Esperienza

Soltanto giovane


C’è una delicata fragilità negli occhi di alcune fanciulle. La colgo nelle parole impaurite che escono da un dialogo che, spesso, è più rivolto a sé stesse che agli altri. Ripenso ai miei venti, o trent’anni, ora fatico a cogliere la differenza, e rammento l’appellativo madamigella con cui si rivolgeva a me una gentile signora anziana dalla quale affittavo il mio appartamento. Ci incontravamo ogni qualche mese, per questioni amministrative, ma ci trovavo gusto in quelle chiacchiere che diventavano momenti preziosi. Mi piaceva essere chiamata madamigella da lei, che riempiva quel termine di rispetto e di attenzione verso una giovane che, nonostante la camminata ancora incerta, spesso disorientata sulla strada da scegliere, godeva della sua fiducia. Che bene inestimabile la fiducia. Si può fare del bene dando fiducia. Basta poco per chi la dona e rappresenta tanto per chi la riceve.
Con la mia nipotina facciamo il gioco della polverina magica; quando deve affrontare una sfida a scuola, o in occasione di una festicciola fra amiche, e in tutti i momenti in cui colgo il suo sguardo timoroso, mi sfrego le mani e le passo sul suo capo dicendole che sto spargendo la polverina magica. È solo un atto di fiducia, che serve a lei per trovare tutte le risorse che ha già a disposizione, e serve a me per riscontrare ogni volta la bellezza di un essere umano in crescita. Lo faccio anche su di me, quando sono sola e devo affrontare una delle tante sfide che il quotidiano mi propone, perché, anche se sono adulta e con diverse primavere cumulate nei miei archivi, resto un essere umano in crescita.
Rileggendo certi scritti di Italo Calvino ho ritrovato una frase che conoscevo ma alla quale ho dato un senso nuovo. La bellezza dei classici non è solo nella loro immortalità, ma anche nella loro ricchezza di significati che si scoprono man mano, durante il cammino, diventando grandi. Calvino dice: “Alle volte uno si crede incompleto ed è solo giovane”.
Giovane diventa qui una parola ampia, che prescinde dall’età (pur avendoci a che fare) ma attiene al percorso di crescita. L’essere umano che cresce è sempre giovane poiché la giovinezza ha ancora tante scoperte in serbo, ha conoscenza da diffondere e da apprendere. Siamo insicuri a tutte le età. Nel momento in cui ci manca un pezzettino siamo fragili ma, una volta recuperato, diventa parte della completezza che si costruisce nel tempo, percorrendo il cammino denominato vita.

Nell’immagine: Guerino Assioni, Giovani donne (1934)

L’orologio

Tempo_BoldiniIl primo era rosso. Ricordo il cartoncino tondo, ritagliato con precisione, su cui avevo disegnato i numeri con un pennarello nero. Avevo fatto il buco al centro per accogliere un ferma-fogli dorato, dotato di due linguette diseguali che, una volta aperte, risultavano perfette nella funzione di lancette.
Non potevo simulare tutte le ore possibili poiché le mie lancette avevano una insita staticità, dovuta al perno centrale, che le costringeva a muoversi solo attraverso il diametro sul mio orologio. Ore e minuti erano opposti. Potevo riprodurre le dodici e trena o le sei, l’una e trentacinque o le sette e cinque, e così via. Ma non c’era possibilità per le due e quindici o per le quattro e venti o per tante altre combinazioni orarie che ci concede la misurazione dello scorrere del tempo, distribuito nelle ventiquattro ore tipiche del giro dell’orologio. Ero comunque fiera della mia costruzione e, bambina ancora immune alla schiacciante velocità del tempo, soprassedevo di fronte all’imperfezione del mio calcolo.
Questo pensiero mi è tornato alla mente grazie a una lettura recente (sono solo all’inizio di questo testo e ne parlerò più avanti) in cui si descrive un luogo dove non esistono gli orologi e lo scorrere del tempo viene misurato a grandi linee, osservando il cambiamento del cielo.
Gli abitanti hanno la consapevolezza dell’avvicendarsi delle ore ma un’ora in più, o una in meno, non cambia il fluire della vita. In quel luogo, l’assenza dell’orologio non è una scelta ma una condizione dovuta all’arretratezza poiché, da quelle parti, l’inesorabile misuratore non è ancora arrivato. Mi sono chiesta se la misurazione del tempo sia sinonimo di civiltà o di evoluzione e, francamente, sono alquanto dubbiosa sulla risposta. Pensando alla mia quotidianità, sono ben lontana dai tempi del mio orologio rosso. Misuro ossessivamente lo scorrere del tempo, calcolo i minuti, frammentandoli in secondi, e mi do tempi per compiere ogni azione, arrivando a perdere il senso dell’azione per privilegiare il suo completamento nei tempi prestabiliti. Misurare è catalogare, incasellare il tempo in uno schema al quale lui stesso sfugge. Serve a me, per orientarmi nell’infinito fluire della vita, ma l’utilità e la necessità di tutto ciò mi pare alquanto discutibile.
Lascio fuori da questa riflessione ciò che deve necessariamente essere fatto in un determinato orario, come ad esempio salire su un treno, o ciò che, nella nostra quotidianità, risulta ottimale per la programmazione efficace delle attività operative di cui siamo responsabili. Parlo di tutto il resto che esiste, se esiste. Mi riferisco al tempo vivo che si trascorre con chi amiamo, al tempo in cui essere gentili con chi incontriamo, al tempo per noi stessi, per ricaricare le batterie e sapere sorridere ancora al prossimo che ci taglia la strada.
Seppure rari, ci sono momenti in cui mi abbandono a uno scorrere ignoto. Quando sospendo la lotta con il tempo il minuto si amplifica, i preziosi secondi sembrano proliferare e, se è vero che sono infiniti i punti che compongono una retta, credo nella possibilità di vivere appieno gli istanti che abitano un minuto, un’ora, un giorno e così via; senza la necessità di verificare quanto tempo sia passato dall’ultima volta in cui ho guardato l’orologio.

Nell’immagine: La signora in rosa (Olivia Concha de Fontecilla) di Giovanni Boldini, 1916.