Essere umano

Guadagnarsi il podio

Guadagnarsi_PodioSe fossimo alle Olimpiadi salirei sul podio. Me lo dico mentre ascolto G., che parla accarezzando il bicchiere trasudato di condensa. Stasera siamo in otto e accerchiamo un tavolino stretto in un locale pieno di corpi stanchi, vogliosi di vacanza.
Ascolto ancora, l’oro è mio, ne sono sicura. Le parole snocciolate tra una succhiata di cannuccia e un masticamento di pizzette gommose, mi annoiano. Ne ascolto tre e la mia mente costruisce il resto del discorso: scontato, attiguo al banalotto, vicino di casa delle storie da serie tivù.
Di quattro dei presenti conosco i dettagli. Le sfumature degli episodi spietati della loro vita mi sono note, così come le reiterazioni, accadute nei momenti di stanca, quando sembrava che le cose potessero funzionare per il verso giusto. Niente che possa minacciare il mio oro, neppure la storia di G., tranquillamente sopportabile dal più fragile degli adolescenti. Due non li conosco. Li osservo per carpire indizi. Il ragazzo-uomo potrebbe avere un rapporto difficile con la madre, posto che sia ancora viva, ma credo proprio che lo sia, poiché il tizio indossa una camicia stirata alla perfezione e abita in una zona troppo ricca per lo pseudo lavoro che lo tiene impegnato. La donnina-perfettina invece deve avere un rapporto difficile con il marito, quindici anni insieme senza figli consumano. Inevitabilmente si vive il racconto della propria vita, convincendosi ogni giorno che era esattamente quello che si sognava.
L’oro è mio. Nella corsa a ostacoli del quotidiano vivere mi incorono con orgoglio al primo posto. Bravissima mi dico tra me e me, mentre immagino un fusto di prim’ordine verso il quale chino il capo per ricevere il pesante tondo dorato. Sarà oro vero o si tratta di qualche altra lega con placcatura? G. si commuove, ci mancavano solo le lacrime a infarcire il quadretto imbarazzante. Attendo con pazienza che qualcuno si faccia avanti per il consueto abbraccio da serie tivù. Io di certo non mi scompongo, mi lucido la medaglia e la soppeso. Mi mordo la lingua. L’unica cosa che vorrei dire assomiglia a: “Senti bella, dacci un taglio. Che sarà mai? L’hai trovato a letto con un’altra, non è mica la fine del mondo.” Avrebbe potuto capitare di peggio, te lo spiego io che cos’è la fine del mondo.
Era Londra 2012 e ricordo bene la mia fine del mondo. Non mi interessavano le Olimpiadi, mi interessava solo il mio male. Non m’importava della gente, ero immune alla sofferenza degli altri, accudivo solo la mia. L’oro che mi ero attribuita, il premio mefistofelico per il dolore subito, mi faceva stare meglio.
Il tavolino di dodici anni fa mi è tornato in mente spulciando i risultati di Parigi 2024. Stesso piazzamento per l’Italia, nono posto in classifica, ma con un bottino di medaglie nettamente superiore: ventotto allora e quaranta oggi, praticamente una medaglia in più per ogni anno trascorso. Mi diverto ancora nell’attribuzione di medaglie, ma ho cambiato le regole del gioco e ho inserito nuove discipline. Assegno medaglie agli altri, a coloro che, dal mio punto di vista di certo relativo, se la guadagnano sul campo, combattendo. Il bronzo va a chi impara a vedere la luce, l’argento a chi crede nella propria capacità di raggiungere il bagliore che ha intravisto laggiù, più o meno vicino all’orizzonte, e l’oro spetta a chi decide di lasciare entrare la luce, dandole lo spazio che merita.
Per quanto riguarda il mio personale medagliere, faccio il possibile per arricchirlo. Ogni tanto mi riesce, ma spesso resto insoddisfatta della prestazione. In quelle occasioni, mi concentro per capire cosa posso cambiare. È questa la bellezza che riconosco nella disciplina di diventare Essere Umano.

Nell’immagine: Le Coureurs di Robert Delaunay, 1930.

La misura dell’essere (umano)

Parlano_Giacomo_BallaSono passati vent’anni senza che io conoscessi quell’episodio che, per certi versi, mi riguarda. L’ho saputo qualche settimana fa e confesso di averci speso un po’ di tempo; è ritornato più di una volta, e si è preso un piccolo spazio nella mia mente.
L’ho appreso per caso, durante una delle innumerevoli conversazioni che ho avuto con la mia amica S. Vai a sapere perché è arrivato proprio adesso, dopo tutti questi anni. Non ricordo di cosa stessimo parlando, affrontiamo diverse questioni quando ci vediamo. Ogni tanto ripensiamo a come eravamo, ed è per quello che ridiamo. Probabilmente è partito tutto da lì. Ricordavamo i ragazzi che erano nella nostra classe durante il master, abbiamo rivangato gli esami e i professori, più o meno duri. Ho raccontato a S. di quando, un paio d’anni fa, avevo incrociato quel tipo di cui non ricordavo il nome.
Lo avevo visto nel corridoio di un’azienda per cui gestivo un progetto, l’avevo riconosciuto ma lui aveva fatto finta di non vedermi. Io mi ero avvicinata e l’avevo salutato, rammentandogli che eravamo stati compagni di classe per sedici mesi. Aveva tenuto gli occhi bassi ed era rimasto sul generico, chiedendomi come andava, poi era entrato in una stanza. Mentre dicevo a S. che quello era il tizio che stava seduto accanto alla cattedra, alla nostra sinistra, lei ha ricordato il nome e il cognome. Lo ha scandito, ha bevuto un sorso d’acqua e me lo ha detto. Sedute l’una di fronte all’altra a cena, vent’anni dopo, S. mi ha fatto tornare indietro al giorno del funerale di mia madre. Ho ricordato l’abito che indossavo, ho rivisto uno dopo l’altro i volti degli amici e dei compagni di classe. S. era rimasta con me tutta la giornata e, per questo motivo, non era andata a lezione, ma mi aveva tranquillizzata dicendomi che avrebbe recuperato gli appunti e in effetti così è stato. Parte da lì il mio ricordo del dopo. Mi vedo in classe, ci sono molti compagni accanto a me, uno dopo l’altro mi mostrano il loro dispiacere per l’accaduto, S. invece sorride e mi rassicura facendomi vedere la copia degli appunti.
Ho guardato S. negli occhi, era molto seria mentre mi confidava, dopo vent’anni, che il tizio che avevo incontrato nel corridoio non aveva voluto darle gli appunti. Mi ha descritto la scena, ricordava ogni dettaglio, comprese le parole di lui mentre le diceva di no, sostenendo che fosse lei in difetto poiché era stata assente. Lei si era giustificata, adducendo una valida motivazione, ma il tizio che avevo incontrato nel corridoio aveva perseverato nel suo no. La cosa curiosa è che oggi S. non ricorda chi le avesse dato gli appunti, una figura generosa c’era stata perché alla fine, in qualche modo, lei aveva recuperato il contenuto delle lezioni mancanti.
Mentre tornavo a casa, dopo la serata con la mia amica S., ho riflettuto sul peso dei ricordi che restano incisi nella nostra mente. Dopo vent’anni, per lei, il ragazzo che sedeva accanto alla cattedra rimane una persona da evitare e credo che sarebbe difficile farle cambiare idea. Mi sono chiesta se la conoscenza di quell’episodio avrebbe modificato il mio atteggiamento, durante quell’incontro casuale, avvenuto nel corridoio. Avrei forse fatto finta di non vedere il tizio? Ho pensato a lui come padre di famiglia, ho immaginato un uomo che probabilmente non ricorda neppure di avere detto di no a S., in quella determinata circostanza. Misuriamo i fatti e le persone con un metro relativo, che dipende dal momento e che spesso non lascia spazio al cambiamento, che può esserci in ognuno. Lo spazio che quell’episodio mi ha occupato negli ultimi giorni è stato utile, mi ha permesso di comprendere che una possibilità per cambiare esiste, sempre. Tocca a noi decidere con quale metro misurare, consapevoli che saremo misurati a nostra volta.

Nell’immagine: Parlano (particolare) 1934, di Giacomo Balla.