Pensare

Cattura qualche spunto per una riflessione

Come quando mangi un cioccolatino

Chiacchieravo con la mia amica A. Siamo partite dalla scelta del caffè, visto che ci trovavamo al bar, e siamo arrivate ai massimi sistemi passando per i dubbi amletici dell’uomo. Capita spesso e mi diverte. Sei a ruota libera, insegui i pensieri, cerchi di dare loro una forma per trasformarli in parole e lo scambio dialettico è vitamina per la crescita. A. mi parlava dei colleghi, di qualcuno che si lamenta, dell’altro che mette zizzania e di quello che fa il maleducato.
“Ne conosco anche io di persone così.” Le ho detto mentre sorseggiavo il mio caffè.
“Io lascio che tutto scivoli.” Ha detto A.
Ci siamo interrogate sul da farsi, ci siamo chieste se fosse giusto stare in silenzio di fronte a certi atteggiamenti. Questo è stato il primo dubbio amletico che abbiamo risolto convenendo che sia giusto trovare un equilibrio, di certo non è bene cadere nella trappola.
“Si tratta di persone che amano criticare e si compiacciono se gli altri criticano.” Ha detto A.
Le ho confessato che questa è la mia più grande tentazione; non è una critica ma una considerazione. Mi capita di fermarmi a guardare l’atteggiamento altrui per evidenziare ciò che non mi va.
“Quindi critichi?” Mi ha detto A. mettendo in luce il secondo dubbio amletico.
“Ultimamente osservo i segnali.” Ho detto ad A. raccontando che ogni volta che parlo male di qualcuno, mettendo in evidenza ciò che non mi piace, succede che me ne pento immediatamente; o meglio c’è qualcosa che mi porta a riflettere perché mi cade ciò che ho in mano, mi si blocca il computer o mi impazzisce il telefono.
“Credi che sia correlato?” Mi ha chiesto A. iniziando la deriva verso i massimi sistemi.
Non ho una risposta univoca a questa domanda ma posso dire che ho iniziato a pensare a questi segnali e mi sono chiesta se abbia senso sprecare energia per criticare gli altri. Se invece questa energia la utilizzassi per parlare bene? Se le mie parole potessero avere solo un valore buono e utile per chi le ascolta?
“Ti sentiresti sempre bene.” Mi ha detto A. parlandomi di un senso di benessere diffuso che è difficile da descrivere ma che riporta a sensazioni di piacere.
“È come mangiare un cioccolatino.” Ha continuato A. mentre scartava il dolcetto vicino alla tazzina del suo caffè.
L’ho imitata. Ho preso il mio cioccolatino e ho assaporato il gusto del cioccolato fondente. Ho salutato A. e mi sono data il buon proposito di mettere il buono nelle parole che dirò. È il primo passo, comincerò a lavorare anche sui pensieri, non è semplice ma accetto la sfida

L’impegno della lettura

“Io alla sera leggo.” Lo ha detto A. l’altro giorno durante un pranzo fra colleghi.
La maggior parte l’ha guardata con sospetto, alcuni hanno detto che non c’è tempo per farlo, altri hanno sottolineato la loro stanchezza nelle serate che seguono a una giornata di lavoro.
Ho voluto indagare per capire quali siano le abitudini e le modalità di gestione di un tempo libero sempre più scarso. Pensavo che la televisione fosse un sostituto ma ho riscontrato che il caro vecchio tubo catodico è ormai in pensione. Le persone si intrattengono con lo smartphone, con applicazioni, con le serie a puntate che vengono succhiate via streaming o con tutto ciò che è possibile grazie a una connessione Internet.
“Leggere richiede impegno.” Ha sentenziato A.
Mi trovo d’accordo, ho riflettuto sulle mie abitudini e su quanto sia diventato faticoso per me dedicarmi alla lettura. Non è solo una questione di tempo è un tema di sforzo cognitivo. Quando decido di leggere mi devo isolare, lascio lo smartphone in un’altra stanza, lo tengo in modalità silenziosa e me lo dimentico. Non è facile, lo ammetto, a volte, con la scusa di una pausa, vado a dare una sbirciatina, mi distraggo e poi è difficile riprendere. Mi sono confrontata con altre persone e ho scoperto che il male è comune. Se succede dopo i trentacinque anni credo che sia gestibile, è necessario fare attenzione, bisogna averne consapevolezza ma in fondo basterà seguire qualche regola, auto disciplina per trovare l’equilibrio e non eccedere. Ma cosa succede alle nuove generazioni? A coloro che non hanno memoria di un mondo senza smartphone e connessione? Gli studi scientifici ci parlano di analfabetismo funzionale, ci dicono che le persone non riescono a comprendere e hanno difficoltà a farsi un’opinione. La rete ci dà gli accessi alla conoscenza ma se non riusciamo a costruirci una conoscenza interiore non abbiamo un parametro; le opinioni e le riflessioni nascono dalla capacità di sintesi fra ciò che succede fuori e ciò che abbiamo dentro di noi. La formazione di un giovane passa attraverso la logica, la riflessione, l’esercizio della ragione; elementi funzionali per l’identificazione di ciò in cui si crede e per orientarsi nel mondo, riuscendo così a discernere tra finzione e realtà. Un tempo si camminava e si viaggiava senza il supporto di applicazioni e l’individuo trovava il modo per orientarsi; oggi non c’è bisogno di sforzo, non serve ragionare perché il nostro smartphone ci guida e noi ci affidiamo. Siamo sicuri di volerci privare della possibilità di perderci? Non è quella la parte più bella del viaggio? Forse potremmo partire da qui con le nuove generazioni, potremmo creare complicità trovando una modalità di apprendimento più vicina a loro?