Infanzia

Memoria concava

Memoria ConcavaC’è un luogo, in cui ogni tanto mi rifugio, pieno di caramelle e di lustrini e di rosa e di fucsia. Trovo la madreperla dello smalto che mia nonna mi metteva di nascosto: «non farti vedere dalla mamma che s’arrabbia!», sussurrava mentre soffiava per farlo asciugare.
È il posto in cui saltellavo sugli zoccoletti, che avevano un filo di tacco, e scendevo velocemente le scale per ascoltarne il rumore, che mi faceva immaginare grande. Avevo ricevuto in dono un registratore color carta da zucchero. Aveva le dimensioni di un libro ma era dotato di una tracolla che mi consentiva di portarlo sulla spalla, come una borsetta, come una reporter che girava il mondo per intervistare i personaggi famosi. Mia nonna era la più famosa, la più richiesta, perché di storie da raccontare ne aveva tante. Avevo scoperto un nascondiglio segreto nel doppio fondo di una cassettiera, lei sapeva che io sapevo, ma non mi fermava, e io leggevo indisturbata. Carta ingiallita piena di parole d’amore e di desiderio scritte nei giorni della guerra, quando mio nonno era imbarcato e – come ha sempre sottolineato lei – non si sapeva se sarebbe mai tornato.
Un milione di volte le avrò chiesto di raccontarmi il momento del ritorno. L’ho imparato così bene che l’ho vissuto, c’ero anche io nel giorno in cui lei aveva indossato il suo vestito migliore, si era spazzolata i capelli ed era andata dritta verso il centro del paese. Qualcuno le aveva detto che era arrivato un marinaio e lei, senza esitazione, aveva saputo che era suo marito.
Caramelle, lustrini e tanto rosa vivono nel luogo della mia memoria. Un’area sconfinata in cui l’inventario è sempre in corso, dove i personaggi arrivano, si siedono a tavola, sorridono. Un posto all’aperto dove l’erba è verde e i fiori sbocciano. Che scrigno prezioso la memoria. L’ho pensato proprio l’altro giorno quando mi sono imbattuta su qualche frase di Jorge Luis Borges in cui, parlando dell’Islanda[1] ci dice: [Cit] …Islanda della gran memoria concava che non è nostalgia. La memoria concava raccoglie, contiene, conserva. C’è tutto dentro, c’è il vissuto ma anche l’immaginato. Ci sono i fatti accaduti e c’è la mediazione delle emozioni che li mitiga, li lavora, li plasma. La vivacità di un sentimento viaggia dal passato e, in meno di un lampo, è nel futuro dell’oggi, varcando i confini di ogni ipotetica barriera. Si siede alla nostra tavola, sul sofà a sorseggiare un tè, sul cuscino ad augurarci la buona notte.

Nei passi di Borges c’è sempre (per me) un tocco speciale, è una specie di risveglio, mi basta una sua parola per dirmi: Ma certo! È questo.
I grandi maestri ci aiutano a nominare le cose e, una volta nominate, le viviamo con consapevolezza. Memoria concava che non è nostalgia. Non desidero ritornare ai miei zoccoletti, ma sono felice di ricordare quel tempo che è stato mio e mi dà oggi ragione di chi sono. Caramelle, tanto rosa e soprattutto fucsia, sono dentro di me e ogni tanto li ritrovo, piccoli promemoria, inevitabili portatori di sorriso.

Nell’immagine: Pierre-Auguste Renoir, Reading the part (1874-1876).

 

[1] Islanda di Jorge Luis Borges da Storia della notte – Piccola biblioteca Adelphi 775

Lasciare andare le cose

BascoCredo che non sia facile trovare il tipo di cappello che più ci sta bene, quello con cui ci sentiamo a nostro agio; io mi trovo bene con il basco. Mia madre me lo metteva da piccola, ricordo che me ne comprava uno per ogni colore e amava farmelo indossare in tinta con la tonalità del vestito che sceglieva per me. Crescendo, e dovendomi difendere dal freddo e dalla pioggia, ho continuato a indossare quel tipo di cappello, forse per abitudine o forse per affezione. Tra quelli che ho ce n’è uno che mi piace più degli altri, ha la giusta larghezza e mi sta comodo, ha un colore neutro che posso mettere con tutto, è caldo, copre molto bene la fronte e me lo regalò una persona per me importante.
Qualche giorno fa l’ho perso, non so come sia accaduto, prima era nella mia borsa e poi non c’era più. Il mio basco preferito deve essere caduto per strada e, nonostante abbia provato a cercarlo ripercorrendo a ritroso il tragitto, è come se l’asfalto l’avesse inghiottito, volatilizzato, mangiato da qualcuno che passava, preso dagli alieni, non so. Scomparso. Sono tornata a casa e ho cercato di farmene una ragione, ho pensato che un altro basco simile a quello lo troverò da qualche parte prima o poi.
Il vero punto però è che quel basco non ci sarà più e a questo è difficile abituarmi. Ho la tendenza a restare attaccata alle cose perché le cose mi ricordano le persone e, quando le persone non ci sono più, ho la sensazione che le cose mi permettano di restare in contatto con loro. Devo provare a cambiare punto di vista, in fondo il contatto può avvenire anche in modo diretto, pensando con amore a chi se n’è andato. Voglio riuscire a lasciare andare le cose.

Nell’immagine: La sciarpa blu di Tamara de Lempicka, 1930.