Sull’amore

«Ti giuro che ad un certo punto mi sono estraniata. Eppure, sono una persona che sa essere focalizzata. Ma non ce l’ho fatta, ero già a pensare a ciò che dovevo fare nelle ore successive, non vedevo l’ora di andarmene. È che dopo vent’anni le cose che diceva erano le stesse, le conoscevo a memoria».

Me l’ha detto la mia amica S. mentre mi raccontava dell’incontro con il suo grande amore. L’aveva contattata lui, dopo vent’anni di silenzio e, sedute al nostro tavolino, ci stavamo chiedendo il perché.
Io lo conoscevo molto bene, poiché ero vicina a S. durante lo struggimento. Ero insieme a lei prima della fine, le sono stata accanto anche nel mentre, nei giorni di amore folle. Ha fatto lo stesso S. con me. Quindi entrambe sappiamo.
Non c’è stato bisogno di parlare, ci siamo guardate e abbiamo detto insieme:
«Si somigliano».
In verità i due uomini a cui alludevamo non si somigliano per niente, ma si somiglia il genere di amore folle che ci ha attraversate, in una età giovane della vita, quella in cui – secondo Italo Calvinouno si crede incompleto [Cit.].
Abbiamo ricordato la nostra follia. Appostamenti, inseguimenti, umiliazioni, notti insonni e lacrime, quante lacrime. C’erano anche i momenti di gioia immensa, li custodiamo, ma erano così instabili: su verso le stelle e, dopo un’istante, giù nella profondità della terra. Devastate.
Mi capita di ripensare a quel male là, lo ricordo bene anche se è passato. Sono successi vent’anni di vita, altri amori, esperienze.
«Abbiamo camminato».
Lo dico a S. che mi chiede come sia possibile non provare più nulla per chi era stato il sole. Riflettendoci, qualcosa ancora si prova, è la speranza che del bene accompagni colui che è stato quel sole; anche questo è amore.
«Dici che si tratta di quel dolore che ti sarà utile di cui molti parlano?» Mi chiede S.
Io non lo so. Ma credo che sia stato un motore, ci ha fatto capire che cosa volere e soprattutto chi volevamo essere. Erano gli anni in cui rivolgevamo l’amore verso qualcuno e mai verso noi stesse. Credevamo che l’altro avesse il potere di farci esistere e non sapevamo che eravamo noi le padrone della nostra esistenza.

Ci è servito quell’amore per maturare come serve il sole per fare di un seme un succulento e gustoso frutto.
Continuiamo a essere in cammino, adulti con tante ferite, più o meno guarite. Ma ciò che comincia a completarci, nell’adultità, è imparare a essere pieni di amore per ciò che esiste: cielo, stelle, sole, acqua, vita e creature tutte.

Nell’immagine: Roy Lichtenstein, Il bacio, 1962

Silenzio

Al mattino presto il cortile è silenzioso. Apro la finestra e ascolto, non sento niente. Non ci sono rumori in lontananza, neppure il cigolio del tram, neppure il camion della spazzatura. È silenzio. Ogni tanto vive nel silenzio un cinguettio o il fruscio di foglie dondolate dal vento. Ma è un silenzio pieno, rotondo, accogliente. Contiene i miei pensieri, li custodisce, e ospita i sogni dei dormienti. Io guardo dalla finestra e immagino, mentre attendo di scoprire il primo che si sveglierà. È un tempo che voglio fare durare, è uno spazio solo mio che difendo e coltivo. Non so dire quando è iniziato il piacere di questo momento, forse un giorno per caso, quella volta in cui capii che, anche in un palazzo in pieno centro, in una città caotica e trafficata, poteva esistere uno spazio muto. È stata la volta in cui non ne ho avuto paura.

Non significa che la paura del silenzio sia scomparsa, l’horror vacui è una bolletta della luce dimenticata e se non paghi staccano la corrente, ma c’è stato un momento in cui ho capito che potevo affrontarla, guardarla in faccia, scambiarci due chiacchiere davanti a una tazza di tè.
Rileggendo qualche appunto, ho recuperato una frase di Blaise Pascal, il quale sosteneva che l’infelicità degli uomini proviene dal non sapere restare tranquilli in una stanza [Cit.], le sue parole sono diventate concrete ascoltando qualche testimonianza. Si tratta di quelle situazioni in cui c’è un tema che frulla per la testa e, inevitabilmente, intorno tanti ne parlano. Si dice che attiriamo ciò che pensiamo, negli ultimi giorni mi è capitato e colgo l’occasione per andare a fondo, per quello che mi riesce, di questa riflessione.

Vivere il silenzio permette di conoscersi. Soli in quella stanza, tranquilli, ossia senza distrazioni – telefono, lavatrici da programmare, piani da sviluppare – possiamo sentire la nostra musica, apprezzarla o cambiarla, qualora ci risulti stonata.
È un’opportunità sempre possibile, è una caratteristica dell’essere umano e, se siamo umani, è nostra facoltà dare spazio alla sinfonia che ci abita. Bastano cinque minuti, non è detto che si debba stare dentro al silenzio per ore, almeno all’inizio, si può fare un passo molto piccolo e dedicare un minuto che poi diventa doppio e cresce, perché crescerà sempre, visto che il percorso – come suggerisce Pascal – è un antidoto all’infelicità.

Nell’immagine: René Magritte, Le Beau Monde, 1962