Dove erano le peonie?

Le donne della mia famiglia conoscevano piante e fiori, le coltivavano con facilità e dimestichezza come se quella dote fosse innata. Le stesse qualità ce le aveva la mia amica S. con cui ho condiviso la casa ai tempi dell’università; gestiva il ciclamino con destrezza e aveva la proprietà di fare durare le stelle di Natale per anni, per non parlare del Benjamin che di fronte a lei lussureggiava. Che invidia. Io non ho mai avuto l’attitudine per la flora, mi piace, la osservo incantata e vengo rapita dai colori dei fiori ma non la conosco, sarà per questo che non riesco a gestirla? Mi limito a comprare i fiori recisi, mi piace l’atmosfera che donano all’ambiente e li osservo come se fossero una magia. Conosco le rose, i gigli e i tulipani, sugli altri generi faccio spesso confusione. C’è tutto quel settore che mi porta ad immagini sovrapposte e difficili da decodificare: petunie, primule, begonie, azalee, ortensie. Sono nomi che mancano di concretezza, ci provo ma mi sfuggono. Mi sono chiesta se io fossi assente nei giorni di scuola in cui s’imparano queste cose; ho cercato di capire se si trattasse di un talento, una sorta di predisposizione come per il canto o per la musica, ci ho provato, almeno a conoscerle, ma i risultati sono stati scarsi e ho deciso che fosse meglio stare dalla parte di chi si limita ad ammirare. Che sia come in cucina? C’è chi sa preparare un buon piatto e chi ama degustare.
Poi sono arrivate le peonie. Le ho scoperte a fine aprile quando qualche fioraio timidamente apriva il negozio e proponeva la consegna a domicilio. Sono stata attratta dalla delicatezza del bocciolo e dal profumo poco invadente; non conoscevo il loro nome ma l’ho imparato da una signora che le ha comprate e le ha accolte fra le braccia come se si conoscessero da sempre. Erano bianche e rosa, bellissime ma io amo il rosso. A maggio ho cercato con maggiore convinzione e le ho trovate, di un rosso rubino che incanta. Le ho osservate per una settimana intera, ho fotografato nella mente l’apertura del bocciolo e la loro progressiva trasformazione, una meraviglia che mi ha tenuto compagnia nelle giornate piene di lavoro e di tante altre questioni. Mi bastava alzare lo sguardo e rifugiarmi per alcuni istanti nella loro bellezza. Mi sono chiesta dove fossero le peonie prima di quel momento, eppure esistono da sempre, ne sono certa, ma io non le avevo mai viste. Quante cose non ho visto? Innumerevoli probabilmente ma la peonia ora la conosco e non la dimenticherò, continuerà a riempire il vaso che l’ha accolta, anche quando finirà il suo tempo, anche quando arriverà l’inverno.

Nell’immagine: Albert-Tibulle Furcy De Lavault, Still life of peonies

Cambiare pelle

“Voglio vivere con lentezza.” Lo dichiara la mia amica V. mentre mi esprime la sua difficoltà a riprendere il ritmo di prima.
Fa la libera professionista e ha deciso di accettare meno clienti.
“Ci guadagno in vita.” Continua V. mentre beviamo un caffè da asporto nella caffetteria vicino a casa.
Non lo avevamo mai fatto. Ci frequentiamo da anni, abitiamo a pochi metri ma non avevamo mai pensato di incontrarci al mattino per il caffè. Senza le trasferte sembra che ci sia più tempo, inizio prima del solito ma c’è una fascia oraria, quella che va dalle otto alle nove, in cui posso passeggiare e fermarmi a prendere un caffè in compagnia. Stiamo in piedi, l’una di fronte all’altra con il bicchierino in mano, la ragazza esce e ci invita a sedere su due sedie azzurre che il locale ha posizionato sul marciapiede, è una novità perché quel posto non ha mai avuto un dehors. Sorseggiamo a debita distanza, l’una accanto all’altra, mentre guardiamo la vetrina del negozio di fronte, c’è una gonna che non va più bene per questa stagione. Il posto è chiuso e non sembra che aprirà nel breve periodo, ricordiamo il vestito verde che V. aveva preso la scorsa estate in occasione dei saldi, perché quello è un posto dove entriamo solo quando c’è il cinquanta per cento. Parliamo delle vacanze, è difficile fare progetti. Lei passerà qualche giorno nella casa in montagna, è contenta di averla presa nella stessa regione, mi dice che ne aveva discusso ai tempi con suo marito, lui insisteva per una località che si trova in Piemonte e lei sorride mentre rimarca che le donne hanno un sesto senso per certe decisioni. Le dico che non ho piani, confesso che non mi dispiace l’idea di restare in città, ne potrei approfittare per fare qualche lavoro in casa, quelle cose che rimando da troppo tempo, come ad esempio cambiare il rivestimento dei divani o dipingere di rosso le pareti dell’ingresso. Ci sarebbe anche la libreria da sistemare, quello richiede una settimana intera. V. mi dice che c’è posto da loro in montagna ma io prendo tempo, le farò sapere, dipende da come si muoverà il lavoro. Ci salutiamo e mentre torno verso casa penso all’invito del mio amico E., mi ha proposto di trascorrere qualche giorno su da lui, è un posto dove non c’è il wi-fi e il telefono non prende, mi ha detto che è possibile incontrare delle vipere mentre si cammina, sostiene che qualcuno abbia trovato la vecchia pelle. Mi ha descritto l’involucro cristallizzato di colore giallastro, ho cercato in rete e ho visto una specie di sacchetto dal quale spunta la testa che, strusciandosi sul terreno, si fa largo per liberarsi da ciò che sembra il budello utilizzato per gli insaccati. La vipera ne esce con una pelle nuova, lucida e variegata. Piacerebbe anche a me. Mi chiedo se la muta doni una sensazione piacevole, me la immagino come quando ci si toglie le scarpe dopo una camminata di qualche chilometro in salita.

Nell’immagine: Donna in camicia di Andrè Derain