Il pozzo veneziano

Sono a Corfù da poco più di ventiquattro ore e ho scoperto una meraviglia che deve essere necessariamente condivisa con chi, come me, ama la buona cucina. Il luogo in cui ho cenato si chiama Pozzo Veneziano (Venetian Well) ed è un ristorante in cui l’amore dello chef Yiannis Vlachos si percepisce in ogni piatto che si gusta.
Potrei parlare della zuppa di zucca con aragosta e funghi, potrei descrivere la prelibatezza del salmone con la maionese di mandarino e la crema di ribes, potrei persino elencare gli ingredienti del dolce a base di malva; non riuscirei a rendere l’idea, sarebbe poco e avrei difficoltà a trasferire la delizia del gusto e la corposità dell’esperienza culinaria. Vi dico che per cenare di nuovo in questo luogo sarei disposta a prendere un volo da Milano, partendo al pomeriggio di un sabato qualsiasi per tornare l’indomani; ho seriamente pensato di organizzare dei voli charter per dei gruppi di appassionati buongustai, ne ho parlato con la simpatica ragazza che ci ha accolto e che non si è risparmiata nell’elargire gentilezza, per tutta la sera, nonostante il locale fosse pieno di commensali.
Sono stata conquistata dall’equilibrio; credo che sia questo il segreto dello chef, oltre alla sua passione innata per ciò che fa. Coraggio di sperimentare, di abbinare, di proporre non con l’idea di stupire ma con la sicurezza di chi conosce e ha voglia di condividere il proprio tesoro con gli altri.

Nota storica. Il ristorante si trova in un antico palazzo voluto da un veneziano ai tempi della dominazione della Serenissima; nel 1690 Antonio Cocchini fece costruire un pozzo all’ingresso dello stabile che doveva servire per supplire alla carenza di acqua. Mi hanno raccontato che lo chef si innamorò di questo posto, nonostante fosse fatiscente e avesse il pavimento che stava sprofondando, lo vide e decise che lì sarebbe sorto il suo ristorante. Questo accadeva circa dieci anni fa, nel quartiere di Corfù che si chiama Campiello.

I soggetti di agosto

Sono rimasta a Milano per una manciata di giorni in più del solito. Ad agosto si parte ma quest’anno ho indugiato e, alla vigilia di Ferragosto, mi trovo ancora in città. Cammino per le strade alla ricerca delle ultime cose per la partenza; ci sono quegli ultimi acquisti, che sembrano una questione di vita o di morte, e che mi portano a correre da una parte all’altra alla ricerca del negoziante eroe ancora aperto. Incrocio le informazioni su Internet e faccio un doppio controllo telefonando, riappendo e mi chiedo se sia davvero fondamentale l’acquisto di quella specifica crema idratante, non potrei prenderne una diversa, si tratta solo di resistere per due settimane, che cosa sarà? Però ho telefonato, ho detto che sarei passata. Decido di andare. Il caldo è meno forte della scorsa settimana, passeggio ma c’è poca gente in giro, vedo persone fuori dall’ordinario. Un signore distinto, con la camicia azzurra abbottonata fino al colletto, passeggia con in mano un bastone di ferro che alla base ha un disco piatto, sembra quell’attrezzo che si utilizza per intercettare il metallo nella sabbia. Cammina sul marciapiede e cerca. Una signora è seduta sulla sedia di legno fuori dal suo negozio, mentre passo mi chiede se voglio della pasta fresca. Mi fermo incuriosita e lei mi spiega che sta chiudendo e ha dei buonissimi ravioli di magro che vanno mangiati in fretta, mi propone uno sconto e io accetto perché mi risolve la cena.
Continuo sulla mia strada e vedo una signora elegante, ha gli occhiali scuri e porta un passeggino, la supero e vedo che sopra ci sono i sacchetti del supermercato, li ha legati per bene per evitare che scivolino.
Finisco i miei giri e mentre torno a casa mi chiama la mia amica M., le faccio un quadro della mia esperienza e lei conferma che ad agosto i soggetti particolari si vedono con facilità.
“C’è meno folla in cui mischiarsi.” Mi dice M.
Credo che abbia ragione ma dalla signora della pasta fresca tornerò anche a settembre, i ravioli erano buoni.