Tram

Un saluto al 23

Lo prendevo dalla stazione di Lambrate fino a via Nino Bixio quando rientravo a Milano dopo un fine settimana al mio paese. Mi portava all’Università, scendevo in via Larga e mi incamminavo a piedi per via Bergamini, mi fermavo nei pressi del Tribunale quando decidevo di andare a studiare alla Sormani. Nel fine settimana arrivavo in Piazza Fontana per la passeggiata in centro; di sabato incontravo qualche coppia abbigliata da gran sera e pronta per uno spettacolo alla Scala. La signora con i capelli raccolti e un vestito nero di pizzo sotto alla pelliccia di visone, il signore in abito scuro con la sciarpa di seta e le scarpe nere in vernice. Mi sedevo sulla panca di legno lucida e guardavo dal finestrino per ammirare la città.

Ultimamente l’ho trascurato, ho privilegiato la bicicletta, ho dato più spazio alla metropolitana. Avrei voluto frequentarlo di più ma dopo il cambio di lavoro e di zona le occasioni si sono diradate; è arrivato il momento dei saluti. Ultima corsa il 27 aprile del 2017 dopo 84 anni di onorata carriera. Grazie mio caro 23 per avermi accompagnato alla scoperta di questa meravigliosa città.

Parlare la stessa lingua

Tram_passo_DuomoIeri, mentre aspettavo il tram, mi si è avvicinato un ragazzo. Avrà avuto poco meno di trent’anni e dalle sue parole ho capito che era straniero, parlava abbastanza bene l’italiano ma ho colto nel suo accento qualcosa dei Paesi dell’est. Mi ha chiesto se il tram arrivasse fino al Duomo, la domanda mi ha sorpresa perché mi trovavo in una zona fuori mano e abbastanza distante dal centro. Gli ho detto di no e lui mi ha guardata con stupore, quasi come se fosse certo della mia conferma. Con aria interrogativa mi ha mostrato il cartello che diceva “Tram a passo d’uomo” e mi ha chiesto il perché della mia risposta visto che per lui il cartello era chiaro: il tram passa a Duomo! Ho capito l’equivoco e gli ho spiegato il significato del cartello ma mentre ne parlavo mi rendevo conto che per lui era difficile da comprendere, a un certo punto ho cominciato a mimare facendogli capire che cosa s’intende con la parola “passo” e dicendo che “Duomo” è diverso da “d’uomo” seppure assonante. Alla fine il ragazzo ha capito e ha cercato un’alternativa per recarsi  verso il Duomo. L’episodio mi ha fatto pensare alla lingua, a quante sfumature ci siano e a come sia difficile intendersi anche tra presone che la condividono dalla nascita, figuriamoci con chi la impara successivamente. Poi ho pensato ai gesti, per spiegare ho avuto un moto spontaneo, ho mimato, ho preferito utilizzare un linguaggio che crediamo universale. Forse mi sbaglio, in alcune culture certi gesti hanno significati diversi da quello che posso attribuirgli io. Esiste qualcosa di universale? C’è un modo per comprendersi anche tra chi parla diverse lingue? Forse basta essere predisposti e aprirsi, forse ci sono frequenze comuni che ancora non conosciamo ma che ci uniscono. Il tema è complesso e resta aperto; tornando a casa però ho pensato che la frase del cartello si potrebbe cambiare, la vedo un po’ anacronistica, e se si scrivesse: “Tram lento”; “Tram adagio”… o qualcosa di simile?