Pensierino

La prima volta

La_prima_voltaIl mio rapporto con la poesia si è rafforzato negli anni. Ricordo ancora i versi imparati a memoria sui banchi delle elementari, un tempo i maestri insistevano, non comprendevo il perché, ma obbedivo e mandavo a mente. Non capivo il significato di ciò che ripetevo, di questo ne sono certa, erano suoni, ne percepivo la musicalità, ma il senso che sottende alle parole restava un mistero.
Posso dire che la poesia mi ha respinta, per lungo tempo. Era come se fossi ancora piccina per afferrare il frutto maturo, pronto per essere gustato. Questo è successo per tanti anni, durante i quali ho ascoltato i suggerimenti di chi mi mostrava una bellezza che, per me, risultava inaccessibile. Un giorno ho incontrato l’albero giusto e ho finalmente iniziato a gustare il premio. Quella prima volta è scolpita nella mia mente, non ricordo solo i versi, potrei descrive il posto, i raggi del sole che foravano le persiane e bagnavano il tavolo per scaldare le pagine, il mio sguardo, rivolto verso la parete bianca che accoglieva i lemmi, impegnati in una danza. E dentro, il sapore per quel frutto maturo.
Sono tornata indietro, ho provato a rileggere ciò che era ancora nella mia mente e ho compreso, forse solo in parte, quei versi imparati da bambina, brevi frasi con un senso lungo. Associazioni di parole arruolate per provocare commozione, turbamento, per scuotere le membra e accendere il pensiero.
Ho esplorato, investigando con pazienza alla ricerca di un nuovo bottino, consapevole di ciò che volevo trovare, ma la mutevolezza, provocata dal tempo e dagli accadimenti, mi ha spesso inibito l’accesso alla bellezza. Non mi sono arresa. Ho pedinato altre pagine e testi e frasi e rimandi verso autori che, a loro volta, mi portavano ai loro maestri, ho trovato un’asserzione che desidero condividere: “…la poesia è ogni volta una nuova esperienza. E tutte le volte che leggo una poesia, l’esperienza accade.” [Cit. Jorge Luis Borges – L’esperienza della poesia.].
L’esperienza. Perché accada è necessario predisporsi, e serve ritornare per una seconda e terza e quarta volta sugli stessi versi perché cambiamo, si modifica la nostra prospettiva e ciò che in origine ci era ignoto potrà essere svelato, forse non completamente, ma uno spicchio del tutto potremo guadagnarlo. E allora è bene ritornare anche sulla prima volta, tenendo in dispensa il ricordo del sapore vissuto, per assaporarla di nuovo, lasciando che accada.

Nell’immagine: Fanciullo con canestra di frutta, Michelangelo Merisi detto Caravaggio (1593-1594)

Un cerchio d’amore

Cerchio_amorePasseggio fra le parole. Ho dedicato molto tempo alla lettura, nelle ultime settimane l’ho preferita alla radio e alla televisione, e anche a tutto il resto. Mi sono legata a certe frasi che hanno aperto la porta a un pensiero, spesso a un’emozione.
Micrometriche descrizioni di un tramonto, di un’alba, della luna, mi hanno dato sollievo, consentendomi di guardare in alto, per apprezzare la bellezza che esiste perpetua. Ho ricordato i temporali d’estate, quando ero bambina e restavo insieme a mia madre a osservare dalla finestra. Il profumo della pioggia che si scaglia sul terreno arso, scatenando l’odore del bagnato mescolato agli idrocarburi sputati dalle zolle, l’ho sentito. Ho pensato alla miccia che scatena l’incendio e al suo antidoto, in grado di domare. La natura ci offre la soluzione, il sistema è perfetto e interviene per lenire l’aridità prima della combustione. Questo l’ho scoperto dopo, mentre ero là, piccola e muta di fronte alla possanza dell’acqua, indugiavo nell’abbraccio di mia madre, che non parlava ma appoggiava il suo capo al mio e per me era sufficiente per sapere che di lì a poco l’acquazzone sarebbe finito.
In questi giorni di tempesta cerco le parole di mia madre, provo a immaginare che cosa avrebbe detto, forse avrebbe faticato a trovare quelle giuste, avrebbe preferito il silenzio, almeno per un po’, e con pazienza si sarebbe messa all’opera per preparare un dolce, come antidoto all’amarezza. L’ho fatto anche io. Anche se non sono mai stata golosa, ho deciso di ritrovare il sapore di quella torta che mi dava conforto nelle giornate molto fredde. Non ricordo tutti gli ingredienti, ho usato l’improvvisazione ma ho tenuto viva l’intenzione: l’amore. Mescolando, muovendo il cucchiaio per comporre dei cerchi, ho dato forza alla dolcezza perché possa avere il sopravvento. Ho fatto attenzione alle dosi, ho misurato la quantità di zucchero per non eccedere. Mi sono ricordata di un gelato che consumavo tanti anni fa e che era talmente dolce da essere salato. È come un cerchio, un insieme infinito di punti che esprime diverse gradazioni fino al punto congiunto, in cui i differenti si toccano e si confondono in uno solo.
Dopo avere composto il mio dolce sono tornata alla passeggiata fra le parole. È arrivata alla mia mente “Little is left to tell” (trad. Poco resta ancora da dire – tratta da un’opera di Samuel Beckett) e ho pensato che in ogni parola c’è un silenzio, perché la lettera che è stata detta tace e quella che attende è muta. C’è un’economia insita nelle parole che, se abbinata al cerchio in cui i differenti si toccano, allora è bene che, durante la burrasca, si parli il meno possibile ma ci si tenga per mano, stringendo la presa.

Nell’immagine: Madre con bambino, Pablo Picasso 1902.