Autore: Ratatuia Metropolitana

L’eleganza a Milano

Tram_Carla_Fracci

Il numero Uno. Quello che parte da Greco, nell’area che oggi è definita NO.LO (a nord di Loreto) e raggiunge il Sacco, passando per le vie del centro. In via Manzoni c’è la fermata del Teatro alla Scala ed è lì che una bambina, nei primi anni del dopoguerra milanese, si fermò per la sua prima audizione. La storia potrebbe essere quella di un’allieva qualsiasi, figlia di un tramviere che guidava il numero uno e che sognava di vederla ballare. Invece è quella di una fanciulla che è diventata una spettacolare farfalla e che ha raggiunto l’eccellenza nell’interpretazione di ruoli, come Giselle e Romeo e Giulietta, che ancora oggi ricordiamo per l’intensità che ha riempito le sue movenze. Quella ballerina si chiama Carla Fracci e la sua città le ha dedicato il numero uno. Quando ho appreso la notizia ho pensato che mai gesto fu più azzeccato, c’è tutto dentro a questa azione e forse, per chi non vive a Milano, non è semplice da cogliere. Eleganza è la parola che trovo più vicina, è il termine che racchiude la grazia, la semplicità, l’equilibrio ma anche la misura, quella di un lavoro costante fatto con dedizione, anelato non per la ricerca di riconoscimento ma perché si crede.
Immagino una fanciulla che, nei pomeriggi d’inverno, quando fa buio presto e l’aria fredda punge le guance, scenderà dal numero uno e camminerà verso il teatro con il suo zaino pieno di sogni.

Il sapore

“Cucinare è prendersi cura.” Me lo ha detto il mio amico E. quando gli ho raccontato l’ultima ricetta che avevo elaborato. Mi sono interrogata sul mio desiderio di cucinare, ho pensato ai piatti che ho voglia di preparare e di gustare. Ho compreso che ci sono due momenti differenti: quello del ricordo e quello della scoperta.
Il ricordo è ricerca di sapori famigliari, attraverso una ricetta ereditata da mia nonna ritorno a indugiare nella mia infanzia. Mentre cucino ritrovo gli spazi della sua grande casa, i profumi delle mattine d’estate, rivedo i suoi capelli grigi ondulati e l’immancabile rossetto rosso sulle labbra. Quando assaporo sento il suo abbraccio. Non è semplice arrivare al suo sapore, è un costante avvicinamento. Cucino, assaggio e mi dico che manca ancora qualcosa, mi do appuntamento alla volta successiva e ci riprovo. Mi convinco che fosse meglio il risultato precedente e programmo di tentare di nuovo. Vorrei farlo in una sera d’inverno, vorrei che ci fosse una stufa a legna, come quella che aveva lei.
Poi arriva il giorno della scoperta, penso a un ingrediente e immagino quale sia il modo migliore per catturare il suo gusto. Penso agli abbinamenti, mi chiedo con che cosa potrà trovarsi in armonia. Nasce una ricetta, sono in un ambiente nuovo, che posso scoprire attraverso quel sapore creato da me. Mi riconosco.
Che sia ricordo o scoperta, amo condividere i miei sapori con le persone a cui voglio bene. Mentre preparo un piatto per gli altri, spero che possano alimentarsi, che quel gusto a me caro possa arricchire i loro palati con emozioni e desiderio di esplorare.
Cucinare è come affrontare un viaggio, mi affido ai sensi e inizio il cammino, posso scegliere una nuova meta o andare verso un posto che conosco. Sarà in ogni caso una scoperta perché io sarò cambiata, e nel progressivo avvicinamento al sapore famigliare troverò il punto che è diventato per me ragione, mentre nel nuovo sapore incontrerò un gusto che alimenterà la mia consapevolezza.
Ripenso all’idea di prendersi cura e credo che la cucina, e la ricerca del sapore, ci aiuti a prenderci cura di noi stessi e degli altri. Così come nel viaggio, anche a tavola la partecipazione è un ingrediente che porta piacere.

Nell’immagine La tavola imbandita, Henri Matisse