Unesco

La macchina di Santa Rosa

Si dice che fosse minuta, con occhi blu e capelli scuri. Aveva uno sguardo gentile e un costante desiderio di aiutare il prossimo, questa è la testimonianza della popolazione di Viterbo.
Ho sentito parlare della macchina nei primi minuti del mio arrivo in quella città. Qualche riferimento mi è giunto dal personale del mio alloggio, il ristoratore ne ha parlato con maggiore dovizia di particolari, il giornalaio ha dato qualche dettaglio e la gente in piazza bisbigliava guardandosi negli occhi e constatando che mancavano ormai pochi giorni.
Non riuscivo a dare un’immagine a questa parola, la macchina, che cosa sarà mai mi chiedevo. Pensavo a una vettura, a qualcosa con un motore, a un aggeggio in grado di ingurgitare monete per dispensare un oracolo. Qualcuno mi ha detto che la macchina è diventata un bene dell’umanità, l’UNESCO nel 2013 l’ha inserita nel patrimonio orale e immateriale, di fronte a questo è stato necessario l’approfondimento.
Ho chiesto alle persone del luogo e mi hanno condotta alla scoperta di un evento che ha dell’incredibile.
Le storie dei Santi hanno sempre a che fare con qualcosa di soprannaturale, con il miracolo, per chi ci crede, o con ciò che va oltre la normale razionalità. A Viterbo il 3 settembre di ogni anno succede qualcosa di eccezionale: la macchina di Santa Rosa si mette in movimento.
Ho scoperto che si tratta di un enorme e sontuoso baldacchino, un piedistallo gigante costruito per il trionfo della Santa attraverso un percorso definito, quello che va dalla chiesa in cui fu seppellita alla sua morte, nel 1251, fino alla chiesa del Santuario a lei dedicato nel quale la salma fu traslata nel 1258. Durante il tragitto viene recuperato il cuore di Santa Rosa, reliquia che fu estratta dal corpo nel 1921 e venne trovata integra.
Il momento in cui la macchina entra in scena è solo l’evento finale di una preparazione che dura giorni, mesi e forse tutto l’anno. Ci sono rituali dedicati alla messa in piedi dell’oggetto del trionfo, momenti di pellegrinaggio da parte dei portatori che visitano le chiese per raccogliersi in preghiera fino all’ultima tappa: la benedizione “articulo mortis” che viene impartita perché il rischio di quel tragitto è così alto che qualcuno potrebbe non arrivare alla fine. I facchini, così sono definiti coloro che caricano sulle spalle la macchina, si sottopongono a prove fisiche e mentali per potere sostenere il momento, sono poco più di cento e si suddividono un peso di circa cinque quintali per un’altezza che arriva ai trenta metri.
In questo evento ognuno ha un ruolo, per fare in modo che durante quel tragitto tutto vada alla perfezione è necessario che ognuno faccia la sua parte, serve il facchino che rischia la vita ma è altrettanto necessario lo spettatore che assiste dalla finestra e trasferisce la sua forza incitandolo, “Semo tutti d’en sentimento” questo è il motto che si trova scritto per le strade di Viterbo alla vigilia della celebrazione. Tutti partecipi, tutti uniti verso lo stesso obiettivo, la stessa visione che si materializza nella serata del 3 di settembre ma non per quest’anno. A causa dell’emergenza sanitaria l’amministrazione ha deciso di sospendere l’evento, si pensava in un primo momento di montare la macchina davanti al Santuario per dare la possibilità alla popolazione di rendere omaggio ma poi si è deciso che sarebbe stato troppo rischioso. Quest’anno immagino che i viterbesi vivranno diversamente il loro giorno, forse qualcuno sarà malinconico, altri decideranno di rendere omaggio a modo loro, con un tributo intimo e personale. In ogni caso il loro esempio, l’essere tutti dentro a quell’unico sentimento, io lo ricorderò.

L’immagine della macchina di Santa Rosa è stata tratta dal sito folclore.eu

Sentirsi a casa

Ho passato qualche giorno nelle Langhe, un luogo in cui trovo il giusto spazio per pensare e per prendere un po’ di tempo. È una terra peculiare, i colli sono accerchiati dalle Alpi e vicini al mare della Liguria. Il terreno è fertile e troviamo: buon vino, buon cibo e incantevoli profumi. Questo sentire, insieme all’eccezionalità dei posti, è testimoniato dal Comitato UNESCO che nel 2014 ha riconosciuto questi luoghi come parte integrante del patrimonio mondiale.
In una località defilata, lassù in cima, nei pressi di Santo Stefano Belbo, si trova una struttura che un tempo, era un monastero. Nel 1619 un gruppo di monaci cistercensi decise di edificare sui resti di una cappella costruita un secolo prima del loro arrivo.
Intorno al 1860 il monastero venne acquistato dai Conti Incisa che ne fecero una dimora privata e solo nel 2002 la struttura divenne il Releais San Maurizio.

“Qui siete a casa.” L’ha detto la ragazza alla reception mentre ci faceva visitare le aree comuni, il ristorante e la cantina. Quelle parole sono rimaste per tutto il soggiorno e mi hanno fatto sentire a casa mia, in un luogo in cui potere leggere, muovermi, prendere qualcosa, ricevere degli amici, e tutto ciò che mi viene in mente quando sono nella mia abitazione: persino cucinare.
C’è stata l’occasione, e forse è come se l’avessi fatto.
“Venga signora che la metto in HD.” Così ha risposto lo chef Giampiero Vento mentre preparava il bonet.
La cucina ha una grande vetrata che si apre sulla sala dedicata alla colazione e io sbirciavo per verificare che la pasta sfoglia fosse tirata con il mattarello.
Due chiacchiere semplici, qualche consiglio utile sulla scelta degli ingredienti, uno scambio di opinioni su alcuni ristoranti milanesi e sulla ristorazione parigina e per finire la garanzia sulla pasta e il pane.
“Li facciamo noi ogni mattina.” Mi ha assicurata lo chef Vento.
Posso testimoniare, mattarello compreso.

La fotografia è presa dal sito web della struttura.