Vibrazioni

“Dipende da te o dall’altro?” Me lo ha chiesto la mia amica P. riferendosi ad una terza persona che ci girava intorno e che entrambe cercavamo di evitare.
“Deve essere una questione di vibrazioni.” Ho risposto io mentre mi spostavo dall’altro capo della stanza in cui stavamo cenando.
P. mi aveva trascinata a un aperitivo (o apericena come molti lo chiamavano) che aveva lo scopo di promuovere non so più cosa. Per caso, o forse no, avevamo incontrato T. con cui io avevo un rapporto di cortesia, solo perché lei era amica di P., e facevo in modo limitare il tempo del dialogo.
“Allora ho vibrazioni disarmoniche.” Ha detto P.
“Pensavo foste amiche.” Ho detto io.
“Lo credevo, però negli ultimi tempi me ne ha combinate due o tre. Non mi posso fidare di lei. Ride e poi parla male di te agli altri.” Ha risposto P.
“La trovo opportunista e calcolatrice.” Ho detto. Me lo ero permessa, avrei voluto parlarle da tempo ma ero convinta che fossero amiche.
“Questione vibratoria.” Ha detto P. mentre mi seguiva verso il fondo della stanza. Ci eravamo ritagliate un angolo cieco in cui T. non ci avrebbe visto.
La serata è stata piacevole, ce ne siamo andate presto e abbiamo passeggiato per il centro, ci siamo fermate ad ammirare “Il Quarto Stato” e come ogni volta ci siamo chieste se la gente lo sa che si può entrare al Museo solo per vedere quella meraviglia.
Sono le vibrazioni. Con alcune persone si cavalca un moto vibratorio cosparso di similitudini; è come ad un concerto, dove strumenti diversi suonano lo stesso pezzo con armonia. Fra le persone accade qualcosa di simile, lo immagino come quando si prepara la besciamella; si cerca la cremosità evitando di formare grumi.
Un percorso liscio, senza dissonanze fra individui.
“Tu le senti le vibrazioni?” Mi ha chiesto P. prima di salutarmi.
“Sì.”
“E come sono?:”
“Immagina un pezzo di Chopin, oppure la besciamella.” Ho detto io.
P. mi ha abbracciata, le sue vibrazioni sono buone, quasi come un piatto di lasagne nella giornata di Natale.

Il tempo sgombro

Si tratta di minuti. Ci si trova in un intermezzo al di fuori delle proprie abitudini; non si è collocati, si va in libertà. È quel tempo che rimane, si può creare per un disguido oppure per una decisione presa con consapevolezza. Non si rientra nel programma, il piano è stato rivisto. A me capita nei pressi della cena che, anche se non ha un orario stabilito, ha delle sue regole condivise e può iniziare in un intervallo che dura dalle sette alle nove di sera, o nei suoi dintorni. Ci si trova in giro, si passeggia senza fretta e si osserva. Dipendo da un’abitudine? Me lo sono chiesta perché mi è piaciuto guardarmi intorno; ho osservato i visi delle persone e sembravano allegri. Ho rallentato. Ho aspettato che i semafori fossero verdi prima di attraversare, ho guardato una vetrina mentre ascoltavo le risate di due ragazze che camminavano. Un signore aveva un libro in mano, si è appoggiato alla ringhiera della metropolitana e si è messo a leggere. La luce era buona, il cielo era illuminato dai lampioni e forse un po’ anche dalla luna.
Io mi sono fermata vicino a un albero, stavo in piedi e guardare. Volevo fermarmi e sentire, annusare l’aria e ascoltare il brusio. Cercavo dentro, era come se ci fosse una porticina che aspettava il padrone con la chiave. Questione di minuti. Un tempo aperto, vuoto, che vuole farsi riempire. Dove sta di solito? Non esiste o forse sono io che devo imparare a trovarlo? La deviazione dal percorso noto, l’uscita dal canone praticato con regolarità. Lo posso riempire; potrei trasformare quei pochi minuti in ore da dipanare, ci potrei mettere nuove idee, quelle che arrivano all’improvviso e che si accantonano perché non si ha tempo. Mi figuro la porticina, la immagino di legno scuro con un chiavistello dorato. Sono io il padrone che ha la chiave.