
Nel salotto di Cecilia il pianoforte è protagonista, troneggia in un’area a lui dedicata e il mondo esterno si riflette sul nero lucido. Ero già stata in questa casa, in occasione di Piano City, e, durante l’ultima performance, mi ha colpita non solo la bravura della pianista, ma anche la sua capacità (e per certi versi il coraggio) di proporre un repertorio classico composto da donne.
L’occasione è arrivata in un momento in cui riflettevo sulla voce femminile. Mi ero soffermata sulle scrittrici che hanno lavorato per distinguersi, per individuare uno stile personale che celebrasse la loro unicità, ma non avevo ancora esaminato le pianiste. Compositrici e concertiste che hanno soffocato un talento per consentire ad altri membri della famiglia di emergere, quasi che non ci fosse lo spazio necessario per tutti. Cecilia Ferreri ha dato voce a Funny Mendelsshon sorella di Felix, a Clara Wieck Schumann moglie di Robert, a Cécile Chaminade e Amy Beach , nomi che non avevo mai sentito e sui quali non avevo mai avuto occasione di soffermarmi. La musica non è mai stata una materia di studio per me, l’ho sempre vissuta da ascoltatrice. Ascoltando si aprono porte che sollecitano l’immaginazione. Percorro luoghi che non conosco, mi aggiro tra le vie strette di una medina e, quando lascio lo spazio alla pazienza, scopro qualcosa di nuovo.
Ho chiesto a Cecilia di parlarmi della musica, del pianoforte e delle donne che negli anni si sono cimentate con tenacia e passione, esprimendo una sensibilità che, inevitabilmente, è un pregio femminile e ha a che fare con la cura. È nata da qui la nostra conversazione.
Nelle mani di Cecilia c’è l’omaggio a una schiera di donne che, grazie a lei, possono avere voce. Immagino il passaggio di un testimone, colgo la forza delle donne che nei secoli parlano e, attraverso le note, ci lasciano l’eredità. La musica classica non è per tutti poiché necessita di un ascolto attento, bisogna dedicarsi, darsi spazio per farsi largo verso una profondità che mette paura. L’ignoto fa paura, prima di comprendere che, l’ignoto, è una meravigliosa opportunità che consente di accendere una luce dentro a una camera buia.
La musica è come la poesia, la musica è come l’arte, la musica è il veicolo di accesso alla Bellezza. Non è distrazione ma è riflessione. Non c’è nulla di automatico nell’ascolto, bisogna coltivare l’attitudine, ascoltare è un costante allenamento, fatto di impegno. Ma dopo averlo provato ci si prende gusto perché il premio è prezioso e intimo. Qualcosa che le parole non sanno descrivere, è come un segreto, che solo chi ne ha accesso riesce a comprendere, ma rimane così segreto che anche volendo non lo si può nominare. Mentre Cecilia parla mi torna alla mente un autore che, dal mio punto di vista, è riuscito a tracciare il segreto. Penso a Christian Bobin in “Mozart e la pioggia” dice: “Un giorno d’estate, a Grasse, camminavo per le strade sotto un sole abbacinante. Sono passato davanti a una finestra che stava quasi all’altezza del marciapiede. Senza rallentare il passo, ho guardato all’interno. C’era un’ombra e una coppia che si stava baciando. Questa visione è durata due secondi. Mi ha rinfrescato per tutta la settimana. È la stessa immagine che colgo in Mozart: due note che si baciano nella penombra.
Ci vuole allenamento per arrivare ad ascoltare. Ma ci vuole ancora più allenamento per arrivare ad eseguire. Il pianista ha il potere di scatenare l’ascolto nell’altro e la consapevolezza di questo potere implica responsabilità, costruita giorno dopo giorno da: dedizione, determinazione, costanza, passione.
Cecilia ha iniziato a suonare da bambina, in famiglia c’era il pianoforte e lei ha cominciato da subito. È una pianista avvocato, questo aspetto mi ha incuriosita e, ascoltandola, ho cercato di individuare una relazione tra ciò che, in apparenza, sembra totalmente eterogeneo. Lei stessa sostiene che non ha mai voluto scegliere perché entrambe le professioni le appartengono. Ha sviluppato le due passioni che poi, a ben vedere, hanno una comunanza nel rigore, nella disciplina, nel perseguire le leggi: sia quelle del vivere civile che quelle della musica. Due binari paralleli che in realtà si uniscono, laggiù in fondo dove l’occhio arriva. Necessariamente la convivenza richiede capacità organizzativa (tipica femminile) che consente di svolgere tutto: gestione dei clienti come avvocato, professore di diritto a scuola, concertista di piano, insegnante di piano, e studio, studio costante perché il pianoforte non consente di avere pause. Sorride sostenendo che quando ha quindici minuti a disposizione li dedica allo studio. Fa una pausa, guarda il suo pianoforte a coda e confessa che, se mai la obbligassero a scegliere, andrebbe di certo verso di lui.
Per chi suona la musica classica l’interpretazione è fondamentale. Cecilia lo ripete a me, come fa con i suoi alunni, le note sullo spartito sono sempre le stesse ma ogni pianista mette parte di sé dentro al pezzo e lo rende unico, perché l’esibizione è una totale fusione tra il pianista e le note scritte dal compositore. La costanza è decisiva, come in tutto. Lo studio del pianoforte è fondamentale perché consente di comprendere come studiare e come risolvere i problemi, dato che i passaggi fra una nota e l’altra non sono facili. Serve molto tempo per fare venire un passaggio ma è parte dell’allenamento verso la perfezione; s’impara ad imparare con il pianoforte. Inoltre, è uno strumento che sveglia l’intelligenza e la concentrazione.
Gestire due mani che fanno due cose diverse è come imparare a trovare l’equilibrio dentro di noi, che siamo esseri duali, perennemente in conflitto fra sentimento e ragione, fra sogno e realtà.
Prima di salutare Cecilia, dedico ancora uno sguardo al pianoforte, oggetto portatore di meraviglia. La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato e per l’insegnamento che porterò con me. Con il pianoforte impariamo che siamo Uno, che tutto ciò che vive in noi è parte di un’Unità che possiamo imparare a conoscere, per trovare quel punto di equilibrio interno che vince la dipendenza e che alimenta la libertà.
Se qualcuno dipingesse Cecilia Ferreri sceglierebbe colori accesi, come il rosso di un tramonto d’estate e l’arancione del corallo marino. Non potrà mancare il nero, lucido per riflettere lo splendore delle stelle, luminose quanto il suo sorriso.