Ricordi

Un saluto al 23

Lo prendevo dalla stazione di Lambrate fino a via Nino Bixio quando rientravo a Milano dopo un fine settimana al mio paese. Mi portava all’Università, scendevo in via Larga e mi incamminavo a piedi per via Bergamini, mi fermavo nei pressi del Tribunale quando decidevo di andare a studiare alla Sormani. Nel fine settimana arrivavo in Piazza Fontana per la passeggiata in centro; di sabato incontravo qualche coppia abbigliata da gran sera e pronta per uno spettacolo alla Scala. La signora con i capelli raccolti e un vestito nero di pizzo sotto alla pelliccia di visone, il signore in abito scuro con la sciarpa di seta e le scarpe nere in vernice. Mi sedevo sulla panca di legno lucida e guardavo dal finestrino per ammirare la città.

Ultimamente l’ho trascurato, ho privilegiato la bicicletta, ho dato più spazio alla metropolitana. Avrei voluto frequentarlo di più ma dopo il cambio di lavoro e di zona le occasioni si sono diradate; è arrivato il momento dei saluti. Ultima corsa il 27 aprile del 2017 dopo 84 anni di onorata carriera. Grazie mio caro 23 per avermi accompagnato alla scoperta di questa meravigliosa città.

Lasciare andare le cose

BascoCredo che non sia facile trovare il tipo di cappello che più ci sta bene, quello con cui ci sentiamo a nostro agio; io mi trovo bene con il basco. Mia madre me lo metteva da piccola, ricordo che me ne comprava uno per ogni colore e amava farmelo indossare in tinta con la tonalità del vestito che sceglieva per me. Crescendo, e dovendomi difendere dal freddo e dalla pioggia, ho continuato a indossare quel tipo di cappello, forse per abitudine o forse per affezione. Tra quelli che ho ce n’è uno che mi piace più degli altri, ha la giusta larghezza e mi sta comodo, ha un colore neutro che posso mettere con tutto, è caldo, copre molto bene la fronte e me lo regalò una persona per me importante.
Qualche giorno fa l’ho perso, non so come sia accaduto, prima era nella mia borsa e poi non c’era più. Il mio basco preferito deve essere caduto per strada e, nonostante abbia provato a cercarlo ripercorrendo a ritroso il tragitto, è come se l’asfalto l’avesse inghiottito, volatilizzato, mangiato da qualcuno che passava, preso dagli alieni, non so. Scomparso. Sono tornata a casa e ho cercato di farmene una ragione, ho pensato che un altro basco simile a quello lo troverò da qualche parte prima o poi.
Il vero punto però è che quel basco non ci sarà più e a questo è difficile abituarmi. Ho la tendenza a restare attaccata alle cose perché le cose mi ricordano le persone e, quando le persone non ci sono più, ho la sensazione che le cose mi permettano di restare in contatto con loro. Devo provare a cambiare punto di vista, in fondo il contatto può avvenire anche in modo diretto, pensando con amore a chi se n’è andato. Voglio riuscire a lasciare andare le cose.

Nell’immagine: La sciarpa blu di Tamara de Lempicka, 1930.