Musica

Siamo connessi

Il mio pianista suona e oggi vorrei che non smettesse. Se lui continua a suonare penso che tutto sia normale; una serata come tante in cui le sue note accompagnano le mie letture, i miei pensieri e la preparazione della giornata che si sta per affacciare.
Mio caro pianista, non ti conosco. Abiti al terzo piano? O forse sei nello stabile attiguo? Sono anni che ti sento ma non ti avevo ancora dedicato la giusta attenzione, a volte mi hai infastidita, spesso ti ho considerato una fonte di distrazione, qualche cosa da scacciare come una mosca che viene a molestare la mia tranquillità. Oggi ti chiedo di continuare il tuo concerto. Immagino le tue dita che corrono veloci e riempiono i nostri silenzi, creano una connessione, una nota dopo l’altra, compongono armonia.
Chiudo gli occhi e vedo tutti noi, nella città, in tutto il Paese, in Europa e nel mondo; sogno tante persone chiuse nelle loro abitazioni che hanno un unico pensiero e vorrei che ognuno diventasse una nota. Vorrei che tutti potessero partecipare a questo grande concerto di musica meravigliosa, vorrei che quel pensiero unico, che tutti hanno, fosse orientato alla bellezza, al sorriso, alla gioia.
Ci sono pensieri di spavento e di dolore, fanno parte della nostra quotidianità ed è necessario accettarli, ma ci è data l’opportunità di guardare al resto. Possiamo osservare ciò che cambia intorno a noi, abbiamo l’occasione per essere unione, per abbandonare i moti di rabbia, l’arroganza, la prevaricazione. Possiamo stare nella stessa vibrazione, nell’onda della musica. Caro pianista, per favore continua, insisti, premi sui tasti e suona con fermezza.
Io ho scelto la mia nota e sono sicura che tanti altri sentiranno dentro la loro.

Animali sociali

Faccio una professione nella quale mi bastano tre elementi: un computer, una connessione a Internet e uno smartphone. Grazie alla tecnologia posso collegarmi con gli altri tramite una delle tante piattaforme di comunicazione ed è come essere nella stessa stanza. Le riunioni da remoto (così le chiamiamo) le facciamo da tanto tempo, condividiamo documenti e piani di lavoro ed è molto utile per limitare i tempi poco produttivi, quelli di spostamento, che si hanno durante le trasferte.
Nell’ultima settimana, come molti milanesi, ho sperimentato il lavoro da casa e confesso che ho desiderato rientrare in ufficio. Nelle giornate di “smart working” ho trascorso quasi otto ore a parlare ad una macchina con gli auricolari nelle orecchie e alla sera, oltre al mal di testa, ho riscontrato un certo stato confusionale. Mi sono resa conto di quanto il mio sia un lavoro di relazione, di dialogo, di confronto; ho capito che mi stanco di meno ad andare in ufficio, a fare trasferte ad ascoltare decine di persone.
Nel capitolo personale c’è stata una sorta di clausura. Ho sentito molti amici al telefono, incrementando le ore trascorse con gli auricolari nelle orecchie, ho dedicato molto tempo ai messaggi nelle chat, ma abbiamo evitato di vederci, un po’ perché non si poteva fare niente (no cinema, no teatro, no aperitivo, no mostre, no palestra, no associazioni culturali) un po’ per prudenza. Qualcuno, forse più temerario, mi ha proposto di andare in pizzeria. Ho accettato sentendo quell’emozione per la mondanità che avevo ai tempi delle medie, quando l’uscita domenicale presso la pizza al taglio del paese era l’unica cosa concessa dai genitori.
Riflettendo su questa lunga settimana ho compreso di essere un animale sociale, ho bisogno di relazionarmi con il prossimo e amo farlo senza l’intermediazione di macchine, computer o telefoni che siano. Ho anche bisogno di entrare nella bellezza, di trovare un alimento nell’arte o nelle manifestazioni culturali che questa città è in grado di proporre. Mi piace condividere, amo lo scambio dialettico con gli amici che amano le stesse cose o che le odiano e che mi possono dare un differente punto di vista. Questo mi serve quando sono sola, faccio scorta di cibo culturale per poi gustarlo nella tranquillità dei momenti con me stessa. Il processo fa evolvere, arricchisce perché modifica e toglie la persona dalla stasi a cui porta spesso la quotidianità. Ho messo impegno nella ricerca dell’aspetto positivo di questa vicenda e credo che il plus sia la consapevolezza, il sentire di essere un po’ cambiati. Apprezzerò le giornate in ufficio quando ci tornerò, elargirò molti più sorrisi ai colleghi, mi commuoverò davanti alle opere della prossima mostra, andrò a teatro, ci sono andata poco ultimamente, abbraccerò per qualche minuto gli amici quando li vedrò…ovviamente a quarantena conclusa.