Conversazioni

L’idea secondo Matteo Fronduti

Mi hanno portata a cena al Manna di Matteo Fronduti, ho mangiato molto bene, in un locale semplice, minimalista nella scelta dell’arredamento, e con un servizio ottimo. Lo chef ha partecipato al nostro convivio. Ci ha accolto, ha chiesto se avevamo domande sul menù ed è passato un paio di volte al tavolo per verificare che fossimo soddisfatti della nostra scelta. Non l’ha fatto solo con noi, è il suo modo di gestire il locale, con tutti gli ospiti si comporta così. Dicevano che fosse un burbero, non sono d’accordo, ho incontrato una persona schietta (questo sì), molto competente e appassionata del proprio lavoro.

Ratatuia Metropolitana: Come mai ha scelto questi nomi per i piatti? Alcuni sono dei riferimenti un po’ datati, ad esempio Kunta Kinte, non so chi se lo ricorda.

[Ndr. Kunta Kinte è il titolo di un piatto a base di radici che ho trovato delizioso.]

Matteo Fronduti: Io me lo ricordo. In ogni caso questa è una cialtroneria.

Lo dice con trasparenza e serietà. Mi chiedo perché abbia voluto utilizzare proprio quella parola per descrivere il vezzo di dare nomi strani ai piatti (ad esempio Uè testinaaa…; Contro il logorio della vita moderna, De sera e de matina…). Leggendo avevo pensato a quelle abitudini tipiche delle osterie, dove si vuole ammiccare al commensale attraverso un titolo evocativo che possa rubare un sorriso. Lui è stato schietto e il sorriso me l’ha rubato.

Alla fine della cena, complice il fatto che fossimo gli ultimi a lasciare il tavolo, si è seduto con noi e ho continuato la conversazione, abbiamo iniziato dandoci del tu.

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Il Convivio secondo Marta Pulini

marta_pulini_2Ho incontrato Marta Pulini nel suo ristorante di Milano, ci siamo sedute a un tavolo, qualche ora prima che arrivassero gli ospiti previsti per la serata, e abbiamo cominciato a chiacchierare.
Deve essere stata l’Emilia, la regione che ci accomuna, o forse la passione per certi piatti della tradizione, come ad esempio i tortellini, o più probabilmente una commistione di ingredienti; insomma nel ristorante di Marta mi sono sentita a casa e abbiamo parlato amabilmente in un clima informale.
Ho ascoltato i racconti di una vita dedicata al piacere di mettere la gente a tavola; la voglia che le persone stiano bene intorno al desco è il desiderio più forte che mi ha trasmesso Marta. Mentre sentivo dei suoi viaggi: Modena – New York andata e ritorno, Chicago, Washington, Parigi e altri mille posti, vedevo una donna molto dinamica e determinata. Ho colto lo spirito organizzativo e manageriale di una grande professionista ma ho visto anche una madre e una nonna che alla fine di tutti questi spostamenti ha avuto voglia di tornare per abbracciare un po’ più spesso i suoi cari. Sono convinta che sia stata anche colpa di quella Emilia che abbiamo dentro, che quando sentiamo l’odore del brodo ci trasforma in donne di casa, in Rezdora così si dice nel modenese, e ci porta a essere persone che cercano il convivio con coloro che amano. Questi sono gli spunti per la mia conversazione con Marta.