Amicizia

Accelerazione

Penso con ammirazione a quegli studenti che decidono di comprimere due anni di scuola in uno solo. Non ho mai provato, non so che cosa significhi ma immagino che sia previsto un doppio lavoro, dato dalla necessità di apprendere più cose in un tempo minore. In fisica si parla della variazione della velocità nell’unità di tempo, capita quando c’è bisogno di arrivare prima, si pigia sull’acceleratore o si inizia a correre. L’ultima settimana è stata caratterizzata, almeno per me, da questa necessità. Ho dovuto imparare a gestire il lavoro da casa, e a governarne i ritmi spesso incontrollati; mi sono abituata a restare chiusa fra le mie quattro mura trasformando in un evento il portare la spazzatura nel cortile. Sono uscita per andare a fare la spesa, dopo avere compilato l’autocertificazione e mi sono detta che quel viaggio, di circa duecento metri, richiedeva più documenti di un volo intercontinentale. Facciamo quello che serve, ho pensato, andiamo avanti facendo la nostra parte per uscire il prima possibile da questa situazione. Poi sono arrivati gli amici e mi sono resa conto che si accelera anche con loro. La consapevolezza di non potersi vedere aumenta la voglia di vedersi e succede che, se prima alcuni li vedevi una volta al mese, adesso li vedi ogni giorno. Ci si industria con piattaforme di condivisione virtuale e proliferano le iniziative di aperitivi, tisane condivise, momenti dedicati alla pausa caffè. Succede a me qui a Milano ma succede ovunque, in tutta la nostra meravigliosa Penisola. Siamo esseri sociali, siamo persone che vogliono stare vicine, abbiamo bisogno di sentirci, e il telefono non basta più. Ci dobbiamo vedere, abbiamo voglia di intervallare le nostre solitudini casalinghe con momenti conviviali che ci accomunano. Qualcuno ha un moto di positività, altri sono più guardinghi, vivono con timore questo momento e cercano conforto nelle parole dell’amico. In pochi giorni ho imparato che l’unione è forza, l’unione è vita, stare insieme (seppure virtualmente) scatena un’energia positiva che alimenta tutti. È come se ci fosse un vento forte, qualcosa di così potente da farci cadere per terra, se ci leghiamo insieme con una corda diventiamo più pesanti. Possiamo incrementare la massa e, aumentando la nostra velocità, insieme al nostro moto di cambiamento, arrivare a produrre una maggiore energia, un bene comune da dividere con tutti.

Nell’immagine: Bambina che corre sul balcone, Giacomo Balla.

Animali sociali

Faccio una professione nella quale mi bastano tre elementi: un computer, una connessione a Internet e uno smartphone. Grazie alla tecnologia posso collegarmi con gli altri tramite una delle tante piattaforme di comunicazione ed è come essere nella stessa stanza. Le riunioni da remoto (così le chiamiamo) le facciamo da tanto tempo, condividiamo documenti e piani di lavoro ed è molto utile per limitare i tempi poco produttivi, quelli di spostamento, che si hanno durante le trasferte.
Nell’ultima settimana, come molti milanesi, ho sperimentato il lavoro da casa e confesso che ho desiderato rientrare in ufficio. Nelle giornate di “smart working” ho trascorso quasi otto ore a parlare ad una macchina con gli auricolari nelle orecchie e alla sera, oltre al mal di testa, ho riscontrato un certo stato confusionale. Mi sono resa conto di quanto il mio sia un lavoro di relazione, di dialogo, di confronto; ho capito che mi stanco di meno ad andare in ufficio, a fare trasferte ad ascoltare decine di persone.
Nel capitolo personale c’è stata una sorta di clausura. Ho sentito molti amici al telefono, incrementando le ore trascorse con gli auricolari nelle orecchie, ho dedicato molto tempo ai messaggi nelle chat, ma abbiamo evitato di vederci, un po’ perché non si poteva fare niente (no cinema, no teatro, no aperitivo, no mostre, no palestra, no associazioni culturali) un po’ per prudenza. Qualcuno, forse più temerario, mi ha proposto di andare in pizzeria. Ho accettato sentendo quell’emozione per la mondanità che avevo ai tempi delle medie, quando l’uscita domenicale presso la pizza al taglio del paese era l’unica cosa concessa dai genitori.
Riflettendo su questa lunga settimana ho compreso di essere un animale sociale, ho bisogno di relazionarmi con il prossimo e amo farlo senza l’intermediazione di macchine, computer o telefoni che siano. Ho anche bisogno di entrare nella bellezza, di trovare un alimento nell’arte o nelle manifestazioni culturali che questa città è in grado di proporre. Mi piace condividere, amo lo scambio dialettico con gli amici che amano le stesse cose o che le odiano e che mi possono dare un differente punto di vista. Questo mi serve quando sono sola, faccio scorta di cibo culturale per poi gustarlo nella tranquillità dei momenti con me stessa. Il processo fa evolvere, arricchisce perché modifica e toglie la persona dalla stasi a cui porta spesso la quotidianità. Ho messo impegno nella ricerca dell’aspetto positivo di questa vicenda e credo che il plus sia la consapevolezza, il sentire di essere un po’ cambiati. Apprezzerò le giornate in ufficio quando ci tornerò, elargirò molti più sorrisi ai colleghi, mi commuoverò davanti alle opere della prossima mostra, andrò a teatro, ci sono andata poco ultimamente, abbraccerò per qualche minuto gli amici quando li vedrò…ovviamente a quarantena conclusa.