Pensierino

Il fittone e lo sparpaglio

“Conoscete la differenza fra il fittone e lo sparpaglio?”
Il professore di organizzazione aziendale fece questa domanda alla classe in occasione della prima lezione. Sono passati quasi vent’anni, stavo facendo il master in business administration, e ricordo quel concetto come uno dei più importanti nel mio iter formativo.
Il riferimento è a una metafora botanica che ha lo scopo di fornire un’immagine utile per individuare l’attitudine di una persona.
La carota ha una radice a fittone mentre l’acero ha una radice a sparpaglio, in botanica si parla di radice fascicolata ma il nostro docente preferiva una parola più onomatopeica, in grado di trasferire con efficacia la modalità di diffusione nel terreno. Passammo più di un anno a studiare insieme e all’interno della classe si diffuse un linguaggio comune che solo quel nucleo poteva comprendere.
“Sei un fittonatore!” Si diceva a chi indugiava troppo nell’analisi.
“Dobbiamo fittonare su quel tema.” Ci ripetevamo quando non riuscivamo a risolvere un problema.
“Facciamo più sparpaglio.” Ci convincevamo per individuare i punti critici di un processo.
“Io sono sparpaglio. Io sono fittone” Lo dicevamo per trovare il nostro ruolo, nei momenti in cui cercavamo la nostra attitudine e immaginavamo un posto e una professione in cui potere esprimere al meglio le nostre caratteristiche.
In un mondo diviso in due mi sono sempre sentita sparpaglio che, seguendo le indicazioni ricevute in quella prima lezione, significa avere una visione trasversale. Guardare a un processo e individuare le modalità per governarlo, qualunque esso sia, indipendentemente dalla tematica specifica. Il fittone è invece colui che ha una visione verticale e va in profondità nell’ambito in cui diventa uno specialista.
Nel tempo ho acquisito esperienze e ho avuto l’opportunità di diventare esperta di alcune materie, ho scoperto qualcosa che mi appassionava e ho avuto il desiderio di andare in profondità ma, inevitabilmente, sono tornata in superficie per soddisfare la necessità di una visione trasversale. Utile insegnamento grazie al quale ho cominciato ad abbracciare l’idea dell’equilibrio. Né sparpaglio, né fittone, non solo sparpaglio, non solo fittone, un po’ sparpaglio e un po’ fittone. Dosare e mescolare, avere la consapevolezza del momento e comprendere quando è necessario essere fittone e quando serve essere sparpaglio. L’immagine delle radici mi è stata di grande aiuto, mi serve per fare il cambio in base a ciò che sento. Come se ci fosse un interruttore che, in relazione alle situazioni, mi consente di modulare da una parte o dall’altra. Allenamento, è ciò che serve per dirigere l’attitudine, perché quella resta ed è forte, ma con un giusto programma si può cambiare, non succede così anche a chi si prepara per la maratona? All’inizio lo scoglio sembra insormontabile ma giorno dopo giorno ci si arriva e si corrono più di quaranta chilometri, chi l’avrebbe detto? E voi come vi sentite, fittone o sparpaglio?

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Come facevamo senza smartphone?

“Lo tieni come se fosse l’immagine di Gesù”
Me l’ha detto l’altro giorno uno dei ragazzi millennial che fa parte dei creativi nell’azienda in cui lavoro. Mi impressiona ogni volta che lo vedo al computer perché è in grado di utilizzare contemporaneamente: PC, MAC, Tablet, Iphone e tutto ciò che di tecnologico gli passa accanto.
Io ero in coda alla macchinetta del caffè e tenevo il mio smartphone tra le mani posate sul cuore. Ero intenta nei miei pensieri, percorrevo a mente la mia agenda e le sue parole mi hanno riportata alla realtà. Mi sono guardata e custodivo il mio cellulare come se fosse il bene più prezioso.
“Fa freddo e sto così per tenere chiusa la giacca.”
Gli ho risposto proponendo il primo alibi che mi è venuto in mente. Mi ha sorriso e se n’è andato. Io ho preso il mio caffè, sono tornata alla scrivania e ho pensato che non abbandono lo smartphone nemmeno quando vado in bagno. Gli uffici si sviluppano su più piani e quando mi sposto per andare a una riunione sfrutto i minuti in ascensore per consultare la posta elettronica sul mio smartphone. Malattia? Perversione? Capita anche sui mezzi pubblici, tutti a testa in giù sul proprio cellulare. E quando si va a cena con gli amici? Tra un piatto e l’altro si estrae il cellulare e a volte ci mandiamo messaggi anche se siamo seduti di fronte. Che cosa è successo? Ma soprattutto come facevamo a vivere senza smartphone? Vado con la memoria ai tempi dell’adolescenza, faccio parte della generazione del telefono fisso. A casa mia stava in soggiorno e tutti dovevamo parlare davanti a tutti; non ci fu privacy fino al giorno in cui mia madre comprò una prolunga per il filo. Poi arrivò il cordless, continuavamo a litigare per mantenere libera la linea ma quella splendida invenzione mi consentiva di ritirarmi in cameretta a parlare con le amiche, oppure con il fidanzatino del momento. Niente messaggi, niente faccine o cuoricini, niente foto, solo voce. E quando si usciva? Non riesco più a ricordare come facevamo a metterci d’accordo, forse ci si vedeva in piazza e poi si decideva, e se qualcuno era in ritardo? Non ho più memoria. Il nostro modo di comunicare è così cambiato che non saprei più raccontare il prima anche se l’ho vissuto. Ci penso ma non mi viene in mente niente. Ricordo solo il batticuore, quello provocato dal telefono che squillava la sera, mia madre mi chiamava:
“C’è M. vieni?”
Io mi schiarivo la voce, passavo qualche secondo davanti allo specchio per sistemare i capelli e poi mi sedevo sulla sedia. Avevo trovato una posizione comoda, tiravo il filo lungo dell’apparecchio e mi rintanavo in cucina, la porta non si chiudeva, restava una fessura per il cavo ma in soggiorno c’era la televisione accesa ed ero sicura che non mi sentissero.