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Cecilia Ferreri

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Nel salotto di Cecilia il pianoforte è protagonista, troneggia in un’area a lui dedicata e il mondo esterno si riflette sul nero lucido. Ero già stata in questa casa, in occasione di Piano City, e, durante l’ultima performance, mi ha colpita non solo la bravura della pianista, ma anche la sua capacità (e per certi versi il coraggio) di proporre un repertorio classico composto da donne.
L’occasione è arrivata in un momento in cui riflettevo sulla voce femminile. Mi ero soffermata sulle scrittrici che hanno lavorato per distinguersi, per individuare uno stile personale che celebrasse la loro unicità, ma non avevo ancora esaminato le pianiste. Compositrici e concertiste che hanno soffocato un talento per consentire ad altri membri della famiglia di emergere, quasi che non ci fosse lo spazio necessario per tutti. Cecilia Ferreri ha dato voce a Funny Mendelsshon sorella di Felix, a Clara Wieck Schumann moglie di Robert, a Cécile Chaminade e Amy Beach , nomi che non avevo mai sentito e sui quali non avevo mai avuto occasione di soffermarmi. La musica non è mai stata una materia di studio per me, l’ho sempre vissuta da ascoltatrice. Ascoltando si aprono porte che sollecitano l’immaginazione. Percorro luoghi che non conosco, mi aggiro tra le vie strette di una medina e, quando lascio lo spazio alla pazienza, scopro qualcosa di nuovo.
Ho chiesto a Cecilia di parlarmi della musica, del pianoforte e delle donne che negli anni si sono cimentate con tenacia e passione, esprimendo una sensibilità che, inevitabilmente, è un pregio femminile e ha a che fare con la cura. È nata da qui la nostra conversazione. >> Leggi il ritratto.

Prima che la notte cada*

Cuore_Stella

Ho bruciato mio padre. L’ho fatto per sua volontà. Me lo chiese due anni prima di morire, mentre chiacchieravamo del nostro solito nulla, in giardino. Si alzò in piedi, sfoderò uno dei suoi sorrisi migliori, agitò le braccia e fece mezza piroetta, come se fosse su una pista da ballo (gli piaceva ballare!), mi guardò più serio e disse:
“Brucia tutto, delle ceneri fai quello che vuoi basta che ne porti un po’ dove ci sono tutti gli altri.”
Sorrisi anche io ma solo perché la sua risata è sempre stata contagiosa. Non feci domande e seguitai a conversare di un nulla qualsiasi.
Davanti al funzionario comunale, non ebbi incertezze su come smaltire il corpo di mio padre ma esitai sulla dispersione. Conoscevo il posto in cui dovevo lasciarne un po’, era la tomba di famiglia: due parole che sulla bocca di mio padre non erano mai state appaiate. Risvegliavano una paura analoga, quella della fine, vuoi della vita o della libertà. In lui erano la stessa cosa, essere indomabile, padrone di ogni suo atto ma uomo incapace di negoziare con sé stesso.
La penna era a un centimetro dal quadratino sul modulo, ma indugiavo prima di stampare una crocetta definitiva. Non sapevo identificare un luogo dove depositare la differenza fra il tutto e un po’. Vagavo in desideri paralleli, confondendo ciò che sarebbe piaciuto a me con ciò che sarebbe piaciuto a lui. Non lo sapevo, ero estranea degli intimi pensieri di mio padre. Il funzionario si alzò in piedi e lenì la mia titubanza precisando che le ceneri non si potevano frazionare. Per un istante mi chiesi come avesse fatto la signora D., della scala A, a tenere suo marito in borsetta. Mi aveva mostrato con fierezza il sacchettino di raso blu con la rosa tatuata al centro. Aveva fatto il segno della zip sulla bocca, capivo il perché firmando per la tumulazione delle ceneri di mio padre. Uscendo da quelle stanze fitte di ultime volontà, mi domandavo come fosse nata l’idea della cremazione. Perché si decide di bruciare tutto, rinunciando a un’importante parte solida per chi resta? Ho costruito nel tempo le mie motivazioni, ma non ho mai conosciuto quelle di mio padre, non so neppure se avesse una motivazione. Il nulla prevalente che ha abitato i nostri discorsi non mi ha lasciato indizi, ma solo l’ineluttabile evidenza di intimità estranee.

Sono capitata alla personale di Sophie Ko insieme a tante domande. La cenere è protagonista nella sua opera e si tratta di un lavoro che non ha bisogno di tante spiegazioni perché si sente, si fa largo nei condotti vulnerabili di emozioni antiche. Cenere pressata, unita a pigmenti del colore del sole o del mare, frammenti di farfalla protagonisti di frammenti di stelle. Polvere che prende forma diventando bellezza e memoria, testimone di ciò che era e di ciò che sarà. C’è vita nella cenere. C’è il risultato di chi era forma e la speranza di chi forma ancora lo deve diventare. Nella circolarità del nostro moto perpetuo, uomini in cammino verso un dove migliore di qui, la cenere è promemoria dell’evoluzione. La costante mutazione è presente nelle opere di Sophie Ko poiché la forza di gravità, provocando impercettibili smottamenti della materia, muta incessantemente la composizione del quadro, segnando in superficie lo scorrere del tempo.
Ho chiuso gli occhi e sono entrata nel Cuore di una stella, in un altrove distante anni luce ma così accogliente da rilasciare benessere e la certezza, razionalmente inspiegabile, di un legame vivo con chi oggi non c’è più.

All’uscita dalla mostra non ho trovato le risposte alle mie domande ma ho rintracciato una possibilità. L’arte mi fa questo, mi regala un punto di vista nuovo che spesso era già germoglio ma dormiva, inconsapevole e incapace di manifestarsi dentro a parole in grado di restituire un significato. Ho ringraziato Sophie Ko non solo per la bellezza che è capace di creare, ma per avermi dato una possibilità.

*Prima che la notte cada, mostra personale di Sophie Ko presso la galleria Renata Fabbri in via A. Stoppani 15/c Milano. L’esposizione durerà fino al 18 novembre 2023.

Nella foto, che è stata presa dal sito della galleria:
Il cuore di una stella, 2023
Pure pigment, fragments of butterfly wings, ash of burnt images, 180×154 cm. Ph. Mattia Mognetti