Ci sono persone che non ridono mai, che ti accolgono con la faccia scura e che quando parlano stanno sulla difensiva. Hanno una sorta di rabbia dentro, qualcosa di brutto che li schiaccia. È come se non potessero mai trovare un motivo per sorridere, vivono la loro giornata con i pugni chiusi, lo sguardo accigliato e le labbra strette. A volte è normale essere un po’ giù, c’è sempre quella giornata storta che ti spinge a desiderare che finisca presto; si può essere tristi ma la vedo come una situazione temporanea, un momento a cui trovare il modo per reagire. Forse ha a che fare con il grado di ottimismo che uno si porta in dote o forse dipende da quanto sappiamo riconoscerci. Nel tempo ho cominciato a pensare che esista una forte correlazione fra l’essere tristi e il non sapere chi siamo, che cosa vogliamo e soprattutto che cosa possiamo fare per cambiare le cose.
Non avevo mai pensato seriamente a un piatto che mi rappresenti. È stata la mia amica S. a spronarmi su questo tema. Eravamo a cena e, visto che entrambe amiamo cucinare, abbiamo cominciato a scambiarci ricette e a confrontarci sui nostri piccoli esperimenti. Poi lei se n’è uscita con:
“Hai mai pensato al piatto che vorresti essere?”
Mi ha colta impreparata. La sua domanda non era riferita al piatto che più mi piace, voleva che io immaginassi un piatto che possa rappresentare chi sono. Non facile. Soprattutto perché questo significa conoscersi e avere chiara la percezione che gli altri hanno di te. Inoltre nella sua domanda ho colto un senso di proiezione poiché non mi ha chiesto chi sono oggi ma chi vorrei essere, che prevede un’ idea definita dei propri obiettivi e del cammino che s’intende percorrere per raggiungerli. Crisi.
Avendomi vista perplessa e pensosa S. ha cercato di aiutarmi dicendo:
“Prova a pensare al piatto che sei, a quello che non sei e poi a quello che vorresti essere.” Sempre più difficile. “Iniziamo da quello che non sono.” Ho detto. Mi sembrava più semplice partire da lì perché ho chiaro ciò che non sono, o meglio ho chiaro ciò che assolutamente non voglio essere e non voglio che gli altri pensino di me.
“Il lesso.” È quello che mi è uscito dopo qualche secondo di riflessione.
“Non è che il lesso non mi piaccia.” Ho specificato. “Lo vedo così banale e privo di personalità, per non parlare del colore della carne: grigino. No il lesso no.”
“Però potresti servirlo con tante salse colorate.” Ha aggiunto lei.
“Sì ma il vero sapore del lesso è quello della carne, aggiungere le salse significa barare.” Ho specificato.
“Dimmi il tuo.” Ho incalzato mentre prendevo tempo per pensare agli altri due piatti.
“Il branzino al sale.” Mi ha risposto.
Anche nel suo caso non si tratta di un piatto che non piace, anzi è uno dei modi più gustosi per mangiare il branzino, ma in fondo è così semplice da preparare.
“Lo trovo piatto, con poco spessore, semplice, troppo. No il branzino al sale no.” Ha voluto rimarcare lei.
La conversazione è andata avanti, non siamo ancora riuscite a identificare con certezza gli altri due piatti ma ci stiamo lavorando e confesso che è stato un ottimo esercizio per capirsi un po’ di più.