Pensierino

Intendiamoci

Mi ha sempre divertito maneggiare parole che hanno più significati, la varietà della lingua italiana ce ne offre tante. Ci sono differenti casi a cui prestare attenzione.
Esistono le cosiddette parole polisemiche (vocabolo che non amo e che uso solo per necessità) come ad esempio: piano o viola, o coda. Sono paroline brevi che racchiudono più di un’evocazione. Nel caso del piano possiamo alludere al pianoforte, al piano delle attività, al piano regolatore o al piano di uno stabile (a quale piano è l’appartamento?). Se dico viola penso a: un fiore, un colore, uno strumento musicale. La coda è quella di un animale ma anche una capigliatura; è una fila alla posta o un rallentamento nel traffico. Ci sono altre parole, a me care, che cambiano decisamente di senso quando cambia un semplice attributo come l’accento. Tutti conosciamo, fin dall’elementari, la differenza fra pésca (azione del pescare) e pèsca (il frutto) ma nel linguaggio comune non mettiamo più la forza sull’accento e deduciamo il significato dal contesto.
Ai vezzi della nostra lingua ne aggiungo un altro, si tratta di parole che, pur restando uguali, esprimono un diverso significato se utilizzate in termini del tutto materiali o in termini astratti. Un esempio nasce dal verbo fissare. Quante cose ci stanno nel significato di questo verbo? Ne elenco alcune, senza pretendere di essere esaustiva: fissare qualcuno o qualche cosa, inteso come guardare intensamente; fissare un oggetto che barcolla, non è stabile, (devo fissare la mensola); fissare un punto nella nostra discussione; fissar-si, ossia restare fisso su un tema, un problema, un qualsiasi mal di pancia che porta malessere.
Navigando in tutti questi molteplici significati, che cosa succede alla nostra comunicazione? Quando parliamo con gli altri ci lasciamo comprendere? Quando ascoltiamo siamo in grado di afferrare ciò che gli altri esprimono?

Riprendo un pensiero di Galileo Galilei il quale, in un passo del Dialogo, elogia tra le invenzioni stupende quella dell’alfabeto.  [Cit.] … qual eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi reconditi pensieri a qualsivoglia persona … con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi…

Ebbene, di questo si tratta. Di una manciata di caratteruzzi utilizzati costantemente per condividere i nostri pensieri. Ma le parole dette contengono l’intenzione di chi parla e, da parte di chi ascolta, vengono recepite attraverso il filtro della propria esperienza. C’è una costante approssimazione, acuita da espressioni del viso, movimenti del corpo, che popola di sottintesi e di interpretazioni ciò che ci diciamo e ciò che ascoltiamo. Esiste paura nel dire e paura nel capire, perché spesso c’è ancora tanto da capire in noi stessi, e così, la parola, perde potenza. Ma la parola, nella sua esattezza, nella sua chiarezza ha una potenza in essenza, contiene energia luminosa in grado di rischiarare. È luce.
Non è necessario ricorrere alla bellezza, e alla luminosità, poetica che solo certi autori riescono a donare, chiamandoci alla meraviglia. Alludo a una bellezza alla portata di chiunque abbia semplicemente il coraggio di ascoltare e di dire, con onestà, con la giusta modalità, con la cura che si dedica a un neonato.
Tornando alla fissità, è evidente che la parola ha il potere di muovere. La giusta combinazione di caratteruzzi è in grado di provocare un cambio di assetto di tutto ciò che è mobile, compresi noi, esseri umani, inesorabilmente in contradditorio con tutto ciò che accade.
Parlarsi, discorrere, ragionare e confrontarsi, per dare l’opportunità alle idee di svilupparsi, di trovare la strada per affiorare e diventare azione. Potremo dire e accogliere cose buone, cose meno buone, ma sempre necessarie per uscire dalla fissità e percorrere un passo in più del nostro viaggio.

Nell’immagine: Marie Bracquemond, Trois femmes aux ombrelles, 1880.

Sentire l’oriente

Sentire_OrientePenso a Córdoba da giorni. Ci penso come si fa con un innamorato, all’inizio, quando il primo incontro è fresco e, qualunque cosa succeda intorno, il pensiero va a lui. il petto si gonfia e capita (può capitare anche all’improvviso) l’istantanea vertigine del decollo.
Leggo, guardo la tivù, parlo al telefono, mangio, ma sul binario parallelo, quello che coinvolge la parte meno automatica della mia mente (forse quella deputata al sogno?) c’è Córdoba.
Passeggio nelle vie della Judería dove il cumino si fonde nel limone di Sorrento. Il cielo così azzurro l’ho visto solo in Grecia, le case così bianche si trovano solo al sud, e a Bodrum. Continuo a camminare, esplorando viuzze medievali che si aprono su slarghi parigini. Entro in palazzi anonimi che custodiscono il patio di Marrakesh; mi accoglie il suono delicato dell’acqua, sono le note della fontana di un giardino di Kyoto.
La Mezquita invece è unica. Fusione tra Roma e quell’Impero persiano studiato a scuola, ma ormai sbiadito nelle nozioni; gli innesti del califfato e il mudéjar si sposano al gotico e al Rinascimento.
Mi affanno nella ricerca. Cos’è successo prima che io arrivassi in questo luogo? Chi ha seminato tutto ciò che vedo? Un Tutto sterminato che l’occhio non può catturare così in fretta. Continuo a camminare. Osservo i volti delle persone, ne fermo qualcuna, sperando che sia un residente e che abbia avuto il tempo necessario per accogliere e nominare. Uso la mia lingua, anche se è diversa dalla sua, per testimoniare che partecipo a quella bellezza, dico proprio bello, che è l’unica parola che riesco a trovare. Mi vergogno un po’ per la semplificazione e mi giustifico, dicendo che sto elaborando, che sto cercando le parole giuste per descrivere ciò che ho visto.
Torno nella Mezquita, sicura che troverò una traccia. Ma lì mi aspetta il silenzio, le parole non sono pronte e, per quanto mi sforzi di formulare una frasetta, anche semplice, che abbia la funzione di costruire un segnale di quel momento, un’incisione dentro di me, che contenga quello che sto provando, il silenzio persiste. Aspetto. Passano giorni. Poi capito su una pagina, non una qualsiasi ma una pagina di Borges che, tra le righe di una dissertazione sulle Mille e una notte, dice “C’è un certo qualcosa che noi avvertiamo come Oriente […] e che io ho sentito a Córdoba*. Ho percepito la presenza dell’Oriente […]” (Jorge Luis Borges, Sette sere, edizione Adelphi). Che cos’è l’Oriente? Me lo chiedo partendo dalla geografia, ma comprendo, ripescando il silenzio della Mezquita, che è uno spazio senza confini.
L’Oriente è il sole che sorge, indipendentemente da dove io mi possa trovare. È questo il segnale che cercavo e, non avendo trovato parole per meglio descrivere la bellezza di Córdoba, mi persuado al sentire. Sento l’Oriente.

Nell’immagine: Paseo a orillas del mar di Joaquin Sorolla,1909.

*Nota: Nello scritto di J.L. Borges è possibile che il suo riferimento sia alla città argentina, omonima di quella andalusa e fondata da un condottiero spagnolo nel 1573. Avendo trovato scritti in cui si evince la somiglianza fra l’atmosfera delle due città, ho privilegiato il paragone andaluso.