Pensare

Cattura qualche spunto per una riflessione

Creare spazio

Creare_spazio“La vita è lunga.” È la risposta che mi ha dato la mia amica S., me l’ha detto con certezza serafica quando mi sono complimentata con lei per la sua capacità di avere degli spazi vuoti, sugli scaffali e all’interno dei mobili della sua abitazione.
Ho avuto modo di vivere a casa della mia amica per qualche giorno, lei era partita e io avevo bisogno di un appoggio temporaneo. Mi sono trasferita e, in uno spazio non mio, ho dovuto cercare le cose. Ho aperto la dispensa, ho trovato quello che mi serviva, tutto era sistemato perfettamente e ricopriva la metà dello spazio disponibile. All’interno di un mobile che ha tre scaffali solo due erano occupati, il terzo era vuoto, in attesa. Lo stesso vale per l’armadio, pieno solo a tre quarti, con un’area pronta ad accogliere ciò che verrà. Anche la libreria, che veste un’intera parete, era organizzata con equilibrio tra l’archivio di ciò che è stato e aree pronte per ospitare il futuro.
Ho pensato alla mia libreria, satura, spesso a causa di oggetti dei quali non sono mai stata padrona e che, per pigrizia, ho rinunciato a smaltire. L’ho fatto. Ho creato spazio. È stato un lavoro impegnativo ma mi ha portato una grande soddisfazione e, mentre componevo il nuovo ambiente, mi sono resa conto che la mia attenzione è andata sul vuoto e non più sul pieno, come mi capitava un tempo. Ho volutamente cercato di dare spazio al vuoto, a ciò che potrà esserci, a quello che arriverà solo nel momento in cui avrò la giusta predisposizione per accoglierlo.
Mi è venuto in mente un quadro di Piet Mondrian, uno dei tanti dipinti composti da rettangoli colorati intervallati da quelli bianchi. Lascio agli esperti la spiegazione didattica, io mi accontento di condividere il senso che ci ho trovato, quello che è stato utile per me e che risiede in quel bianco. È quello ciò che più importa, un’area pronta a ospitare, uno spazio candido nel quale dipingere ciò che desidero.

Nell’immagine una riproduzione ispirata a una delle composizioni di Piet Mondrian.

L’eleganza a Milano

Tram_Carla_Fracci

Il numero Uno. Quello che parte da Greco, nell’area che oggi è definita NO.LO (a nord di Loreto) e raggiunge il Sacco, passando per le vie del centro. In via Manzoni c’è la fermata del Teatro alla Scala ed è lì che una bambina, nei primi anni del dopoguerra milanese, si fermò per la sua prima audizione. La storia potrebbe essere quella di un’allieva qualsiasi, figlia di un tramviere che guidava il numero uno e che sognava di vederla ballare. Invece è quella di una fanciulla che è diventata una spettacolare farfalla e che ha raggiunto l’eccellenza nell’interpretazione di ruoli, come Giselle e Romeo e Giulietta, che ancora oggi ricordiamo per l’intensità che ha riempito le sue movenze. Quella ballerina si chiama Carla Fracci e la sua città le ha dedicato il numero uno. Quando ho appreso la notizia ho pensato che mai gesto fu più azzeccato, c’è tutto dentro a questa azione e forse, per chi non vive a Milano, non è semplice da cogliere. Eleganza è la parola che trovo più vicina, è il termine che racchiude la grazia, la semplicità, l’equilibrio ma anche la misura, quella di un lavoro costante fatto con dedizione, anelato non per la ricerca di riconoscimento ma perché si crede.
Immagino una fanciulla che, nei pomeriggi d’inverno, quando fa buio presto e l’aria fredda punge le guance, scenderà dal numero uno e camminerà verso il teatro con il suo zaino pieno di sogni.