Luna

Terra crescente


La missione Artemis II ha segnato un record: la massima distanza (406.000 km) compiuta da esseri umani nello spazio. Ho letto questa notizia stamattina, mentre ricercavo in rete qualche fotografia che mi facesse immaginare. Quanti sono quattrocentomila chilometri? Circa dieci volte la circonferenza della Terra, non è così tanto, o forse sì. Siamo nel terreno del relativo e mi mancano parametri per dire se sia tanto o poco, o così e così.
Ciò che ho ammirato con certezza è la nuova prospettiva. Nuova per me, perché non l’avevo mai vista e, grazie alle fotografie che stanno facendo il giro del mondo, posso dare visione concreta all’immaginazione. Non è stata la luna ad attirare la mia attenzione ma la Terra. Una porzione è avvolta nel buio mentre l’altra sperimenta la luce. il fenomeno che ammiro costantemente nella luna, e che mi fa scandire il tempo grazie alle sue fasi, l’ho osservato nel mio pianeta, nella località che abito quotidianamente. Che meraviglia!
È una meraviglia scatenata dalla comprensione di essere parte di quel sovramondo così ben definito in uno scritto di Anna Maria Ortese. [Cit.[1]] Invece, su un corpo celeste, su un oggetto azzurro collocato nello spazio, proveniente da lontano, o immobile in quel punto (così sembrava) da epoche immemorabili, vivevamo anche noi: corpo celeste, o oggetto del sovramondo, era anche la Terra […]. Eravamo quel sovramondo.
La stessa Ortese conclude parlando della meraviglia e dell’emozione che l’aveva coinvolta e continua [Cit.] Mi trovavo anche io sulla Terra, nello spazio, e il mio destino non era molto dissimile da quello degli oggetti e corpi celesti seguiti e ammirati. Dove avrebbe portato non sapevo: forse su, forse giù, forse nel buio, forse nella luce.
Una danza continua di buio e di luce risuona nel sovramondo e comprendiamo i passi del minuetto solo da una indicibile distanza, quella che ridimensiona le proporzioni. Gli studiosi parlano del cognitive shift e dell’overview effect, due modi inglesi per descrivere il cambiamento di prospettiva, tipico degli astronauti, che porta a una maggiore consapevolezza della fragilità della vita e alla ricerca di una più ampia connessione umana. Siamo ospiti fragili di un sovramondo in cui ci viene data l’opportunità di essere utili. Siamo persone capaci di provare meraviglia, e tante altre mirabili emozioni, come la compassione per noi stessi, per il vulnerabile genere umano.
Mi piace l’idea di continuare a cavalcare la nuova prospettiva, ora che ho potuto apprezzarla. La terrò con me per i momenti cupi, diventerà un promemoria che mi ricorderà che un’area di luce esiste sempre nella nostra Terra crescente.

 

Nell’immagine: April 6th 2026 – A crescent Earth.
L’immagine è presa dal website della NASA

 

[1] Corpo Celeste edizione Adelphi 1997. La citazione è stata scritta tra il 1974 e il 1989.

Luna di pomeriggio

Luna_pomeriggioMi capita di vederla ogni tanto. Mi soffermo, la osservo e mi chiedo se la sua visibilità sia un caso o se casuale sia la mia attenzione verso il cielo. Fatto sta che, quando la incontro, mi fermo e le dedico tempo. Trovandoci a tu per tu, lascio spazio a parole dentro, che alimentano i miei pensieri con una rapidità che mi stordisce.
L’ultima volta è stata un paio di giorni fa. Se ne stava nella piccola striscia di cielo che separa i palazzi della strada in cui camminavo. Non c’è stata una ragione che mi ha portato a guardare su, l’ho fatto e basta. Era tardo pomeriggio, un orario inconsueto per ammirare il suo splendore, tuttavia, anche se ancora pallida, quasi timida e incerta nella sua manifestazione, io quella luna l’ho guardata. Il primo pensiero, che è una costante di fronte alla luna diurna, è stato per mia nonna perché mi rimproverava quando vedevo la luna di giorno.
Ricordo il giardino della mia infanzia, dove l’accompagnavo d’estate, mentre si prendeva cura dei fiori. Il cielo era ampio negli spazi aperti della pianura e vedevo spesso la luna di pomeriggio, chiamavo mia nonna a gran voce, per renderla partecipe di un fenomeno che, allora, giudicavo insolito, quasi magico. Lei alzava lo sguardo sorridendo, e poi mi diceva che non si doveva dire, perché solo i pazzi vedono la luna di giorno. Non ho mai capito quale strana teoria ci fosse dietro a quell’affermazione, in ogni caso il rimprovero non mi azzittiva, continuavo a dichiarare la presenza della luna, ma sottovoce.
La magia la sento ancora, non so se sia la parola corretta, si tratta di sentirsi nel terreno del privilegio, dentro ai passi di chi ha l’opportunità di osservare tale bellezza. Forse sono vittima della pazzia di cui parlava mia nonna che, a ben vedere, descrive lo stato di colui che parla senza essere compreso. Ma se la comprensione è ardua, forse è meglio il silenzio. Dopo tanti anni, attribuisco questo significato al rimprovero di mia nonna. Il dialogo con la luna è intimo, va custodito nel profondo, è composto di parole private, diverse per ognuno.
Ultimamente mi sono soffermata su una descrizione di Italo Calvino “La luna è il più mutevole dei corpi dell’universo visibile, è il più regolare nelle sue complicate abitudini: non manca mai agli appuntamenti e puoi aspettarla al varco, ma se la lasci in un posto la ritrovi sempre altrove…” [Cit. Palomar, luna di pomeriggio]; ho trovato in questo brano una famigliarità con il comportamento umano: siamo esseri mutevoli e regolari nelle nostre abitudini, spesso complicate. Abbiamo paura di mutare, ma la luna, dentro al suo irrefrenabile moto, ci rassicura sulla possibilità che esiste. Nel silenzioso dialogo con la luna trovo la similitudine. Nella sua lucentezza mi posso perdere, sentendomi parte di un tutto che mi somiglia e diventando parte di un tutto a cui assomiglio.

Nell’immagine: By the Seashore di Pierre-Auguste Renoir, 1883.