Il primo era rosso. Ricordo il cartoncino tondo, ritagliato con precisione, su cui avevo disegnato i numeri con un pennarello nero. Avevo fatto il buco al centro per accogliere un ferma-fogli dorato, dotato di due linguette diseguali che, una volta aperte, risultavano perfette nella funzione di lancette.
Non potevo simulare tutte le ore possibili poiché le mie lancette avevano una insita staticità, dovuta al perno centrale, che le costringeva a muoversi solo attraverso il diametro sul mio orologio. Ore e minuti erano opposti. Potevo riprodurre le dodici e trena o le sei, l’una e trentacinque o le sette e cinque, e così via. Ma non c’era possibilità per le due e quindici o per le quattro e venti o per tante altre combinazioni orarie che ci concede la misurazione dello scorrere del tempo, distribuito nelle ventiquattro ore tipiche del giro dell’orologio. Ero comunque fiera della mia costruzione e, bambina ancora immune alla schiacciante velocità del tempo, soprassedevo di fronte all’imperfezione del mio calcolo.
Questo pensiero mi è tornato alla mente grazie a una lettura recente (sono solo all’inizio di questo testo e ne parlerò più avanti) in cui si descrive un luogo dove non esistono gli orologi e lo scorrere del tempo viene misurato a grandi linee, osservando il cambiamento del cielo.
Gli abitanti hanno la consapevolezza dell’avvicendarsi delle ore ma un’ora in più, o una in meno, non cambia il fluire della vita. In quel luogo, l’assenza dell’orologio non è una scelta ma una condizione dovuta all’arretratezza poiché, da quelle parti, l’inesorabile misuratore non è ancora arrivato. Mi sono chiesta se la misurazione del tempo sia sinonimo di civiltà o di evoluzione e, francamente, sono alquanto dubbiosa sulla risposta. Pensando alla mia quotidianità, sono ben lontana dai tempi del mio orologio rosso. Misuro ossessivamente lo scorrere del tempo, calcolo i minuti, frammentandoli in secondi, e mi do tempi per compiere ogni azione, arrivando a perdere il senso dell’azione per privilegiare il suo completamento nei tempi prestabiliti. Misurare è catalogare, incasellare il tempo in uno schema al quale lui stesso sfugge. Serve a me, per orientarmi nell’infinito fluire della vita, ma l’utilità e la necessità di tutto ciò mi pare alquanto discutibile.
Lascio fuori da questa riflessione ciò che deve necessariamente essere fatto in un determinato orario, come ad esempio salire su un treno, o ciò che, nella nostra quotidianità, risulta ottimale per la programmazione efficace delle attività operative di cui siamo responsabili. Parlo di tutto il resto che esiste, se esiste. Mi riferisco al tempo vivo che si trascorre con chi amiamo, al tempo in cui essere gentili con chi incontriamo, al tempo per noi stessi, per ricaricare le batterie e sapere sorridere ancora al prossimo che ci taglia la strada.
Seppure rari, ci sono momenti in cui mi abbandono a uno scorrere ignoto. Quando sospendo la lotta con il tempo il minuto si amplifica, i preziosi secondi sembrano proliferare e, se è vero che sono infiniti i punti che compongono una retta, credo nella possibilità di vivere appieno gli istanti che abitano un minuto, un’ora, un giorno e così via; senza la necessità di verificare quanto tempo sia passato dall’ultima volta in cui ho guardato l’orologio.
Nell’immagine: La signora in rosa (Olivia Concha de Fontecilla) di Giovanni Boldini, 1916.
