Pensare

Cattura qualche spunto per una riflessione

Il trucco

“Aspetta, metto gli occhiali.” Il mio amico G. lo disse mentre infilava le lenti scure di una montatura in voga nei primi anni novanta e diventata iconografica.
“Non sono miei.” Aggiunse G. dopo essersi messo comodo sulla sedia.
“Li ho rubati a lui.” Lo disse indicando il nostro amico A. che stava parlando al telefono.
“Puoi ripetere?” Me lo chiese G., voleva che gli facessi di nuovo la domanda o forse voleva avere ancora un po’ di tempo per trovare la risposta.
“Sei felice?” Gli chiesi io mentre tenevo in mano il bicchiere con il prosecco.
Non ci vedevamo da tempo, ci eravamo incrociati, avevamo fatto chiacchiere di lavoro al telefono ma non avevamo mai parlato. Io lo vedevo felice, aveva un’aria di pace e volevo sapere il trucco.
“Dalla.” Disse G. “È questo il trucco. Dalla sempre, con chiunque.” Proseguì dietro agli occhiali.
Rimasi a pensare per qualche istante. Sapevo che il significato era diverso da quello che s’intendeva al liceo.
“Vuoi dire che è bello fare qualcosa per gli altri?” Chiesi io.
“Voglio dire darsi, donarsi, pensare all’altro prima che a te. Sei disposta?”
“È bello?” Chiesi a G.; volli approfondire, mi fece degli esempi. Mi parlò dei tre figli, della moglie, dei suoceri e aggiunse qualcun altro nella lista. Parlò di persone estranee, di quelle che incontrava al bar al mattino o sul treno a fine giornata.
“Ridammi i miei occhiali.” Urlò A. dopo avere finito la sua telefonata.
G. tolse le lenti nere, vidi gli occhi sinceri, sorrise e ricordai quello che mi mostrò quindici anni prima,  quando ci presentammo.
“Sono un pezzo raro, hanno più di vent’anni.” Disse A. prendendo gli occhiali e poggiandoli sulla testa.
Ci alzammo in piedi e andammo verso il tavolo dove gli amici ci aspettavano per cena.
“Ci vuole consapevolezza?” Chiesi a G.
“Per darla?” Mi chiese lui.
“Credo che sia necessario farlo con volontà.” Precisai io.
“L’importante è fare qualcosa per gli altri. Hai mai visto come sono felici?” Mi disse G.
Ripensai alle volte in cui avevo ceduto o a quando avevo fatto una sorpresa; avevo visto la gioia nell’altro, mi piaceva quella sensazione.

Nella foto: Marcello Mastroianni nel film 8 ½.

Gioca con le carte che hai

“A volte la vorresti fare semplice.” Mi dice la mia amica S.
“Troppi interlocutori? Gente che si siede al tavolo senza sapere perché è lì? Nessuno che ha le leve per decidere?” Continuo io.
“Esatto. Un film che vedo ogni giorno. È un progetto critico e vorrei un gruppo di lavoro diverso.” Risponde lei.
“Dove sarebbe il divertimento?” Le dico io.
S. ride, guarda in alto e mi racconta che quando si trova in difficoltà pensa a quello che le diceva sua nonna.
“Gioca con le carte che hai.”
“Ti diceva questo?” Le chiedo io.
“Me lo ripeteva spesso.” Risponde S.
Sembra banale ma è necessario esserne consapevoli. In alcune situazioni non possiamo cambiare gli elementi ma possiamo creare valore con quello che abbiamo. È come se dovessimo preparare la cena utilizzando solo quello che c’è nel frigorifero, vi è capitato? A volte i risultati sono strepitosi.
Ci sono occasioni in cui è possibile rinnovare qualche elemento; giocando a poker c’è l’opportunità di cambiare le carte; i supermercati sono aperti fino a tardi e si può comprare qualcosa per arricchire la nostra cena. Serve? È necessario? Dipende da noi, più ci sono chiari gli elementi che influenzano la scelta, più riusciamo a indirizzare il risultato del gioco. Un altro fattore rilevante è il tempo, quanto ne abbiamo a disposizione? Essendo il tempo un concetto finito spesso è il motore della scelta.
“Quanto dura una partita?” Chiedo a S.
“Dipende dal gioco.” Risponde lei.
Gioca con le carte che hai nell’ambito di quella specifica partita, credo che fosse questo il punto. Se iniziamo da capo tutte le carte si mescolano, un po’ come nella vita.