Ritratti

Un giorno un’amica mi disse che ognuno di noi ha il proprio film scritto sulla pelle. Ho tenuto cara quell’affermazione perché mi ha aiutata a conoscere meglio me stessa e gli altri; da quella volta ho cercato sui visi delle persone i fotogrammi della loro vita, ho voluto sentire le loro esperienze per comprendere che cosa avesse lasciato in loro un determinato episodio.
Ci sono donne che mi hanno lasciato un ricordo speciale, alcune di loro hanno avuto una vita intensa e ricca, altre hanno combattuto per qualche cosa e hanno ottenuto ciò che desideravano, la maggior parte ha avuto coraggio. Sono donne che hanno deciso di essere e che, per me, sono un esempio perché qualcosa di loro mi ha permesso di cambiare e quindi di crescere.

Ve le presento in una rubrica a loro dedicata.

>> Elena Manzoni di Chiosca

L’impegno della lettura

“Io alla sera leggo.” Lo ha detto A. l’altro giorno durante un pranzo fra colleghi.
La maggior parte l’ha guardata con sospetto, alcuni hanno detto che non c’è tempo per farlo, altri hanno sottolineato la loro stanchezza nelle serate che seguono a una giornata di lavoro.
Ho voluto indagare per capire quali siano le abitudini e le modalità di gestione di un tempo libero sempre più scarso. Pensavo che la televisione fosse un sostituto ma ho riscontrato che il caro vecchio tubo catodico è ormai in pensione. Le persone si intrattengono con lo smartphone, con applicazioni, con le serie a puntate che vengono succhiate via streaming o con tutto ciò che è possibile grazie a una connessione Internet.
“Leggere richiede impegno.” Ha sentenziato A.
Mi trovo d’accordo, ho riflettuto sulle mie abitudini e su quanto sia diventato faticoso per me dedicarmi alla lettura. Non è solo una questione di tempo è un tema di sforzo cognitivo. Quando decido di leggere mi devo isolare, lascio lo smartphone in un’altra stanza, lo tengo in modalità silenziosa e me lo dimentico. Non è facile, lo ammetto, a volte, con la scusa di una pausa, vado a dare una sbirciatina, mi distraggo e poi è difficile riprendere. Mi sono confrontata con altre persone e ho scoperto che il male è comune. Se succede dopo i trentacinque anni credo che sia gestibile, è necessario fare attenzione, bisogna averne consapevolezza ma in fondo basterà seguire qualche regola, auto disciplina per trovare l’equilibrio e non eccedere. Ma cosa succede alle nuove generazioni? A coloro che non hanno memoria di un mondo senza smartphone e connessione? Gli studi scientifici ci parlano di analfabetismo funzionale, ci dicono che le persone non riescono a comprendere e hanno difficoltà a farsi un’opinione. La rete ci dà gli accessi alla conoscenza ma se non riusciamo a costruirci una conoscenza interiore non abbiamo un parametro; le opinioni e le riflessioni nascono dalla capacità di sintesi fra ciò che succede fuori e ciò che abbiamo dentro di noi. La formazione di un giovane passa attraverso la logica, la riflessione, l’esercizio della ragione; elementi funzionali per l’identificazione di ciò in cui si crede e per orientarsi nel mondo, riuscendo così a discernere tra finzione e realtà. Un tempo si camminava e si viaggiava senza il supporto di applicazioni e l’individuo trovava il modo per orientarsi; oggi non c’è bisogno di sforzo, non serve ragionare perché il nostro smartphone ci guida e noi ci affidiamo. Siamo sicuri di volerci privare della possibilità di perderci? Non è quella la parte più bella del viaggio? Forse potremmo partire da qui con le nuove generazioni, potremmo creare complicità trovando una modalità di apprendimento più vicina a loro?