Viaggio

La preparazione del viaggio

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Continuo a chiamarle vacanze, non mi piace la parola ferie perché mi trasmette un senso di costrizione. La vacanza, come dice la definizione [cit. Garzanti Linguistica] è un periodo di stacco dalle proprie ordinarie occupazioni, ci consente di occuparci dello straordinario, di quello che in genere non facciamo per mancanza di tempo o di opportunità. La scelta di cosa fare nel periodo di vacanza è personale, è nostra la decisione di come esplorare lo straordinario e può dipendere da tanti fattori ma credo che sia anche la manifestazione del nostro sentire.
Quest’anno ci ho messo un po’ a decidere, non avevo idee e ho persino pensato di starmene a casa a godermi giornate calme e tranquille. Farò anche questo perché considero straordinario vivere la quotidianità con ritmi diversi, fermarsi a parlare con le persone, dedicarsi alla preparazione di una nuova ricetta, uscire a piedi, passeggiare guardando in alto per le strade che si percorrono ogni giorno con la fretta.
Nelle ultime settimane si è affacciata un’idea che ho cullato fino a quando non ha preso forma. Farò un viaggio, ho immaginato un percorso fatto di luoghi che vorrei visitare e ho pensato a come farmi trasportare attraverso quei posti. Ho raccolto ciò che mi piace e ciò che vorrei conoscere ho fatto due conti e ho trovato una soluzione che mi ha fatto sentire bene. Mentre la progettavo sentivo gioia perché capivo che era come indossare un vestito fatto su misura, un abito che fa risaltare i punti di forza e attenua quelli deboli. Mancano poche ore alla partenza e devo ancora preparare il bagaglio, completare i punti scritti nelle mie liste, evitare di dimenticare qualcosa, fare commissioni dell’ultimo minuto, dare seguito ad un po’ di ansia fisiologica che mi accompagna sempre quando devo partire e andare verso l’ignoto.
La preparazione mi è piaciuta e ora, come quando si cucina una nuova ricetta, è il momento dell’assaggio. Sono sicura che mi porterò a casa qualcosa, di materiale e non, da toccare e da sentire.

Buone vacanze a tutti!

Nell’immagine ci sono le tappe che attraverserò durante il viaggio francese. Siete curiosi? Troverete gli aggiornamenti su Instagram

Bisogno di intrattenimento

“È così difficile accettare di stare senza fare niente?” Me l’ha chiesto la mia amica F.; la domanda non era per me ma per gli altri.
Le dicevo che quando sono dal parrucchiere mi rilasso e non ho voglia di parlare, ne approfitto per fare qualche riflessione, quindi amo il silenzio degli altri.
A lei capita la stessa cosa in treno. Viaggia molto e spesso non fa niente in quelle ore, pensa.
“In genere mi sollecitano, la ragazza che fa lo shampoo mi offre una rivista.” Raccontavo a F. sottolineando che se dico di no mi chiedono per tre volte se sono sicura.
“Le persone mi parlano.” Mi ha detto F. precisando che se non legge o non si mette al computer la gente la guarda e inizia a conversare.
Penso ai bambini che incontro nelle sale d’attesa, in fila alla posta o sui mezzi. Li vedo con la faccia sullo smartphone, continuano a compiere operazioni e si muovono. Ricordo quando ero piccola e mia madre mi ordinava di stare seduta e ferma; io lo facevo.
Nell’attesa pensavo, usavo la fantasia e inventavo storie. Guardavo la gente che mi stava intorno e mi divertivo a immaginare le loro vite, questo lo faccio ancora oggi, è un gioco che mi è sempre piaciuto.
“Non siamo più abituati.” Ho risposto a F., non era la mia risposta ma quella degli altri.
Le persone hanno bisogno di intrattenimento; è necessario riempire costantemente uno spazio vuoto, un attimo di attesa, una finestra di “tempi morti”, quelli che s’incontrano sui mezzi di trasporto o ai cancelli per l’imbarco; mentre si passeggia sulla banchina in attesa del treno, in coda alla cassa del supermercato, al cinema, mentre si aspetta che cominci un film.
“A me piace.” Ho risposto a F.
“Anche a me.” Ha detto lei.
“Però gli altri ti guardano.” Ho aggiunto io.
“Con stupore.” Ha precisato lei.
Un tempo prezioso, fatto di minuti utili per programmare, progettare, organizzare ma soprattutto per guardarsi e conoscersi. Forse è per questo che si sfugge?

Nell’immagine: Berlin 1924, di Catherine Abel.