Giulia Marchi


È stato Amabili resti che mi ha spinta a chiedere a Giulia Marchi una mediazione.
“Si tratta di un esercizio di memoria, è la sicurezza di non aver dimenticato”, iniziò così la spiegazione dell’opera da parte dell’autrice, durante l’inaugurazione della mostra La misura nelle cose, presso LCA studio legale.
Guardando il trittico, fui attratta dalla fotografia dedicata a L’Annunciata di Palermo di Antonello da Messina dipinto nel 1476. Non avrei saputo definire il tempo in cui avevo ammirato l’originale, e neppure il luogo, ma il manto azzurro-blu era vivo in me. Il pantone, insieme alle sue pieghe, aveva riacceso il volto della Vergine.
Durante la passeggiata attraverso le sue opere, Giulia Marchi mi fornì delle chiavi che non schiudevano solo un significato per comprendere il suo lavoro, ma risvegliavano qualcosa di mio, una parte intima da ascoltare e da capire con pazienza. Decisi di approfondire e chiesi a Giulia un incontro per conversare.

“L’opera d’arte concettuale, quando viene esposta, inizia un suo percorso” mi ha risposto Giulia all’inizio della nostra chiacchierata che aveva, per me, lo scopo di capire l’importanza della mediazione per apprezzare un’opera d’arte contemporanea. Intuivo che si tratta del risultato di un concetto, su cui l’autore ha lavorato, e mi chiedevo se la mancanza di una guida possa innalzare una barriera verso lo spettatore.
Non sono un’esperta ma un semplice fruitore, amo l’arte perché mi fa affiorare un’emozione. Se un dipinto, o un’installazione, o una scultura, ma anche una fotografia, mi genera quel click nel cuore allora mi piace e mi sento appagata. È molto semplice il mio approccio all’arte e, con un filo di timidezza, lo confido a Giulia la quale mi rassicura, sostenendo che è proprio questo il senso, ma lo dice con parole estremamente efficaci.
Il legame fra l’opera d’arte e l’artefice non si esaurisce mai, ma c’è un momento, quando l’artista decide di esporre, in cui è avvenuta la risoluzione. Il percorso di ricerca che ha mosso l’autore ha avuto il suo compimento e il risultato può essere condiviso. Giulia precisa che, quando decide di esporre, non è per lei importante svelare il processo. I singoli passaggi – che possono durare mesi e che sono piccole scoperte che, ad un certo punto, trovano il giusto incastro – rappresentano il suo personale viaggio di conoscenza; ciò che importa, come artista, è fare nascere domande, interrogazioni intime da parte di chi desidera conoscere.
Ciò che l’opera suscita è quindi un desiderio, più o meno palese, di approfondire. È l’inizio di un percorso di conoscenza in chi la osserva. Torniamo alle chiavi. Giulia mi spiega che nelle sue opere utilizza il titolo per fornire una chiave allo spettatore. È il primo indizio per iniziare la ricerca, che deve essere fatta con le competenze e gli strumenti disponibili. L’esempio della musica è incisivo: per apprezzare una sinfonia di Beethoven non è necessario conoscere la musica né le regole di composizione, ma l’attrazione verso quelle note può fare nascere il desiderio di conoscere meglio il musicista, la sua vita, le sue esperienze, leggendo così qualche cosa che risuona in noi. Io parlo di emozione ma Giulia mi propone un termine che m’incuriosisce e mi convince: la vicinanza.
Si tratta di una prossimità umana, che prescinde dal tempo e dallo spazio. Possiamo essere vicini a Platone e, analizzando i suoi scritti, portarlo nella contemporaneità poiché, ciò che ci raccontò migliaia di anni addietro, è vivo nel nostro presente.
Quando io, come spettatore, trovo qualche cosa di me nell’opera dell’altro, me ne approprio e la mia fruizione diventa duratura. Consegno la continuità a quel lavoro, che si è trasformato nella mia comprensione e mi ha arricchito con una nuova conoscenza.
Mi viene facile il parallelo con i libri. Riflettendoci mi capita spesso di trovare risposte nei testi che leggo, così come mi accade di intraprendere un percorso di ricerca – anche dentro di me – grazie a certe pagine che non dimenticherò mai più.
Giulia, che ha una formazione classica e si è laureata in lettere antiche, mi confida che è per lei frequente partire da un testo per elaborare una sua opera. Qualche riga di uno scritto possono spingerla a ricercare e così intraprende il cammino per individuare la sua risoluzione. È successo con l’opera Fluxus (2016) – presente in una mostra al MAXXI -, composta da una serie di fotografie che ritraggono la luna. Si tratta però di lune fittizie, elaborate con una maschera circolare che consente di impressionare la pellicola solo in un’area centrale. Fu la luna di pomeriggio, descritta in Palomar – romanzo di Italo Calvino (1983) – a fare nascere il bisogno della ricerca. [Cit.] La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse.
Quel passo è rimasto ben fisso anche nella mia personale ricerca. Mentre Giulia mi spiega il suo percorso di approfondimento, che è diventato un’opera d’arte ed è stata la sua modalità di appropriazione dell’opera di Calvino, ricordo la sottolineatura a matita sulla mia copia di Palomar e tengo stretto ciò che ho scoperto io, dopo avere letto quelle righe.
Non ci sono barriere, se non quelle che noi decidiamo di innalzare. Ho compreso che l’arte contemporanea richiede un lavoro anche da parte dello spettatore il quale, se lo vuole, utilizzando i propri strumenti, è chiamato alla sua risoluzione appropriandosi dell’opera.
Vicinanza, prossimità umana. Connessioni che fanno compagnia, ci rassicurano e ci aiutano a trovare risposte durante il nostro viaggio.

Ringrazio Giulia prima di salutarla, in un’ora scarsa abbiamo affrontato tanti temi e mi ritrovo con un distillato di ricche speculazioni e di bellezza, che nutre e rinfranca, come un tè caldo sorseggiato davanti al camino nelle giornate d’inverno. La ringrazio anche per la sua generosità poiché mi ha fatto entrare nel laboratorio dell’artista e, permettendomi di frugare fra gli attrezzi, mi ha regalato un nuovo modo di guardare un’opera di arte contemporanea.
So che Giulia ama il bianco e nero ma, se qualcuno dovesse dipingerla, suggerirei di non lesinare sull’oro luminoso che contraddistingue la luce brillante di un grande talento.

Nell’immagine: Giulia Marchi , ritratto di Simone Maria Fiorani.
La foto è stata gentilmente concessa dall’artista.