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Odore di Venezia

Sono stata molte volte in questa città. L’ho vissuta a tante età e per diversi motivi: per una semplice gita, per lavoro, per celebrare il matrimonio di amici cari, o per temi specifici legati ad un arricchimento culturale. Questa volta è stato diverso. Ho trascorso poco più di ventiquattrore in laguna, in un periodo caldo e affollato dai turisti, eppure ho trovato una meraviglia. La città è accogliente, ben disposta al prossimo, c’è cordialità nello sguardo dei residenti e gli ospiti sono rispettosi. Il luogo è fuori dal normale, si tratta di un’ambientazione unica al mondo: sali e scendi sui ponti, l’acqua intorno insieme alla maestosità dei campi e dei palazzi. C’è decadenza, quel senso di fatiscente sui muri, o negli anfratti, che la rende ancora più affascinante così come lo è una donna ricca di esperienza. Ho amato fare la veneziana, perdermi fra i calli e i sotopordeghi, passeggiare velocemente per raggiungere il teatro schivando per pochi istanti un temporale improvviso. Mi sono piaciuti il cielo cupo e l’aria umida che mi ammoscia i capelli. Ho amato i gondolieri che parlano fra loro in una lingua straniera e poi chiedono ai passanti “Gondola?” e i turisti si mettono in fila per fare un giro di mezz’ora fra i canali. Passeggiando mi è tornata in mente una storia che mi raccontò una ragazza americana conosciuta qualche anno fa; mi disse che era arrivata a Venezia per turismo, in occasione di un viaggio organizzato, e si innamorò di un gondoliere. Fu amore a prima vista e lei decise di non tornare più negli Stati Uniti ma di vivere per sempre all’ombra del Leone. Aveva scritto un racconto nel quale sembrava mancasse la verosimiglianza, la credevano una storia inventata perché era troppo perfetta. Venezia ci può serbare anche questo: una realtà che sembra una finzione che rivendica la sua autenticità.
Ci voglio tornare. Per ora mi sono portata a casa il suo odore; c’era un negozio vicino all’albergo che emanava un profumo di buono, sono entrata e ho chiesto cosa fosse.
“Il nostro profumo per ambienti.” Mi ha detto il commesso.
“Lo voglio.” Ho risposto io.
Ogni volta che lo spruzzerò chiuderò gli occhi e penserò a questa città.

Paper Moon Giardino

Milano continua a stupirmi. La nostra è una lunga relazione, dovremmo conoscerci bene, eppure riesce ancora a generare un senso di meraviglia quando svela i suoi angoli più nascosti.
In via Bagutta, ad esempio, è stato restaurato un meraviglioso palazzo del 1830, si tratta di casa Reina, che al suo interno nasconde un delizioso giardino. Prato all’inglese, veranda con colonnato, statue in stile neoclassico, arredamenti esterni in ferro battuto, tovaglie bianche di fiandra, luce serale affidata alle candele. In questo contesto discreto, mai ostentato, è stato aperto un ristorante: il Paper Moon Giardino, affiliato dell’omonimo posto già noto negli anni ’80. Il personale accoglie gli ospiti e li accompagna fuori, passando dalle sale interne, arredate con gusto, fino alla veranda. I tavoli non sono tanti e c’è uno spazio sufficiente per godere della propria intimità; il cibo è squisito, la cucina è mediterranea, semplice, con ingredienti di qualità. E dopo il conto? Due passi per il centro e in qualche minuto si è già sui binari. Contrasti? Sì, dal giardino dell’ottocento al vagone della metropolitana in sette minuti; un viaggio nel tempo e nello spazio che ci dona la nostra città.