Autore: Ratatuia Metropolitana

Il melone

Il mio fruttivendolo di fiducia sta per chiudere, siamo ad inizio agosto e attende le meritate vacanze. Mi accoglie con il sorriso, come sempre, e quando gli chiedo il melone, quello buono che solo lui, con grande attenzione, è in grado di procurare, mi dice che è finito.
Ci resto male perché il melone fa estate. Quello giallo retato che profuma e che mi porta dritta verso le melonaie della mia Emilia. Mentre lo mangio penso ai carretti a bordo strada nel caldo di agosto, alle signore giunoniche con il grembiule e il ventaglio che si riparano sotto ad un ombrellone bianco e rosso. Ricordo mia madre che fermava l’auto a bordo strada e che ne annusava almeno dieci prima di scegliere quello buono.
Mi butto sulle pesche noci, ce ne sono ancora tante e mi convinco che mi possono dare soddisfazione. C’è un signore che sta pagando il conto, è stato servito poco prima di me. Si ferma e chiede di levare il melone dal suo sacchetto.
“Per lei.” Mi dice.
Mostro stupore e fatico a comprendere. Il mio fruttivendolo di fiducia mi rincuora spiegandomi che quel signore aveva preso l’ultimo melone e che ha deciso di darlo a me.
“È sicuro?” Gli chiedo.
“Certo. Ho tante altre cose.”
Ritrovo il sorriso e lo ringrazio come se quell’uomo mi avesse donato una pepita d’oro.

Sulla via del ritorno mi rendo conto che siamo impreparati di fronte ad un semplice gesto di gentilezza, rimaniamo stupiti, quasi increduli. Sarebbe bello se tutti lo facessero, se fossimo abituati a viverlo come la normalità. In fondo è gratis, essere gentili non costa nulla ma ripaga con una moneta molto preziosa.

Il ragù della bassa

Quando preparo il ragù, quello con la ricetta originale della mia nonna, penso a lei e ricordo un pezzo della mia infanzia.

Gli ingredienti segreti me li hai confessati tardi, verso la fine, quando avevi capito che era giusto passare il testimone.
Ricordo che andavo nella dispensa di nascosto, sapevo che avevi depositato là il pentolone, mi portavo un pezzo di pane, aprivo il coperchio e intingevo la mollica fino a quando non si riempiva di sugo e di pezzetti di carne. Stavo al buio per non farmi scoprire ma regolarmente mi cadeva una goccia sulla maglietta e quando tornavo in soggiorno te ne accorgevi.
“Hai assaggiato il ragù?” Mi dicevi.
Facevo l’indifferente ma poi mi facevi segno di guardare giù sullo stomaco e vedevo le gocce arancioni di olio e pomodoro.
“Nonna, mi sono macchiata.” Ti dicevo.
“Vai a cambiarti e la prossima volta accendi la luce.”
In casa il ragù c’era sempre, lo preparavi ogni settimana e si mangiava quasi ogni giorno. Credo che fosse per la questione della guerra. Il nonno non sopportava di mangiare la pasta al pomodoro, diceva che era cibo per poveri, noi la carne la potevamo comprare, per questo ti chiedeva di fare il ragù. Lui amava le tagliatelle, tu invece preferivi i maccheroni, per non litigare chiedevi a me ma io stavo con il nonno. Continua a leggere.