Buon viaggio (nel nuovo anno)!

L’altro giorno ho preso un caffè con un paio di amiche. Ci siamo sedute in un bar di Porta Venezia e abbiamo iniziato a chiacchierare, loro erano appena tornate da un viaggio e io ero desiderosa di sapere com’era andata.

“È stato un viaggio bellissimo. Luoghi fantastici, siamo stati bene e abbiamo riso un sacco.”
Giulia mi stava raccontando di San Paolo e di Rio de Janeiro. C’era andata con Elizéte, la nostra amica che viveva da anni a Lugano, frequentava Milano per lavoro ma era di Santos, una città sul mare a circa un’ora di auto da San Paolo. Avevamo conosciuto Ely, così la chiamavamo, una sera in un locale; ero con Giulia e quella ragazza sorridente con gli occhi blu si era avvicinata per chiederci cosa fosse la piadina. Mi sentii chiamata in causa, l’occasione mi permise di dichiarare la mia origine emiliana e le feci una brillante dissertazione sull’originale: la piadina romagnola con lo squacquerone, la rucola e il prosciutto crudo rigorosamente messo a freddo, cioè dopo avere tolto la piadina dalla piastra perché altrimenti diventerebbe troppo salato e lascerebbe uno sgradevole odore di cane bagnato. Quella sera Ely decise di prendere una semplice pizza margherita, era sola, aveva un impegno di lavoro e sarebbe rimasta a Milano per un paio di giorni, la invitammo a sedersi con noi.

Erano passati un paio d’anni da quella volta e la piadina romagnola Ely  l’aveva gustata a casa mia in diverse occasioni. Giulia e io l’avevamo portata a Rimini durante l’estate e là aveva avuto modo di assaggiare l’originale, ne fu entusiasta, diceva che sarebbe stato necessario esportarla anche in Brasile.
Elizete ci aveva invitate, voleva che conoscessimo i luoghi in cui era cresciuta. Giulia aveva accettato. Io c’ero già stata, avevo visitato San Paolo e Rio qualche anno prima e decisi di trascorrere le mie vacanze altrove.
“Raccontami di Rio, sei salita sul Pan di zucchero?” Avevo chiesto a Giulia.
“Ci credi che non c’è stato modo?” Aveva risposto Ely.
“Troppa fila, non ne avevo voglia. E poi mi sono chiesta che cosa mai ci sarà d’interessante su una montagna che si chiama come un dolce?” Aveva precisato Giulia.
Ho guardato Ely e mi sono messa a ridere.
“Preferisco il pan de queso. Lo trovi a ogni angolo, è senza glutine e ti sazia quando ti viene quel languore.” “A me non piace.” Avevo detto. “Tutti ne parlavano come se fosse una delizia irrinunciabile ma non mi ha convinta. Forse avevo un’aspettativa troppo alta, deve essere stata colpa della guida. Prima del mio viaggio in Brasile avevo letto di questo piccolo panetto a base di formaggio, avevo immaginato il sapore e poi, una volta arrivata, ho dato il primo morso e ho avuto la sensazione di masticare del chewingum.”
“Per me invece è casa.” Aveva detto Ely.
“Ti piace?” Le avevo chiesto.
“Non saprei dire se è buono o no. Mi piace perché è casa mia.”
“Dovevi vedere Ely, ogni tanto si fermava, non importava dove fossimo o cosa stessimo facendo, lei mi guardava e diceva che doveva mangiare qualcosa.”
Giulia aveva continuato descrivendo una serie di cibi a me sconosciuti di cui Elizete era ghiotta.
“Quando vado in Brasile sono costretta a mangiare, mi viene fame spesso perché sono a casa. È come se dovessi fare una scorpacciata di tutte quelle cose che ho sempre mangiato e che qui non trovo più.”
“Non cucini piatti brasiliani?” Le avevo chiesto.
“Non è facile, mancano ingredienti e alcune cose qui non sono buone.”
“Io invece mangiavo poco. Guardavo Ely, ascoltavo i suoi racconti. Una guida fantastica!”
Giulia lo diceva mentre accarezzava la mano di Elizete.
Pensavo ai miei viaggi e ai cibi che avevo provato nei posti lontani. Mi era piaciuto assaggiare e sperimentare nuovi piatti; lo facevo per cercare qualche ispirazione da portare a casa. Nel tempo ho cambiato i miei gusti e mi diverto a cucinare mescolando ingredienti e abitudini di altri luoghi.
“Cosa ti piace di più della cucina brasiliana?” Avevo chiesto a Ely.
“Non so cosa mi piace. Non ci sono cose particolari come nella cucina italiana, tutto è semplice; carne, fagioli, riso. Sono i sapori di casa che mi piacciono.”
“I miei nonni abitavano a Lugano e quando andavo da loro mangiavo dei biscotti che preparava un panettiere del paese. Ricordo che accompagnavo mia nonna a comprarli, si acquistavano a peso e venivano messi in un sacchetto trasparente. Quel panettiere c’è ancora e ogni volta che passo da Lugano mi fermo a comprare quei biscotti. Non sono buoni, li ho offerti agli amici ma non piacciono a nessuno. Io però continuo a mangiarli, sono la mia infanzia con i nonni.”
Avevo assaggiato anche io i biscotti di cui ci parlava Giulia e li avevo trovati insignificanti: troppo secchi, troppo dolci e con un retrogusto di bruciato che affiorava mentre si masticava.
“E di San Paolo? Cosa ti è piaciuto di più?” Avevo chiesto a Giulia. Mi sembrava che non avesse voglia di raccontare, guardava la sua tazza di caffè e girava il cucchiaino.
“È grande. È come se ci fossero tante città nella città.” Aveva risposto.
“Il Brasile è grande, ogni posto è differente.” Aveva aggiunto Ely.
“Hai nostalgia?” Avevo chiesto a Elizete.
“Un po’. Ogni tanto.”
Capitava anche a me di avere nostalgia del mio paese. Accadeva in certi momenti e non c’era un motivo, veniva così, all’improvviso. Chiudevo gli occhi e cercavo il profumo della terra bagnata dalla pioggia o il fresco dell’erba sotto i piedi d’estate, quando uscivo scalza per andare in giardino.
“Quando mi succede, io cucino qualcosa.” Avevo detto.
“Io mi avventuro in un market di cibi asiatici e cerco il guaranà. Spesso lo trovo e ne bevo un bicchiere tutto d’un fiato.” Mi aveva risposto Ely.
“Io vado a pranzo da mia madre.” Aveva precisato Giulia.
“Devi scappare?” Le avevo chiesto.
“Non ora. Quando mi viene la nostalgia.” Aveva risposto.
“Tu sei nata qui, che genere di nostalgia hai?” Le aveva chiesto Elizete.
“Di quando giocavo a carte insieme a mia nonna. Se vincevo io, mi preparava pane e salame e quando vado a pranzo da mia madre ce lo facciamo come antipasto.”
“Per me un cibo dell’infanzia è l’insalata russa.” Avevo detto. “Mia nonna la preparava la domenica, era uno degli antipasti che precedeva le tagliatelle con il ragù.”
Pensai che era quasi l’ora di pranzo e che tutto quel parlare di cibo derivasse dal fatto che avevamo fame. O forse avevamo davvero un po’ di nostalgia? Per che cosa? Per il passato, per gli anni dell’infanzia, per il tempo che se n’è andato, per i cari che non ci sono più.
“Ci prendiamo un prosecco per brindare al nuovo anno?” Avevo suggerito.
Abbiamo alzato i calici raccogliendo tutto l’entusiasmo per i nuovi progetti e condividendo i buoni propositi con l’animo predisposto verso il nuovo.

Più tardi, mentre ero a casa e preparavo la cena, ho pensato che stavo per iniziare un altro viaggio, fatto di singoli giorni, di lavoro e di crescita. Un nuovo anno è cominciato ed è un po’ come quando si parte per un luogo mai visitato, ci si prepara consultando una guida ma è bello lasciare dello spazio per il nuovo che si incontrerà. Lo stesso accade in cucina, mi piace preparare una ricetta della tradizione, per colmare qualche piccola nostalgia ma amo sperimentare e lavorare su nuovi ingredienti, soprattutto quando posso condividere le mie idee con gli amici più cari.

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