Lingua

La lingua delle emozioni

Linguaggio_emozioniQualche giorno fa parlavo con un amico svizzero che è sposato con una brasiliana di origine giapponese. La loro è una bellissima storia d’amore, fatta di viaggi e di attese, di incontri e di decisioni. Era da tempo che pensavo di chiedere a lui in quale lingua parlassero quando si sono conosciuti; con loro io parlo l’italiano, lo parlano bene, lo conoscono da tempo ma quando si sono incontrati nessuno dei due lo sapeva. La risposta è l’inglese, questa era la lingua con cui hanno iniziato la loro storia d’amore. Poi lei ha deciso di studiare l’italiano e lui ne ha approfittato per esercitarsi, per approfondire una lingua che amava ma che non conosceva bene. Da anni dialogano in italiano. Nel tempo è arrivata anche una splendida bimba con cui ognuno di loro parla la lingua madre. L’italiano resta però la lingua della famiglia, quella con cui dialogano tutti e tre insieme. Per un momento mi sono soffermata a immaginare la loro vita famigliare: il padre che parla in tedesco (è della Svizzera tedesca) con la figlia, la madre che le parla in portoghese, insieme che dialogano in italiano a volte con qualche supporto di inglese se serve. Mi sono chiesta se la lingua sarà sempre necessaria, ci potrà essere un giorno in cui non serviranno più le parole? Potremo comunicare con dei gesti? O solo con gli sguardi? Ho fatto queste considerazioni ad alta voce, insieme agli amici, e qualcuno ha dato un’ottima idea. Ha parlato della lingua delle emozioni, quella che non ha bisogno di parole, quella che parte da dentro e ha la capacità di esprimere ciò che si sente solo attraverso delle vibrazioni. Onde di energia che arrivano all’altro e che trasmettono il sentire. Non so se capiterà ma di certo questa potrebbe essere una lingua universale.

Parlare la stessa lingua

Tram_passo_DuomoIeri, mentre aspettavo il tram, mi si è avvicinato un ragazzo. Avrà avuto poco meno di trent’anni e dalle sue parole ho capito che era straniero, parlava abbastanza bene l’italiano ma ho colto nel suo accento qualcosa dei Paesi dell’est. Mi ha chiesto se il tram arrivasse fino al Duomo, la domanda mi ha sorpresa perché mi trovavo in una zona fuori mano e abbastanza distante dal centro. Gli ho detto di no e lui mi ha guardata con stupore, quasi come se fosse certo della mia conferma. Con aria interrogativa mi ha mostrato il cartello che diceva “Tram a passo d’uomo” e mi ha chiesto il perché della mia risposta visto che per lui il cartello era chiaro: il tram passa a Duomo! Ho capito l’equivoco e gli ho spiegato il significato del cartello ma mentre ne parlavo mi rendevo conto che per lui era difficile da comprendere, a un certo punto ho cominciato a mimare facendogli capire che cosa s’intende con la parola “passo” e dicendo che “Duomo” è diverso da “d’uomo” seppure assonante. Alla fine il ragazzo ha capito e ha cercato un’alternativa per recarsi  verso il Duomo. L’episodio mi ha fatto pensare alla lingua, a quante sfumature ci siano e a come sia difficile intendersi anche tra presone che la condividono dalla nascita, figuriamoci con chi la impara successivamente. Poi ho pensato ai gesti, per spiegare ho avuto un moto spontaneo, ho mimato, ho preferito utilizzare un linguaggio che crediamo universale. Forse mi sbaglio, in alcune culture certi gesti hanno significati diversi da quello che posso attribuirgli io. Esiste qualcosa di universale? C’è un modo per comprendersi anche tra chi parla diverse lingue? Forse basta essere predisposti e aprirsi, forse ci sono frequenze comuni che ancora non conosciamo ma che ci uniscono. Il tema è complesso e resta aperto; tornando a casa però ho pensato che la frase del cartello si potrebbe cambiare, la vedo un po’ anacronistica, e se si scrivesse: “Tram lento”; “Tram adagio”… o qualcosa di simile?