Arte

DART Milano

 

DartLa parola che ha stimolato la mia curiosità è Dynamic, è questo il ruolo ricoperto dalla D nell’acronimo che descrive l’iniziativa. Il resto si presenta da sé e sta per Arte.

 

Ho inseguito quel Dynamic, volevo saperne di più, avevo inteso che ci fosse del movimento, immaginavo una esposizione itinerante, ma non avevo colto la giusta prospettiva. Il DART viene ospitato dal Museo della Permanente, che evoca stabilità e fissità, ma la mobilità sta nel concetto curatoriale della mostra, insieme ai pezzi che ne fanno parte. Il museo dinamico raccoglie opere da collezioni private e le espone al pubblico, che trova qui l’unica possibile occasione per ammirarle, è questa la missione del gruppo che l’ha costituito, il quale si pone l’obiettivo di creare una grande rete fra la comunità dei collezionisti.
A rinforzare l’idea del movimento c’è il fatto che le opere di un’esposizione possono mutare durante il periodo, a patto che l’autore resti lo stesso. Nella mostra in corso oggi, ad esempio, nella sezione dedicata al grande Novecento italiano, potrebbe accadere che il quadro di un artista venga restituito al legittimo proprietario e che al suo posto ne arrivi un altro, del medesimo autore e proveniente da un’altra collezione. Questo significa che, durante i mesi di esposizione, è utile andare più di una volta perché si potrebbe avere una fantastica sorpresa.
Tornando all’esposizione in corso in questi giorni, dove troviamo centoventi opere suddivise fra la sezione dedicata al Novecento italiano e quella dedicata a capolavori antichi, ho apprezzato dipinti meravigliosi che è possibile ammirare con tranquillità, in un luogo discreto in cui si trova lo spazio per entrare in intimità con l’arte, facendo indigestione della bellezza che ci può offrire.
Segnalo due quadri che, dal mio punto di vista, valgono la mostra.

Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 – Parigi, 1931), Donna sdraiata in lettura, 1914, olio su tela, 73 x 92 cm

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Le pennellate e i colori mi hanno avvolta e mi hanno portata in quell’atmosfera, a provare il dolce abbandono che può dare la lettura.

Michelangelo Meriai detto Caravaggio (Milano, 1571 – porto Ercole, 1610), Maddalena Addolorata, 1605-1606, olio su tela, 112 x 92 cmMaddalena_2

La magia, non ho altre parole per condividere l’intensità di un dipinto in cui non si vede il volto ma solo un capo chino ed è forse quel collo, e la porzione di schiena, curvata dal dolore, che mi hanno portata all’empatia con la protagonista.
Questo dipinto ha una storia intrigante perché è il lavoro preparatorio di un’opera dedicata alla morte della Vergine Maria. Il quadro fu rifiutato dai Carmelitani Scalzi e venne acquistato dal Duca di Mantova che dovette venderlo a seguito di un dissesto finanziario e, dopo diversi passaggi, arrivò al re di Francia e infine al Louvre dove oggi viene custodito. 

Quanto dinamismo troviamo in un’opera d’arte? Immagino le mani che l’hanno toccata, i tetti che l’hanno riparata e gli amanti che l’hanno custodita. Credo che, se la si guarda con attenzione, in ogni opera d’arte si possa percepire un po’ di eternità.

Le fotografie:
“XX Il Grande 900 Italiano” e “I Capolavori delle Collezioni Private”
Ph. Courtesy DART Milano
Maggiori informazioni sugli orari per le visite sul sito del museo

 

Animali sociali

Faccio una professione nella quale mi bastano tre elementi: un computer, una connessione a Internet e uno smartphone. Grazie alla tecnologia posso collegarmi con gli altri tramite una delle tante piattaforme di comunicazione ed è come essere nella stessa stanza. Le riunioni da remoto (così le chiamiamo) le facciamo da tanto tempo, condividiamo documenti e piani di lavoro ed è molto utile per limitare i tempi poco produttivi, quelli di spostamento, che si hanno durante le trasferte.
Nell’ultima settimana, come molti milanesi, ho sperimentato il lavoro da casa e confesso che ho desiderato rientrare in ufficio. Nelle giornate di “smart working” ho trascorso quasi otto ore a parlare ad una macchina con gli auricolari nelle orecchie e alla sera, oltre al mal di testa, ho riscontrato un certo stato confusionale. Mi sono resa conto di quanto il mio sia un lavoro di relazione, di dialogo, di confronto; ho capito che mi stanco di meno ad andare in ufficio, a fare trasferte ad ascoltare decine di persone.
Nel capitolo personale c’è stata una sorta di clausura. Ho sentito molti amici al telefono, incrementando le ore trascorse con gli auricolari nelle orecchie, ho dedicato molto tempo ai messaggi nelle chat, ma abbiamo evitato di vederci, un po’ perché non si poteva fare niente (no cinema, no teatro, no aperitivo, no mostre, no palestra, no associazioni culturali) un po’ per prudenza. Qualcuno, forse più temerario, mi ha proposto di andare in pizzeria. Ho accettato sentendo quell’emozione per la mondanità che avevo ai tempi delle medie, quando l’uscita domenicale presso la pizza al taglio del paese era l’unica cosa concessa dai genitori.
Riflettendo su questa lunga settimana ho compreso di essere un animale sociale, ho bisogno di relazionarmi con il prossimo e amo farlo senza l’intermediazione di macchine, computer o telefoni che siano. Ho anche bisogno di entrare nella bellezza, di trovare un alimento nell’arte o nelle manifestazioni culturali che questa città è in grado di proporre. Mi piace condividere, amo lo scambio dialettico con gli amici che amano le stesse cose o che le odiano e che mi possono dare un differente punto di vista. Questo mi serve quando sono sola, faccio scorta di cibo culturale per poi gustarlo nella tranquillità dei momenti con me stessa. Il processo fa evolvere, arricchisce perché modifica e toglie la persona dalla stasi a cui porta spesso la quotidianità. Ho messo impegno nella ricerca dell’aspetto positivo di questa vicenda e credo che il plus sia la consapevolezza, il sentire di essere un po’ cambiati. Apprezzerò le giornate in ufficio quando ci tornerò, elargirò molti più sorrisi ai colleghi, mi commuoverò davanti alle opere della prossima mostra, andrò a teatro, ci sono andata poco ultimamente, abbraccerò per qualche minuto gli amici quando li vedrò…ovviamente a quarantena conclusa.