Albero

Il tempo sgombro

Si tratta di minuti. Ci si trova in un intermezzo al di fuori delle proprie abitudini; non si è collocati, si va in libertà. È quel tempo che rimane, si può creare per un disguido oppure per una decisione presa con consapevolezza. Non si rientra nel programma, il piano è stato rivisto. A me capita nei pressi della cena che, anche se non ha un orario stabilito, ha delle sue regole condivise e può iniziare in un intervallo che dura dalle sette alle nove di sera, o nei suoi dintorni. Ci si trova in giro, si passeggia senza fretta e si osserva. Dipendo da un’abitudine? Me lo sono chiesta perché mi è piaciuto guardarmi intorno; ho osservato i visi delle persone e sembravano allegri. Ho rallentato. Ho aspettato che i semafori fossero verdi prima di attraversare, ho guardato una vetrina mentre ascoltavo le risate di due ragazze che camminavano. Un signore aveva un libro in mano, si è appoggiato alla ringhiera della metropolitana e si è messo a leggere. La luce era buona, il cielo era illuminato dai lampioni e forse un po’ anche dalla luna.
Io mi sono fermata vicino a un albero, stavo in piedi e guardare. Volevo fermarmi e sentire, annusare l’aria e ascoltare il brusio. Cercavo dentro, era come se ci fosse una porticina che aspettava il padrone con la chiave. Questione di minuti. Un tempo aperto, vuoto, che vuole farsi riempire. Dove sta di solito? Non esiste o forse sono io che devo imparare a trovarlo? La deviazione dal percorso noto, l’uscita dal canone praticato con regolarità. Lo posso riempire; potrei trasformare quei pochi minuti in ore da dipanare, ci potrei mettere nuove idee, quelle che arrivano all’improvviso e che si accantonano perché non si ha tempo. Mi figuro la porticina, la immagino di legno scuro con un chiavistello dorato. Sono io il padrone che ha la chiave.