Pensare

Cattura qualche spunto per una riflessione

Il Toscano

Aveva deciso di scalare il tronco della magnolia, quella pianta aveva guadagnato spazio e le sue frasche pesavano sul bersò che ricopriva le biciclette. Era l’unico albero del nostro cortile e la sua cura era affidata al Signor D.
Dalla mia finestra l’avevo visto litigarci spesso, ogni tanto prendeva un bastone e accompagnava i rami dove voleva lui. Quella mattina aveva deciso di domarlo, c’era andato sopra, si era messo a cavalcioni e con un arnese sfrondava i rami dormienti. Mentre bevevo il caffè mi resi conto che l’impresa era ardua, la portinaia stava sotto e si agitava, non comprendevo le parole ma aveva le mani alzate e il tono da invettiva. Difficile dire se fosse per il timore che il Signor D. cadesse giù o per mostrare il suo disaccordo sulla decisione presa. Siamo parte dello stesso condominio da più di trent’anni e non li ho mai trovati concordi su qualche cosa, l’unica eccezione è l’albero di Natale. Il Signor D. è sempre stato il promotore, si prodigava nella ricerca delle luci, predisponeva l’impianto avendo cura di nascondere i fili, prendeva la scala e metteva il puntale. La portinaia studiava i colori e le decorazioni, sembrava che dovesse comporre una tela, ci metteva almeno due giorni perché il lavoro diventasse perfetto, come diceva lei.
“Quest’anno lo facciamo di due metri e trenta, vedrà dottoressa.” Me lo aveva detto a fine ottobre quando avevo suonato il suo citofono per ringraziarlo. Mi aveva lasciato una bottiglia di olio davanti alla porta, lo faceva sempre quando tornava dalla raccolta delle olive nel suo podere in Toscana. Io mi sdebitavo per Natale, mandandogli una bottiglia di Prosecco.
Nell’intorno di Sant’Ambrogio, il giorno dopo la scalata della magnolia, non vidi il solito movimento provocato dall’albero di Natale e chiesi informazioni alla portinaia che alzò le braccia al cielo e disse che il Signor D. non lo voleva. Lo giustificò, mi raccontò che la moglie era scomparsa da poco, lei l’aveva saputo dall’amministratore perché il Signor D. non aveva detto niente. Era entrata in ospedale per un malore e in pochi giorni se n’era andata, l’aveva portata giù in Toscana e aveva detto che aveva preso un posto anche per lui. Decisi di anticipare la consegna del Prosecco, lo lasciai davanti alla porta e suonai il campanello prima di allontanarmi. Aprì e mi ringraziò, restai a distanza, giù dalla rampa delle scale. Gli disse che ero pronta ad aiutare la portinaia per l’albero, sempre che lui fosse d’accordo. Mugugnò qualcosa e chiuse dicendo che non gli importava. Parlai con la custode e iniziammo le procedure per il nostro albero, prendemmo le misure, selezionammo le luci e mentre cercavamo di fare passare il filo nella scanalatura che aveva creato il Signor D., lui arrivò con la bicicletta. Portava un peso sulle spalle, erano sacchi di tristezza che lo ingobbivano e pesavano il doppio delle sporte con la spesa che si caricava sull’avanbraccio. Aveva uno stano abbigliamento, portava un soprabito leggero e un cappello estivo, cercai di ricordarlo negli inverni precedenti, mi venne alla mente un cappotto scuro della domenica quando usciva per accompagnare sua moglie alla messa. Ripensai al suo cappello grigio a tesa larga e alla sciarpa in lana blu che gli avvolgeva il collo.
“Non si fa mica così.” Disse mentre andava verso il suo garage.
Aveva ragione perché la prova luci fallì, forse c’era un contatto o dipendeva dai fili, fatto sta che il nostro albero non si era acceso. Dopo cena lo guardavo dalla mia finestra e nel frattempo osservavo la finestra del Signor D., neanche da lui c’era la luce.
Pensai che la mattina successiva avrei chiamato l’amministratore per chiedergli di mandarci un’elettricista. Mi svegliai presto e bevvi il mio caffè davanti alla finestra, mi piace guardare il palazzo che si sveglia, vedere le luci che si accendono una dopo l’altra, vidi anche quella del Signor D., sapevo che era mattiniero.
“Dottoressa, chi ha sempre lavorato si alza presto la mattina.” Me lo aveva detto all’inizio, quando ero arrivata nello stabile e gli avevo chiesto aiuto per l’impianto elettrico che faceva i capricci.
Guardai verso l’androne e vidi le luci del nostro albero, intermittenti, creavano forme luminose sul soffitto a cassettoni. sembrava che ci fosse un collegamento, possibile che l’interruttore fosse a casa del Signor D.?

Nell’immagine: The Christmas Tree, Henry Mosler. 

Arredo urbano

Sedie in pelle, poltrone di velluto, tavoli in vetro e pavimentazione in legno, lampade da tavolo che prolungano la luce del crepuscolo, angoli di convivialità in ogni dove.
Passeggio per Porta Venezia all’ora dell’aperitivo e mi sembra di camminare nel salotto di casa. Lo stile cambia a seconda del locale, c’è chi ha un’indole minimalista e chi ama la ricchezza di un barocco reinventato; una citazione consapevole che accoglie, ci fa sentire a casa di quella vecchia zia che ci salutava mettendoci un boero nella mano. L’interno è vuoto, non solo di persone ma anche di mobili, ogni giorno il personale esegue un piccolo trasloco, li ho visti all’opera. Puliscono, disinfettano e collocano l’arredamento sui marciapiedi, davanti al loro locale ed espandendosi, occupando le vetrine dei negozi che chiudono all’ora di cena. Davanti alla farmacia c’è un tavolo per quattro, accoglierà un gruppo di amici? Forse qualcuno che festeggia il compleanno? Davanti al fioraio che uno spazio per due, forse lui le farà la proposta questa sera? Il Benjamin è rigoglioso e consente l’intimità, il cameriere stappa la bottiglia e si dilegua. Le auto non passano, forse sono in vacanza, c’è gente che passeggia come me e si dirige verso un posto prenotato, attendono, come dopo avere suonato il campanello. La mia amica T. ha gli occhi sulla copertina di un libro, deve averlo preso alla bancarella che si trova all’angolo. Mi accomodo accanto e lei e mi dice che quel signore, che non era mai venuto in questa zona, ha cose interessanti. Ordiniamo e ci guardiamo intorno, ci sembra di essere sul terrazzo della nostra amica L., l’avevamo presa in giro quando aveva deciso di posizionare all’aperto quel divano di velluto color senape, glielo aveva lasciato sua nonna, e L. aveva costruito un angolo per la conversazione. Penso a Parigi, le vie sono piene di tavolini e la gente sta fuori in tutte le stagioni; succede in tante città, anche dove il clima è più rigido del nostro. Mi piace la nuova veste della mia Milano, si espone, si mostra. Le strade diventano casa e c’è un’ospitalità diffusa che si aggira tra i frequentatori, l’accoglienza prende il posto del timore, il sorriso lentamente cancella lo spavento sui volti. Nelle giornate di fine giugno godiamo di una brezza, quasi marina, capace di mitigare il caldo, e con forza sufficiente, ne sono convinta, per portare via ciò che ci ha costretti all’interno nei mesi scorsi.

Nell’immagine: Giovanni Boldini, Sulla panchina al Bois, 1872.