Il piano di viaggio


La prima volta ho usato la Lonely. Mi ero recata in libreria, avevo esaminato gli scaffali nel settore dedicato ai viaggi e, tra tutte le guide sulla Costa Rica, scelsi la Lonely Planet nella versione inglese. Questo trucco me lo aveva insegnato un maestro del viaggio.
“Se hai bisogno di chiedere informazioni” diceva con la voce sicura di chi ci era già passato, “fai vedere la pagina. La gente parla di più l’inglese che l’italiano, ti potranno aiutare.”
La Lonely diventò la mia compagna di viaggio, del primo e degli altri che vennero.
L’avventura aveva inizio mesi prima della partenza, nel giorno in cui acquistavo la Lonely. Studiavo la guida, sottolineavo, mettevo post it, e iniziavo a scrivere su un foglio bianco l’itinerario. Mi confrontavo con il compagno di viaggio, vagliavamo insieme le alternative e avevamo cura di inserire sul foglio i Play around, che nel nostro gergo erano momenti ameni, o forse qualcosa in più: lasciarsi andare, perdersi, abbandonarsi all’imprevisto che porta con sé la meraviglia.
Il mio piacere per il viaggio è nato così, da una partenza anticipata che mi consente, ancora oggi, di vivere l’esperienza nella mia immaginazione. È quasi come leggere un libro avendo l’opportunità di atterrare nelle pagine e di chiacchierare con i personaggi. Sono pensieri e immagini che, una volta arrivata sul luogo, si materializzano. Si misura così l’aspettativa. Si sente il luogo, si vive l’esperienza. Ma, soprattutto, s’improvvisa. Compongo l’itinerario avendo cura di evidenziare I must, ciò che non si può perdere se si va in quel luogo, ma, ogni tanto, decido di lasciare indietro qualcosa per dare la priorità a un Paly around.
Rileggendo Thoreau[1], ho trovato la definizione di vagabondo. In verità lo scrittore ne propone un paio: la prima intende colui che, nel Medioevo, percorreva il Paese facendo l’elemosina con il pretesto di recarsi in Terra Santa; la seconda allude a coloro che sono senza terra, ossia che non appartengono a nessun luogo e, forse proprio per questo, si sentono a casa propria in ogni luogo. Nella prima definizione il vagabondo deriva dal termine Sainte-Terre, nel secondo caso da sans terre. L’arte di Camminare, secondo Thoreau, è fare passeggiate che abbiano il genio del Vagabondare.
Che il significato si basi sulla prima o sulla seconda definizione poco importa, possiamo anzi trovare un’unione fra le due matrici poiché, chi ambisce alla Terra Santa insegue una meta e chi è senza terra una meta l’ha trovata, forse ha trovato la sua Terra Santa, la pace che viene quando si raggiunge un equilibrio che sta dentro, e non fuori.
Il viaggio è per me un’occasione per Camminare, per racchiudere in pochi giorni: esperienze, scoperte, meraviglie, conoscenza. Progetto, pianifico, immagino. Lo faccio per prepararmi, per attivare i miei sensori (e i miei sensi) e predispormi. Ma lo faccio anche perché fa parte del mio carattere, mi fa sentire tranquilla l’idea di avere una traccia e mi aiuta a esercitarmi a lasciarmi andare all’improvvisazione. Senza piano che gusto ci sarebbe a non seguire il piano?

 

Nell’immagine: Ricardo López Cabrera, Coppia nello scompartimento di un treno, 1895

 

[1] Rif. Henry David Thoreau, Camminare. SE – Piccola Enciclopedia

Memoria concava

Memoria ConcavaC’è un luogo, in cui ogni tanto mi rifugio, pieno di caramelle e di lustrini e di rosa e di fucsia. Trovo la madreperla dello smalto che mia nonna mi metteva di nascosto: «non farti vedere dalla mamma che s’arrabbia!», sussurrava mentre soffiava per farlo asciugare.
È il posto in cui saltellavo sugli zoccoletti, che avevano un filo di tacco, e scendevo velocemente le scale per ascoltarne il rumore, che mi faceva immaginare grande. Avevo ricevuto in dono un registratore color carta da zucchero. Aveva le dimensioni di un libro ma era dotato di una tracolla che mi consentiva di portarlo sulla spalla, come una borsetta, come una reporter che girava il mondo per intervistare i personaggi famosi. Mia nonna era la più famosa, la più richiesta, perché di storie da raccontare ne aveva tante. Avevo scoperto un nascondiglio segreto nel doppio fondo di una cassettiera, lei sapeva che io sapevo, ma non mi fermava, e io leggevo indisturbata. Carta ingiallita piena di parole d’amore e di desiderio scritte nei giorni della guerra, quando mio nonno era imbarcato e – come ha sempre sottolineato lei – non si sapeva se sarebbe mai tornato.
Un milione di volte le avrò chiesto di raccontarmi il momento del ritorno. L’ho imparato così bene che l’ho vissuto, c’ero anche io nel giorno in cui lei aveva indossato il suo vestito migliore, si era spazzolata i capelli ed era andata dritta verso il centro del paese. Qualcuno le aveva detto che era arrivato un marinaio e lei, senza esitazione, aveva saputo che era suo marito.
Caramelle, lustrini e tanto rosa vivono nel luogo della mia memoria. Un’area sconfinata in cui l’inventario è sempre in corso, dove i personaggi arrivano, si siedono a tavola, sorridono. Un posto all’aperto dove l’erba è verde e i fiori sbocciano. Che scrigno prezioso la memoria. L’ho pensato proprio l’altro giorno quando mi sono imbattuta su qualche frase di Jorge Luis Borges in cui, parlando dell’Islanda[1] ci dice: [Cit] …Islanda della gran memoria concava che non è nostalgia. La memoria concava raccoglie, contiene, conserva. C’è tutto dentro, c’è il vissuto ma anche l’immaginato. Ci sono i fatti accaduti e c’è la mediazione delle emozioni che li mitiga, li lavora, li plasma. La vivacità di un sentimento viaggia dal passato e, in meno di un lampo, è nel futuro dell’oggi, varcando i confini di ogni ipotetica barriera. Si siede alla nostra tavola, sul sofà a sorseggiare un tè, sul cuscino ad augurarci la buona notte.

Nei passi di Borges c’è sempre (per me) un tocco speciale, è una specie di risveglio, mi basta una sua parola per dirmi: Ma certo! È questo.
I grandi maestri ci aiutano a nominare le cose e, una volta nominate, le viviamo con consapevolezza. Memoria concava che non è nostalgia. Non desidero ritornare ai miei zoccoletti, ma sono felice di ricordare quel tempo che è stato mio e mi dà oggi ragione di chi sono. Caramelle, tanto rosa e soprattutto fucsia, sono dentro di me e ogni tanto li ritrovo, piccoli promemoria, inevitabili portatori di sorriso.

Nell’immagine: Pierre-Auguste Renoir, Reading the part (1874-1876).

 

[1] Islanda di Jorge Luis Borges da Storia della notte – Piccola biblioteca Adelphi 775