Autore: Ratatuia Metropolitana

I ragazzi che si amano

Tempo addietro, anni fa, non saprei definire con esattezza quando ma ricordo dove, era un luogo che pareva incantato. Una persona mi accompagnò, ci accomodammo al tavolo e insieme al menù trovai un foglio di carta giallognola, era arrotolato e chiuso da un nastro rosso. Lo aprii come se fosse un regalo di compleanno e cominciai a leggere.

*“I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è soltanto la loro ombra
Che trema nel buio
Suscitando la rabbia dei passanti […]”

Non ho mai dimenticato queste parole, le ho tenute accanto e le ho nutrite per farle crescere e coglierne il significato, il mio, quello che rappresentano nella mia immaginazione. Mi piace l’idea di non esserci per nessuno, di immergersi al punto di andare oltre per superare gli inconvenienti della quotidianità. Un gesto di amore e di unione è così forte da fare scatenare la rabbia di quei passanti che si lasciano travolgere dall’amarezza e dal dolore. Anche questo fa parte della nostra vita ma I ragazzi che si baciano in piedi mi ricordano che c’è anche l’altra metà, quella cosparsa di bellezza e di meraviglia.

Mentre cammino e incontro qualcuno che lo fa sono felice. Sono un passante e la scena mi strappa un sorriso ringrazio chi ha il coraggio di baciarsi in piedi e spero che sempre più persone, a tutte le età, decidano di farlo.

*Nota: Jacques Prevert “I ragazzi che si amano”.
Nell’immagine un fotogramma tratto dal film “Colazione da Tiffany”.

Le ho mandato un biglietto

Si parla spesso degli smartphone e di come si innestino nella nostra vita, portando cambiamenti alle abitudini e alle relazioni sociali. Ci si lamenta delle “appendici” che modificano la nostra postura e rompono costantemente il livello di attenzione. C’è chi fa delle battaglie per metterli al bando, come si faceva una volta con una certa letteratura, io credo che sia l’uomo a scegliere. Tocca a noi trovare un punto di equilibrio sfruttando il buono e contenendo ciò che può causare danni.
La mia amica L. usa ancora il termine biglietto. Ne parla quando mi spiega di avere scritto qualcosa a qualcuno, lo dice ad esempio per citare il ringraziamento per un dono o per un invito, per la comunicazione di certe notizie, quelle che vanno date a titolo informativo; utilizza il biglietto anche per riprendere contatto con qualcuno che non vede da un po’ di tempo.
La prima volta avevo immaginato quei cartoncini color avorio chiusi in piccole buste, la vedevo alle prese con la stilografica e la carta assorbente. La mia mente è arrivata fino a Jane Austen e al maggiordomo che, con il vassoio d’argento, porgeva un biglietto chiuso con la ceralacca. Più tardi, quando L. mi chiese se avevo ricevuto il suo biglietto, capii che la corrispondenza avveniva tramite email.
Ho trovato nel suo biglietto un punto di equilibrio, la consapevolezza dell’obiettivo con cui si attiva uno strumento. Non è una semplice email ma è un biglietto, che è diverso da una lettera, perché L. spedisce anche lettere (tramite email) ma sono di altra natura, hanno un diverso scopo e una diversa struttura. L. scrive SMS e messaggi Whatsapp, manda foto e video e ogni tanto si cimenta con il vocale. Non sceglie mai a caso, il messaggino è come un telegramma e il resto è simile a un momento d’intrattenimento, come se ci trovassimo a cena.
Mi fermo spesso a cercare il giusto strumento, ne abbiamo così tanti a disposizione che non è facile districarsi. La soluzione arriva se mi concentro sull’intenzione e sul contenuto. Che cosa voglio dire all’altro? Che emozione voglio scatenare? È più importante la mia o voglio lasciare spazio alla sua?
Ho cominciato anche io a mandare biglietti. Li trovo efficaci perché lasciano tempo: per scriverli con la giusta intenzione e per rispondere dopo avere sentito ed elaborato l’emozione.