mentre Felicia si era ritirata in cucina. Viola percorreva il corridoio, era lungo ma sembrava spazioso, esplorò le stanze e tornò verso il soggiorno. Aprì la porta finestra e scoprì il terrazzo, fiori colorati, profumi, piante verdi. Fu lì che capì, si mise sul divano di ferro dipinto di bianco, si appoggiò sui morbidi cuscini a righe bianche e marroni e chiuse gli occhi per un po’.
“Viola.” Milvia la chiamava ma lei preferiva non interrompere i suoi pensieri.
“Sei qui.” Le disse Milvia raggiungendola sul terrazzo.
Viola aprì gli occhi, cambiò posizione e poi si alzò in piedi.
“Questo terrazzo è favoloso.” Disse Viola.
“Sapevo che ti avrebbe conquistata.” Rispose Milvia.
“E se organizzassimo delle cene?” Aveva detto Viola.
Milvia la guardò cercando di capire dove volesse arrivare.
“Va di moda. Le persone amano andare a cena in case private, un modo per conoscere gente nuova e per fare qualcosa di diverso dai soliti locali.” Precisò Viola.
“Dici che potremmo fare una cena per degli sconosciuti?” Chiese Milvia.
“Esatto.” Rispose Viola.
“E come li contattiamo?” Chiese Milvia.
“Con i social network.”
“L’ho sempre detto che sei una creativa!”
“Pensiamo a un menù, diamo una data e un titolo e lanciamo l’evento. Chi è interessato ci deve scrivere una email, accettiamo fino a dieci persone. Forse dodici? L’indirizzo verrà comunicato solo ai partecipanti il giorno prima dell’evento.”
“Credi che siano disposti a pagare?” Chiese Milvia.
“Certo. Si parte dai quaranta euro a persona, bevande escluse. È la moda del momento, tutti vogliono partecipare.”
“Quando iniziamo?” Chiese Milvia.
“Subito. Siamo a luglio, il mese migliore per le cene all’aperto.” Rispose Viola.
“Ne voglio parlare con Rosa ed Emma.” Disse Milvia.
“Aperitivo stasera. Qui in terrazzo, cosa ne dici?”

Le ragazze arrivarono dopo le sette, Felicia aveva preparato qualche tartina e Milvia aveva fatto la sua insalata di riso.
Viola aveva portato le candele, aveva trovato delle lanterne bianche in cui mettere dei lumini caldi.
“Dovremo lavorare sull’atmosfera.” Aveva detto.
“Viola ha avuto un’idea.” Milvia aveva esordito così per raccontare a Emma e Rosa il progetto.
“Sarà legale?” Aveva chiesto Rosa.
“Perché non dovrebbe?” Aveva detto Viola.
“Perché è come se facessimo un ristornate abusivo.” Aveva precisato Rosa.
“Che esagerata.” Aveva detto Emma.
“Inviteremo delle persone a cena e divideremo il costo della spesa. Non ci vedo niente di illegale.” Aveva precisato Milvia.
“Comunque meglio non parlare di costi. Si preciserà che c’è un contributo per la spesa ma lo diremo solo a chi deciderà di partecipare, niente comunicazioni scritte sui social network.” Precisò Emma.
“Quando?” Chiese Milvia.
“Diamoci una settimana per raccogliere le adesioni. Fissiamo per mercoledì prossimo.” Disse Viola.
“Lavoriamo al menù. Che cosa suggerite? Io pensavo a qualcosa di estivo, direi due portate e il dolce.” Disse Milvia.
“Prima dobbiamo scegliere il nome. Che cosa ne dite di: A Cena dalle Ragazze?” Propose Viola.

Capitolo V

“Abbiamo sette adesioni.” L’aveva scritto Viola nella loro chat di gruppo.
“A dieci chiudiamo?” Aveva scritto Emma.
“A dodici. Teniamo due persone in lista d’attesa così se qualcuno disdice all’ultimo siamo coperte.” Aveva risposto Viola.
Milvia si stava dedicando al menù. Crema di guacamole con tartine per l’accoglienza, involtini di scarola ripieni di tartare di pomodorini, olive taggiasche e buccia di limone. Serviva un altro antipasto, forse la mousse di tonno? Poi c’era il primo, spaghetti alle vongole con la mollica di pane. Era una ricetta siciliana che le aveva suggerito la signora del panificio.
“Idee per il dolce?” Aveva scritto Milvia.
Silenzio.
“Crema di mascarpone con fragole.” Aveva scritto Rosa.
“Pensano loro al vino?” Aveva scritto Milvia.
“BYOW.” Aveva scritto Viola.
“???”
“Nell’annuncio ho precisato che ognuno si deve portare la sua bottiglia di vino. Si dice così adesso.”
“Cosa fate stasera? Sushi?” Aveva scritto Emma.
“Ho Chiara a cena.” Aveva scritto Rosa.
“Ho preparato l’insalata di riso. Venite da me.” Aveva scritto Milvia.

Emma arrivò alle otto.
“Ho preso il gelato.” Disse quando Milvia aprì la porta.
Si accomodarono in cucina.
“Ceniamo qui o di sopra?” Chiese Emma.
“Stiamo qui, lasciamo riposare Felicia.” Disse Milvia.
“Non ti sei ancora trasferita?” Chiese Emma.
“Aspetto la vostra decisione, poi deciderò che cosa fare.” Rispose Milvia.
“E Felicia?” Chiese Emma.
“Le ho chiesto di restare. Vorrei che rimanesse con noi, ci darebbe un grande supporto.”
“Sarebbe una spesa in più e insieme al costo dei lavori…”
Emma aveva fatto i conti. Aveva qualche cosa da parte, si era creata una piccola rendita che sarebbe servita per integrare la pensione.. Quel tanto che bastava per vivere bene, facendo attenzione.
“Ho rinunciato alle vacanze.” Disse Emma.
“Non vai dalla tua amica di Pavia?”
“Non mi ha invitata. Credo che ci siano i nipoti da lei al mare. Meglio così, non ne avevo voglia.”
“Le ripetizioni estive?”
“Non ho nessuno quest’anno.”
“Abbiamo la nostra cena, dividiamo.”
“Non è giusto. Io non ho fatto niente.”
“Puoi occuparti del ricevimento.”
Suonarono al campanello, Milvia andò ad accogliere Viola.
“Mangiamo qui?” Disse mentre salutava.
“Non voglio disturbare Felicia.” Disse Milvia.
“Volevo approfittarne per fare un sopralluogo. Forse riusciamo a fare stare a tavola dodici persone, che ne dite?” Chiese Viola. “Ragazze questa cosa funziona, voi non avete idea.” Continuò Viola.
“Quante adesioni hai raccolto?” Chiese Emma.
“Siamo a quindici. I social sono potenti. Ho dovuto aprire la lista d’attesa, secondo me domani avremo anche la seconda serata completa.” Disse Viola.
“Pensi già alla seconda?” Chiese Emma.
Viola aveva le idee chiare, e Milvia lo sapeva. Le cene avrebbero permesso di raccogliere una cifra sufficiente per coprire le spese, la casa era bella, grande, accogliente e costosa da mantenere. C’era bisogno di imbiancare, di mettere a posto i bagni, di rinnovare l’arredamento. Ci si poteva vivere da subito, aveva tutte le comodità che servivano, ma c’era bisogno di rinnovamento. Quando era stata l’ultima volta che la signora Isoardi aveva imbiancato? Per non parlare dei mobili, Viola aveva detto a Milvia che bisognava buttare via tutto. Vendiamoli, aveva risposto Milvia. Ci sono quei rigattieri che prendono in blocco, ne conosci qualcuno? Le aveva risposto. Se ne stava interessando Rosa, aveva tra i suoi pazienti una persona che ne conosceva un’altra che le avrebbe aiutate.
“Se ce lo chiedono.” Disse Viola.
“Mi posso occupare del ricevimento?” Chiese Emma.
“Prima vieni da me e rivediamo il taglio.” Disse Viola.
“Che cos’ha il mio taglio?”
“Non hai più un taglio. Sei passata cinque mesi fa, è ora di rinnovare.”
“Sentite. Io cucinerò, preparerò le basi e lascerò il comando a Felicia, su mia supervisione ovviamente. Voi due accoglierete gli ospiti e offrirete il bicchiere di benvenuto, Rosa vi aiuterà. Quando le persone saranno sedute a tavola ci occuperemo di servire. Avanti e indietro dalla cucina, attenzione al vino, i calici devono sempre essere pieni, visto che lo portano loro.”
“Un paio di noi devono stare sedute a tavola con gli ospiti. Dobbiamo stimolare la conversazione visto che non si conoscono.” Disse Viola.
“Allora dobbiamo scendere a dieci.” Disse Milvia.
“Per questo voglio fare il sopralluogo. Se allunghiamo il tavolo ce la facciamo. Sei da un lato, sei dall’altro e due di noi a capotavola.” Disse Viola.

Capitolo VI

“Ti sta bene il bianco.” Viola lo disse a Rosa mentre si guardava allo specchio.
“Non ingrossa?” Chiese Rosa.
“Illumina.” Rispose Viola.
Emma indossava un abito verde e cerava una collana.
“Ti presto la mia, quella con il corallo.” Le disse Milvia.
Viola aveva scelto l’arancione e aveva abbinato al vestito un paio di sandali color cipria.
“Non è troppo corto?” Le disse Milvia.
“Di poco sopra al ginocchio.” La guardò Viola.
“Sta benissimo.” Disse Rosa.
Milvia aveva scelto il lilla, le piaceva quella camicia che le aveva cucito la sarta di piazza Lavater e poi s’intonava ai fiori.
Gli ospiti erano attesi per le venti e trenta e le ragazze avevano iniziato a preparare due ore prima.
“Facciamo una prova.” Aveva detto Milvia.
“Che cosa dobbiamo provare?” Aveva chiesto Emma.
“L’accoglienza. Chi ha la lista?”
Viola mostrò il foglio con i nomi degli invitati.
“Otto donne e quattro uomini. Dovrete metterne due da un lato e due dall’altro, fate attenzione a trovare il giusto equilibrio. Rosa e Viola, voi sarete a capotavola.” Milvia aveva mostrato i posti mentre faceva vedere come invitare le persone al tavolo.
“Io e te andremo avanti e indietro dalla cucina per servire.” L’aveva ripetuto rivolgendosi a Emma. “Ci accomoderemo con gli ospiti per il caffè che serviremo sui divani.” Aveva continuato.

“Faccio la cuoca a domicilio.” Ester, una delle ospiti, l’aveva detto a Rosa. Le spiegava che era stata a New York per quasi dieci anni, ci era andata dopo il diploma. Doveva essere per un’estate, voleva imparare la lingua ma si era innamorata. Aveva lavorato in diversi ristoranti e quando l’amore era finito aveva deciso di tornare in Italia. Era di Trani ed era venuta a Milano per cercare lavoro.
“Mio cugino fa il parrucchiere in Porta Romana.” Le aveva detto spiegandole che aveva provato a lavorare da lui per un po’ ma non aveva talento per le meches.
“È stato un caso. Una delle clienti cercava qualcuno che andasse da lei a cucinare, aveva tre figli e stava fuori tutto il giorno per il lavoro. Le ho detto che potevo farlo io, ho iniziato così.”
“Prepari sia il pranzo che la cena?” Aveva chiesto Rosa.
“Per qualcuno preparo anche la colazione.” Ester aveva raccontato delle due sorelle che vivevano nel palazzo di fronte a casa sua, le avevano lasciato la chiave e ogni mattina alle otto lei andava per preparare il caffè e latte, portava i cornetti, dava la sveglia e salutava.
“Io compongo.” Lo aveva detto Nevil mentre parlava con Viola.
Era un ragazzo del Bangladesh che viveva a Milano da cinque anni.
“Che cosa?” Aveva chiesto Viola.
“Musica per le feste nelle discoteche.” Le aveva fatto vedere una copertina e le aveva scritto il nome di qualche cosa che avrebbe potuto scaricare per il negozio.
“Sembra che si divertano.” L’aveva detto Emma a Milvia mentre prendevano i piatti per il primo.
“Ci sono due ragazze che non socializzano. Sono venute insieme e non fanno altro che farsi foto.” Aveva detto Milvia.
“Apro uno Chardonnay?” Viola era arrivata in cucina per prendere una bottiglia.
“Chiacchierano?” Le aveva chiesto Milvia.
“Più le donne che gli uomini. C’è quel tizio con i capelli impomatati che sta sempre al cellulare. Credo che si chiami Andrea.”
Viola era tornata a tavola e aveva stappato il vino.
“Ragazzi, facciamo un brindisi?” Aveva detto alzando il bicchiere.
“Alle padrone di casa.” Aveva detto una delle ospiti che sedeva vicino a Viola. Si chiamava Laura e lavorava in un negozio di tatuaggi.
“Faccio l’attività di segreteria, ci vado solo quattro ore al giorno. Un lavoretto mentre finisco l’università.” Le mancavano tre esami per la magistrale in lettere.
“Non so se ho voglia di fare l’insegnante.” Aveva detto a Viola mentre le versava il vino. “Preferirei lavorare in una biblioteca, mi piace leggere.” Aveva continuato.

“Ci accomodiamo sui divani?” Milvia arrivò con il carrello per servire il caffè e gli ospiti si alzarono.
Rosa e Viola li accompagnarono, Emma si sedette vicino a un ragazzo alto, l’aveva già individuato all’inizio della serata, era moro con gli occhi scuri e indossava una camicia bianca.
“Avrà cinquant’anni?” Aveva chiesto a Milvia in cucina.
“Non credo, è importante?” Aveva risposto Milvia.
“Di cosa ti occupi?” Aveva chiesto Emma a Vittorio.
“Sono nelle assicurazioni. E tu?”
“Io insegno matematica.”
“Vivi da queste parti?” Aveva chiesto Emma.
“Tutto bene? Un amaro?” Lo aveva chiesto Milvia.
“E poi mia madre che insiste.” Sofia stava dicendolo a Rosa. Era una ragazza di trent’anni che aveva appena lasciato il fidanzato.
“Dice che alla mia età dovrei sposarmi e mettere su famiglia.” Aveva continuato. Rosa ascoltava, aveva ascoltato per tutta la sera, a qualcuno aveva lasciato il numero dello studio, alla ragazza bionda che le aveva confessato di volere diventare escort aveva lasciato il numero del suo collega.
“Io andrei.” Aveva detto piano a Milvia.
“Non puoi.” Le aveva risposto.
“Sono stanca, ascolto da ore. Ho bisogno di riposare.”
“Dieci minuti. Siediti laggiù, hai parlato con quel ragazzo?”
Milvia si riferiva all’uomo distinto, i cinquanta li aveva passati anche se aveva i capelli lunghi e la barba incolta.
“Sembra uno di quelli che la sanno solo loro.” Aveva detto Rosa.
“Vai là, adesso vi raggiungo.”
“Sono Rosa, come sta?” Aveva detto lei porgendo la mano.
“Mi chiamo Duccio, dammi del tu.” Aveva risposto lui.
Milvia restò a parlare con Viola ed Ester, Nevil le aveva raggiunte dopo avere salutato le due ragazze che si facevano le foto.
“Ti hanno lasciato il numero?” Aveva chiesto Viola ridendo.

Capitolo VII

“Ragazze, abbiamo adesioni per altre quattro cene.” Viola l’aveva scritto nella loro chat all’indomani della prima serata.
“Ci hanno dato dei voti altissimi.” Aveva aggiunto inoltrando l’immagine della pagina dell’evento.
“Quindi è andata bene?” Aveva scritto Milvia.
“Io sono stanca.” Aveva risposto Rosa.
“Confermo per mercoledì prossimo?”
“Conferma.” Aveva scritto Milvia.
Emma aveva mandato il pollice alzato ma Rosa taceva.
“Hai fatto tardi con Duccio?” Aveva scritto Viola rivolgendosi a Rosa.
“Mi ha sfinita con la storia della sua ex moglie.”
“Sembra un bel tipo.” Aveva scritto Emma.
“Ragazze, se decidiamo di andare avanti con le cene dobbiamo organizzarci. Ci vediamo stasera?” Aveva scritto Milvia.
Silenzio.

Alle due del pomeriggio, come quasi tutti i giovedì, Milvia arrivò nel negozio di Viola.
“Vorrei rivedere il taglio.” Disse Milvia.
“Una spuntata?” Chiese Viola.
“Pensavo a qualcosa di più corto.”
“Sei sicura? Non come l’ultima volta che mi hai messo il muso.”
“Mi fido, taglia.”
Milvia cominciò quando era al lavatesta.
“Ci hai pensato?” Chiese a Viola.
“Sì.” Disse Viola.
“Ne hai parlato con le altre?”
“Con Emma.”
“Cosa dice?”
“Secondo me è convinta. Vuole prendersi ancora un po’, vuole valutare. Sai com’è lei.”
“E tu?”
Viola massaggiava la testa di Milvia. Io sono convinta, si diceva. Tengo il mio appartamento, lo affitto per un po’ e vediamo, al massimo torno indietro.
“Ho deciso. Però dobbiamo esserci tutte.” Aveva detto Viola.
“Vi ho chiesto se ci vediamo stasera ma non ho avuto risposte.”
“Hai scritto?”
Viola mise l’asciugamano sulla testa di Milvia e si accomodarono alla poltrona; prese il cellulare dalla tasca e vide il messaggio.
“Scusa non avevo letto. Ora rispondo.”
“Io ci sono, prendiamo una pizza?” Aveva scritto Viola nella chat di gruppo.

Emma guardava l’anteprima del messaggio sullo schermo del cellulare, lo aspettava. Si chiedeva se ci fosse un seguito, oltre al ringraziamento per la serata. Prendiamoci tempo, si diceva.
Non ricordava più quale fosse l’ultima volta che era uscita con un uomo. Ripose il libro che stava leggendo e si alzò per andare in cucina a bere. Passò davanti allo specchio del corridoio e si sistemò i capelli, le avrebbe fatto piacere un invito; la cena sarebbe stata impegnativa, meglio un aperitivo, forse un cinema? Chissà che cosa gli piaceva. Avrebbe dato un suggerimento o avrebbe accettato la sua proposta? Era lecito rilanciare? Suo marito l’aveva portata a ballare la prima volta che erano usciti, c’era una balera in provincia che aveva i tavolini con le tovaglie bianche e una piccola abat jour arancione; faceva quella luce fioca che poteva sciogliersi il trucco per il sudore senza che nessuno se ne accorgesse.
Poi c’era stato quel collega, il supplente di inglese, l’aveva invitata in pizzeria, lei avrebbe preferito il sushi ma non aveva rilanciato. C’era andata solo per fare qualcosa, dopo due ore aveva simulato la terribile emicrania e se n’era tornata a casa. Non si erano più visti e lui aveva cambiato scuola.
Se si fosse trasferita da Milvia? Non aveva valutato l’aspetto frequentazione maschile. Certo, avrebbe avuto la sua stanza ma al mattino? Colazione di gruppo con le ragazze?
Emma tornò in soggiorno e prese il cellulare, rispose con un pollice in alto al messaggio di Viola, avrebbe affrontato l’argomento durante la cena.
Lesse il messaggio di Vittorio.
“Ciao Emma, grazie per la serata di ieri. Sono stato bene, mi piacerebbe partecipare di nuovo e vorrei portare un’amica. Ho visto che siete pieni, riesci a riservarmi un paio di posti?”

“C’è il signor Duccio.” Lo disse la segretaria dello studio entrando nella stanza di Rosa.
“Non è in agenda.” Rispose lei.
“Insiste. Dice che è urgente.”
Rosa uscì e si avvicinò a Duccio che era seduto in sala d’attesa.
“Buongiorno. Non è un buon momento, oggi l’agenda è piena.”
“Ho bisogno di parlarti, passavo da queste parti. Ce li hai dieci minuti per un caffè?”
“La paziente sta aspettando, ora non posso.”
“Mi bastano dieci minuti. L’ho chiamata stamattina, ha detto che sta partendo. Non ha voluto dirmi dove va. Perché secondo te?”
“Non so. Adesso non posso.” Risposte Rosa.
“Perché non dice dove va?”
Rosa guardò il cellulare e gli propose di ripassare alle diciotto e trenta.
“Va bene. Grazie.” Lo disse facendo l’inchino come se fosse un giapponese.
Rosa tornò nella sua stanza e prima di fare entrare la paziente scrisse che la pizza andava bene, lei sarebbe arrivata per otto e mezza. Si chiedeva perché; avrebbe potuto dire a Duccio che doveva passare in un altro giorno, invece gli aveva ceduto mezz’ora, quella fra un paziente e l’altro, necessaria per staccare. Duccio parlava, era insistente. Ci aveva visto un sintomo di disperazione; non accettava più pazienti così. Dopo la storia di Miguel aveva smesso. Sembrava che si fosse ripreso, era convinta che lui avesse trovato un nuovo equilibrio ma poi l’avevano chiamata dal pronto soccorso e lei era corsa alle cinque del mattino per un confronto con lo psichiatra di turno.
Ti affido al mio collega, gli aveva detto Rosa quando era uscito dall’ospedale, è in gamba e saprà indicarti la giusta terapia. Miguel aveva accettato, sapeva che serviva qualche medicina per uscire da quel periodo.
“Faccia entrare la paziente.” Disse Rosa alla segretaria che faceva capolino dalla porta.

Capitolo VIII

“Giuro che dalla prossima cena dico di essere un’insegnante. Fero, fers, tuli, latum, ferre. Rosa, rosae. Insegno latino, va bene?” Rosa lo aveva detto a Milvia che le aveva aperto la porta.
“Ben arrivata.” Aveva risposto Milvia mentre Rosa si dirigeva in cucina.
“Non è possibile.” Aveva detto Rosa sospirando mentre si lasciava cadere sulla sedia.
“Mangia la tua margherita che è ancora calda. Poi ci racconti.” Disse Viola.
“Quel Duccio dell’altra sera non mi dà tregua.” Aveva detto Rosa mentre prendeva uno spicchio di pizza.
“Ci ha provato?” Aveva chiesto Emma.
“È al limite del patologico e si è attaccato come una zecca.” Aveva risposto Rosa.
“Mi aveva parlato della sua ex moglie tutta la sera, pazienza. Oggi è piombato in studio, voleva parlare. Ha così insistito che ho dovuto accettare di vederlo. Gli ho dato il numero di Antonio e spero di non vederlo più. Guai a te se lo accetti per una cena!” Rosa lo aveva detto rivolgendosi a Viola.
“Si vedeva che era disturbato.” Aveva detto Milvia.
“Dobbiamo stare attente a chi ci portiamo in casa.” Aveva continuato Rosa.
“E cosa dovrei fare? Chiedere la perizia psichiatrica prima di accettarli?” Aveva detto Viola.
“Bisogna stare attente. È pieno di tipi strani.” Aveva detto Emma.
“Quel Vittorio non mi sembrava male.” Aveva detto Rosa.
“Cambiamo argomento.” Aveva detto Milvia.
“Ci ha provato?” Aveva continuato Rosa.
“Magari.” Aveva detto Viola ridendo.
“Ha fatto il carino e poi mi ha chiesto se può tornare con un’amica.” Aveva detto Emma.
“Ovviamente lo tagliamo fuori.” Aveva detto Viola.
Milvia stava in piedi vicino al lavandino, erano nella sua cucina, dove si facevano le cene per prendere le decisioni. Aveva in mano un bicchiere d’acqua e se lo passava sul volto per sentire un po’ di fresco.
“Che cosa volete fare?” Disse ad un certo punto mentre le altre ridevano.
Viola la guardò e capì che cosa intendeva, fu lei la prima a parlare.
“Però vale solo se ci stiamo tutte.” Disse Viola lasciando la parola a Rosa.
“Dobbiamo imbiancare.” Disse Rosa.
“Vorrei condividere con voi l’aspetto frequentazione maschile.” Disse Emma.
“Colazione in terrazzo, quando il tempo lo consente, oppure colazione in camera.” Rispose Milvia.
Continuò dicendo che la casa era grande e che c’era lo spazio sufficiente per vivere la propria intimità con qualcuno di sesso maschile.
“A patto che non diventi un albergo.” Aveva detto Rosa.
Erano d’accordo. Niente convivenze maschili ma passaggi notturni e colazione; vietato farlo per due sere di seguito e no alla permanenza per il fine settimana, altrimenti si sarebbe incorsi nella situazione convivenza.
“Immagino che una casa ce l’abbia anche lui.” Aveva precisato Milvia.
“Altrimenti è meglio stare alla larga, a meno che non sia un ventenne e in quel caso tanto di cappello.” Disse Rosa rivolgendosi a Emma.
Milvia mandò un messaggio a Felicia e le chiese di preparare la bottiglia con i bicchieri.
“Andiamo di sopra.” Disse Milvia.
Arrivarono nella loro nuova casa e si accomodarono in terrazzo, Milvia aprì il prosecco, riempì i bicchieri e prese la parola.
“Ragazze, l’avventura inizia. Ricordiamoci di dirci sempre tutto e di non andare a dormire con degli irrisolti.”
“No. Irrisolti proprio no. Uomini prestanti sì.” Disse Viola.
Risero e brindarono alla loro decisione. Milvia diede un bicchiere anche a Felicia che aveva accettato di fare parte del gruppo. Presero un foglio di carta e cominciarono a fare una lista, definirono le priorità. La persona che le avrebbe aiutate a piazzare i mobili aspettava una telefonata per fare un sopralluogo, se ne sarebbe occupata Rosa; Viola conosceva un tipo onesto che le aveva imbiancato il negozio e che era disponibile anche ad agosto; Emma avrebbe contattato il padre di un suo studente, faceva l’idraulico e avrebbe potuto sistemare il bagno di servizio.
“E per le cene?” Disse Viola.
“Andiamo avanti. I lavori li faremo ad agosto.” Disse Milvia.
“Io parto.” Disse Viola.
La guardarono e lei spiegò che aveva deciso di fare quel viaggio in India che aveva rimandato da troppo tempo.
“Zaino in spalla. Due settimane in un ashram a praticare yoga.” Continuò Viola.
Milvia tolse gli occhiali e Rosa alzò gli occhi al cielo.
“Con chi vai?” Chiese Emma.
“Da sola.” Disse Viola.
“Così lontano?” Chiese Emma.
“Hai fatto le vaccinazioni?” Chiese Rosa.
“Tutto a posto.” Rispose Viola.
“Quand’è che parti?” Chiese Milvia.
“Il 10.” Rispose Viola. “Non è un dramma, è solo un viaggio.” Continuò Viola.
“Stai attenta.” Disse Milvia. “Ci organizzeremo. Potrai fare il trasloco al tuo rientro. Le cene le sospendiamo ad agosto, riprenderemo a settembre.”
“Ci mandi messaggi? Tienici aggiornata sul gruppo.” Disse Emma.
“Certo. Vi manderò un po’ di foto.” Rispose Viola.
“Se volete possiamo passare qualche giorno da me in campagna, la casa sarà vuota.” Disse Rosa proponendo ad Emma e Milvia di staccare dalla città per un po’.
Non ci andava da tempo, era il luogo che aveva voluto suo marito. Si trovava a due ore di strada, sulle colline vicino a Bobbio. Avevano visto quel casale che sembrava abbandonato, l’avevano rimesso a posto e ci andavano tutti i fine settimana, quando i figli erano piccoli. Avevano fatto lì la festa dei diciottesimi, quanta gente, ragazzi che dormivano ovunque.
“Ci sarà da curare l’orto?” Disse Milvia ridendo, tanto lo sapeva che Rosa era organizzata.
“Potrai aiutare Demetrio, il signore che se ne occupa. Un vedovo piacente e socievole, è un emiliano e cucina molto bene.”
“Hai una foto?” Chiese Milvia.
“Ha un figliolo questo signor Demetrio?” Chiese Emma.