Asides

Non abbiate fretta

Non_Abbiate_Fretta

“Non abbiate fretta e se sbagliate, ricominciate.” Suona più o meno così l’esortazione che ebbi il privilegio di ascoltare tanti anni fa, liceale adolescente, in occasione di una lectio magistralis tenuta da Rita Levi Montalcini.
Ho custodito il suo messaggio negli anni e l’ho ripescato spesso, sforzandomi, senza mai riuscirci, di ricordare le parole esatte. Ho tenuto con me il concetto, usandolo come medicina nei momenti difficili. Ho intercettato altri significati, oltre al primo che avevo apprezzato, anzi posso dire che l’esortazione ha alimentato la mia speculazione sul tempo, sugli errori, sui desideri, sulle aspirazioni, sulla fallacia.
Oggi ho l’opportunità di rimaneggiare ancora il senso. Non solo per il significato insito nella sentenza, ma per ciò che ha rappresentato: una frase incisa nella mia mente. È grazie a uno scritto di Italo Calvino che, parlando di Eugenio Montale e di una sua poesia, riferisce di una recitazione mentale, quasi inconsapevole, che affiora a distanza di anni (Cit. Italo Calvino, Perché leggere i classici – Oscar Mondadori 2021). Nel testo Calvino rimarca la bellezza di imparare le poesie a memoria e restituisce una ragione sulla quale non avevo ancora riflettuto: i versi crescono mentre continuano a ruotare nel giradischi mentale (Cit.). Voglio parlare di una crescita che si accompagna al cambiamento e a una necessaria trasformazione. Le parole, siano esse componimenti poetici o esortazioni, mutano di significato insieme al mutamento della persona.
“Non abbiate fretta” a quindici anni lo trovai rassicurante, un moto rispettoso dei tempi di ognuno nel raggiungimento di un traguardo. Più tardi ho capito che non dovevo avere fretta nel decidere chi volevo essere perché sono un essere che muta, e ogni giorno serve per ascoltare, per costruire, per cambiare, per aggiustare. Il risultato finale non è detto che sia noto, è un viaggio, un lungo percorso attraverso strade spesso inesplorate, dove la fretta porta all’errore di confondere i propri desideri con quelli che gli altri ci attribuiscono.
Sbagliare e ricominciare: due parole che incutono timore perché sembrano alludere al fallimento. Ma il fallimento, quando racchiude la misura di un’esperienza, è necessario.
Tornando a Calvino e alle poesie, l’autore sostenne più di una volta che è bene imparare le poesie da giovani perché da vecchi ci faranno compagnia. Tengo a mente da tempo questa affermazione, consapevole che la sua comprensione di oggi sarà differente da quella di domani. Certi versi sono con me da anni, li saluto al mattino, li innaffio, osservo la loro crescita. Ogni tanto recrimino di non dedicare loro il tempo di cui avrebbero bisogno, quello stesso che vorrei io per mia necessità. Ma quando stiamo insieme, e li riscopro rigogliosi, sono così soddisfatta. Allora scovo nella compagnia il senso vivace del costante movimento che induce a farsi domande, senza pretendere di trovare subito una risposta, ma felici per la capacità di interrogarsi. Esseri pronti a stupirsi e vogliosi di cogliere qualche inattesa meraviglia. Ritrovo così nel “Non abbiate fretta” l’ennesima sfumatura: l’esortazione a prendersi il tempo per osservare, come quando si cammina che se il passo è troppo svelto si perdono i dettagli del panorama.

Nell’immagine: Un’onda di luce, Giacomo Balla (1943)

Il dono

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Il pacchetto è ancora lì, ben in vista sulla mia libreria, nello scaffale in cui lascio le cose che devo portare a qualcuno. È un angoletto vicino all’uscio, verso il quale sbircio prima di chiudere la porta, cercando il giusto promemoria di chi incontrerò. Avevo scelto una carta da regalo in tessuto, con delle venature d’argento come la luna. Quanto ci piaceva guardare la luna sedute in giardino, nel dopo cena, quando tutti si erano coricati e le nostre chiacchiere lenivano le ferite. Avevo deciso per un nastro di raso, rosso come il Natale, come i Natali insieme, pieni del tuo polpo con le patate e dei tuoi gratinati che mangiavo fino a scoppiare. Tutto era così buono, ogni cibo cucinato da te aveva il sapore buono di casa. Ho mangiato con gusto pietanze che altrove non avrei scelto, ma da te anche il pane cotto nell’acqua era delizioso perché mi portava indietro, nei giorni belli della mia infanzia. Davanti al caffè invece tornavo donna e ti regalavo i miei pensieri più intimi e tu mi donavi i tuoi, entrambe consapevoli che eravamo libere, senza giudizio, senza paura di passare per matte.
Guardo il pacchetto per l’ultima volta prima di uscire, sto venendo da te ma il mio regalo non ti serve più e me ne rammarico perché la storia ti sarebbe piaciuta. Sono sempre stata fiera di avere scoperto che cosa ti piacesse leggere e di non avere mai sbagliato un titolo a te donato. Aprivi la prima pagina e non ti staccavi prima della fine, volevi sapere che cosa succedeva, volevi conoscere. Ho sempre ammirato la tua sfrenata curiosità, la tua capacità speculativa fatta di nozioni e di intuito che ti consentiva di interpolare gli eventi e di identificare, con anticipo, anche il risultato della vita che ti attendeva.
Nella nostra ultima conversazione mi hai detto tutto, entrambe sapevamo ma ancora non avevamo dato il nome agli accadimenti. L’hai fatto tu per prima e hai concluso con una risata ricca e opulenta che risuona ancora e mi terrà compagnia, nel tempo necessario ad abituarmi alla tua assenza. Guardo nuovamente il pacchetto. Non è mio, non è tuo. Mi chiedo da ore che cosa farne. Potrei aprirlo e leggere il libro a te destinato, immaginando di raccontartelo. Ma non è il mio genere e temo che sarei una pessima cantastorie. Non voglio regalarlo a qualcun altro perché è tuo, io so che è tuo. Lo soppeso ancora un po’, camminando davanti alla mia libreria. Decido di adagiarlo nel terzo scaffale, quello all’altezza dei miei occhi, accanto alla fotografia in cui sono circondata dall’abbraccio del tuo primogenito, in uno dei tanti giorni in cui siamo stati felici. Ti auguro buon viaggio mia cara Anna, quando incontrerai tuo figlio bacialo per me.

Nell’immagine: Signora in giardino a Sainte-Adresse, di Claude Monet (1867)