Luoghi

Quasi la prima della Scala

“Ti prego dimmi che sei a Milano.”
“Certo.” Ho risposto al mio amico G. che mi ha chiamata lunedì 6 luglio alle quattro del pomeriggio. Nelle battute successive è emerso che cercava qualcuno che lo accompagnasse a teatro, non si trattava di una rappresentazione qualsiasi ma dello spettacolo di riapertura del Teatro alla Scala.
A quel punto ho capito che la mia passeggiata mattutina aveva avuto un senso. Intorno alle nove, mentre camminavo in Corso Buenos Aires, era scattato un amore a prima vista verso un paio di scarpe verde acido, che si abbinavano alla perfezione con un vestito da cocktail, dello stesso colore, che stava facendo la muffa nel mio armadio. Pensavo che quel vestito mi piaceva un sacco e non accettavo l’idea di non averlo ancora sfoderato, avevo detto alla commessa che speravo di avere presto l’occasione per sfoggiare il mio nuovo acquisto.
“Ci vediamo alle sette all’ingresso.” G. ha chiuso così la telefonata, senza dettagli. Io ho accettato pur non sapendo di cosa si trattasse, né la durata, né i posti. Sapevo solo che era la serata di riapertura della Scala. Centotrentatré giorni di chiusura, un periodo troppo lungo non solo per gli appassionati di opera, musica e balletto ma anche per chi vive nella città della Scala e sa che il teatro è sempre lì, a fare la sua parte.
L’ingresso è stato semplice e ordinato, il numero di persone era contenuto e il personale ha gestito gli ospiti con grande professionalità. Un passaggio nel foyer ad ammirare le statue dei più grandi compositori, il pianoforte lucido e la consapevolezza che grandi personaggi della storia, dell’arte e della cultura avevano camminato sui miei stessi passi; l’ingresso nel palco e il silenzio nell’attesa che lo spettacolo iniziasse.
Si abbassano le luci, il segnale d’inizio, e sul palco arriva il sovrintendente, che saluta il pubblico e informa di un piccolo cambio di programma. Il concerto si svolgerà regolarmente ma la sequenza dei brani è stata cambiata perché il tenore, che avrebbe dovuto aprire il concerto, non si è sentito bene e il sostituto è ancora sulla strada. Dominique Meyer ci racconta con onestà che hanno fatto diverse telefonate per cercare chi potesse rimpiazzare il cantante; penso a quelle ore vissute da lui e dal suo staff, in attesa di trovare il classico piano B, non proprio semplice come esordio dopo la chiusura.
Sul palco arriva la pianista che con maestria ci accompagna tra le note di Liszt, poco dopo arriva il violoncellista e insieme ci fanno riscoprire Brahms; infine l’eroe, il baritono Simone Piazzola arriva sul palco come se stesse correndo, come se quella fosse la fermata che inseguiva da una vita. Canta e interpreta divinamente, si percepisce la sua emozione e la trasmette perché gli applausi che rispondono alla sua esibizione sono generosi e riconoscenti. Inchini, altri applausi, saluti, l’ultimo bis e poi se ne vanno e penso che quella delizia sia già finita ma non è così. Pianista e violoncellista tornano in scena e lei, con una voce sottile e delicata, come il cinguettio degli uccellini che augurano il buongiorno appena sveglia, dice che desiderano fare un omaggio al Maestro.
Capisco e chiudo gli occhi cercando nella mia mente, tentando di indovinare, in quei pochi istanti che precedono la prima nota, quale tra gli innumerevoli pezzi avessero scelto.
È quello che speravo. Il pezzo che mi riporta alla mia adolescenza, ai primi amori, alle domeniche pomeriggio passate al cinema, alle corse da perdere il fiato per salire sull’ultima corriera, quando pensavo ancora che i tacchi fossero una roba scomoda e non capivo come facesse mia madre a tenerli su tutto il giorno. La musica ha la capacità di farti passeggiare attraverso corridoi in cui il tempo e lo spazio si annullano e quando le note finiscono resta quel senso d’innamoramento, simile a quando ci si risveglia da un sogno in cui si è dato un bacio a una persona che di norma ci lascia indifferenti.
Il concerto finisce e io vorrei restare ancora un po’ seduta in quel palco per godere del mio innamoramento ma vengo richiamata, grazie al mio amico G. ho l’opportunità di andare sul palco a fine spettacolo per parlare con gli artisti. Mi avvicino al baritono e gli chiedo come si fosse sentito, lui mi dice che tutto è capitato troppo in fretta e non ha avuto il tempo per pensare, lo hanno avvisato due ore prima dell’inizio e si è messo in macchina, è partito da Verona e quando è arrivato è andato in scena, è stato lì che, grazie agli applausi, ha capito che la sua corsa aveva avuto un senso. La pianista mi confessa che il Tema d’amore di Nuovo Cinema Paradiso l’aveva scelto lei perché voleva celebrare il Maestro con un brano che le ricorda momenti importanti della sua vita. Una scelta dell’ultimo minuto dettata da circostanze imprevedibili.

Tornando a casa penso agli intrecci di storie che nascono grazie all’imprevisto che capita a ognuno.
Chi siamo noi per controllare tutto? Mi piacerebbe imparare a controllare il bisogno di controllo, credo che serva del coraggio mescolato alla prudenza insieme a una sufficiente dose di propensione all’azione. Forse è questo il tipo di energia che servirà nei prossimi mesi, decido che le mie scarpette verde acido diventeranno un perfetto promemoria.

L’isola di Corfù

Si trova nell’arcipelago delle isole Ionie, ha una superficie di poco più di seicento chilometri quadrati e una popolazione pari a circa cento mila abitanti dei quali un terzo localizzato nella capitale: Corfù Town, la città che dà il nome all’isola.
Per fare un paragone noto agli Italiani possiamo pensare che sia tre volte l’isola d’Elba, in termini di dimensioni e forse anche per alcune similitudini legate alla vegetazione. Corfù è ricca di ulivi e delle piante tipiche della macchia mediterranea a noi molto famigliare. Se dovessi sintetizzare la mia esperienza dell’isola la definirei come un luogo dalle due anime: la capitale e tutto il resto.
La città di Corfù, Kerkyra in greco, è un gioiello in cui è apprezzabile quell’influenza veneziana di quando l’isola fu colonia. Lo si vede nell’architettura, nei vecchi palazzi spesso decadenti, nella cucina, nella passeggiata sul Liston che ha il porticato della stessa famiglia di quello di San Marco.
In un paio di giorni si può visitare cogliendo la profondità dei dettagli e apprezzando certi luoghi fuori dai circuiti turistici, come il ristorante al Pozzo Veneziano.
Tutto il resto dell’isola è mare, spiagge, vento caldo, tramonti, luna piena. C’è l’imbarazzo della scelta, si può decidere in base al tipo di sabbia che si preferisce o in base al tipo di fondale; le spiagge sono tutte bellissime e il mare è cristallino ovunque. Io ho amato Prasoudi Beach, una località sul versante ovest dalla quale si può ammirare un tramonto perfetto. Al mare, un po’ ovunque, la vita è semplice e c’è bisogno di poco. In questi luoghi non ci sono sovra strutture, esiste un supermercato in cui si vende tutto, come per l’emporio di una volta, si va dalla frutta e verdura fino ai medicinali di prima necessità. Troviamo una taverna, al massimo due, che si danno il cambio nelle attività di gestione della spiaggia e bar del paese; tutte preparano piatti casalinghi molto gustosi. Serve altro? Direi di no, per qualche giorno possiamo fare a meno delle sovra strutture, anche questo è vacanza.