Dividersi il pane

Monsieur Thierry iniziava ad impastare all’alba per preparare le sue baguette, c’erano quelle semplici e quelle con la farina integrale o con i semi di sesamo. Nella zona tutti apprezzavano il pane francese, l’unico che non lo sopportava era il Signor Antonio; da quando quel forestiero aveva aperto il negozio all’angolo opposto, il suo pane comune diventava raffermo dietro ai vetri del bancone. Le signore delle case di ringhiera, quelle che conoscevano l’Antonio da quando era bambino, o le donne che avevano raccolto i complimenti del Carlo, che aveva iniziato a fare il pane per passione, restavano fedeli alla michetta.
Le giovani, o quelle abituate a viaggiare, le belle sciure che parlavano le lingue, loro preferivano abbandonarsi al sogno francese. Quando si poteva uscire liberamente e c’era tanto passaggio sia l’Antonio che Thierry arrivavano comodamente a fine mese. Siamo qui per soddisfare i gusti di tutti, aveva detto il boulanger al prestinaio, e l’Antonio aveva ricordato le parole di suo padre Carlo: la gente avrà sempre bisogno del pane, questo qui è un lavoro sicuro. Lui ci aveva creduto fino al giorno in cui i milanesi furono costretti a stare in casa, serrati dentro per colpa di quel balùrt che attentava alla vita delle persone. L’Antonio aveva diminuito le dosi, era passato alla metà e poi a un terzo ma gli dispiaceva vedere tutto quel pane che, a fine giornata, riempiva la vetrina. A distanza di tre giorni da quella disposizione che imponeva di stare a casa, l’Antonio decise di chiudere. Si prese un periodo di riposo, un tempo per stare in famiglia e per godersi il sole dal suo terrazzino da cui vedeva la fila davanti al negozio di Thierry. La mattina del Venerdì Santo l’Antonio si affacciò e vide la serranda abbassata, Oh Signur, disse alla moglie, sembrava che il forestiero avesse deciso di fare festa, come avrebbero fatto gli abitanti della zona? La Pasqua senza il pane? Antonio andò in laboratorio e si mise al lavoro, aprì la panetteria verso l’ora di pranzo e chiese alla moglie di avvisare le sue clienti. Restarono aperti con orario continuato e Antonio andò avanti a sfornare fino a notte fonda cercando di farsi forza per la doppia del sabato. Fu alla mattina presto, quando le vie erano ancora buie e non c’era nessuno per strada, che Antonio sentì bussare alla porta del laboratorio.
“Posso aiutare?”
Lo chiese Thierry appoggiato allo stipite mentre teneva in mano il suo grembiule.
Antonio aveva la mascherina sul muso e gli occhiali trasparenti, quella bardatura che gli aveva imposto il decreto lo faceva sudare e anche le mani, ricoperte dai guanti di lattice, non andavano veloci come una volta; a lui piaceva sentire la farina sulla pelle, era così che valutava la consistenza e decideva che era pronto per infornare.
“Là.” Disse Antonio indicando il piano di lavoro dove aveva depositato l’impasto per i filoni.
I due lavorarono insieme fino a mezzogiorno poi si sedettero l’uno di fronte all’altro, sui due sgabelli di ferro vicino alla bilancia. Antonio prese la bottiglia d’acqua e diede un bicchiere a Thierry.
“Perché hai chiuso?” Chiese Antonio.
“Avevo bisogno di riposare. Hai fatto anche tu le tue vacanze, o no?”
“Mi potevi avvisare, avrei chiamato il ragazzo.”
“Mi devi insegnare la ricetta.” Disse Thierry mentre prendeva una michetta e la spezzava in due.
“Se te mi dici quella della baguette.” Rispose Antonio mentre prendeva l’altra metà della sua michetta.
“Andrà avanti per molto?” Chiese Thierry.
“Non lo so, l’è un balùrt.”
“Facciamo due settimane a testa?” Propose Thierry e Antonio accettò, si guardarono e suggellarono il patto addentando un pezzo dello stesso pane.

Nell’immagine: Cestino di pane di Salvador Dalì, 1926.

Metamorfosi

La mia casa è diventata un’isola. Non c’è il mare fuori dalla finestra ma potrei immaginarlo, posso credere di trovare il profondo blu al di là del portone, un oceano che mi ripara e mi protegge. Resto all’interno perché posso vivere in un luogo isolato, in un’area incontaminata. Sono lontana dal mondo ma, allo stesso tempo, vicina e lo lascio entrare grazie alle notizie che sento in televisione. Vedo gli amici e i colleghi attraverso le innumerevoli piattaforme; ho una socialità mediata, si definisce distanziamento, perché sembra che i corpi siano pericolosi. Mantenere le debite distanze non significa interrompere le comunicazioni, che spesso diventano più intense, ma trovare nuove forme per parlarsi. Si perde qualche cosa, è come vedere un film in bianco e nero: si colgono le sfumature di grigio ma lo splendore dei colori viene celato. Siamo tutti racchiusi nella nostra isola, che diventa un bozzolo. Ci prepariamo alla metamorfosi? In natura gli insetti restano chiusi nel loro involucro protettivo per giungere a una trasformazione nella forma e nella struttura, da uno stadio larvale si passa alla fase adulta; diventeremo farfalle? In senso più figurato, parlando dell’uomo, la metamorfosi può riguardare il carattere, la condotta, l’atteggiamento e prelude a un’evoluzione. L’uomo sta evolvendo? Forse è questo il passaggio? La Rinascita di cui si è parlato in occasione della settimana pasquale? Penso all’abitudine. Il tempo passa e ci abituiamo a stare nel nostro bozzolo; fatico a ricordare la vita di prima, le immagini sono lontane. Gli abbracci, le risate, bere dallo stesso bicchiere, sussurrare nell’orecchio, tenersi per mano. Usciremo dal bozzolo in fasi diverse e avremo tempi diversi per abituarci alla nuova vita. E i bambini che nascono adesso? Sono già evoluti? Parte integrante del nuovo scenario? Come sarà il dopo ce lo stiamo chiedendo tutti e, come spesso accade, abbiamo difficoltà ad immaginare la nuova forma perché non è stata ancora vissuta e siamo sguarniti di immagini nel nostro archivio mentale. Io mi lascerò guidare dal sentire, dall’insieme di emozioni che ho raccolto e dalla convinzione di volere intraprendere, con coraggio, la strada del cambiamento.

Nell’immagine: Ballo a Bougival di Pierre-Auguste Renoir