Leggere

Il libro delle risposte

Un paio di mesi fa ero a Napoli con le ragazze, che sono le mie amiche d’infanzia, le quali continuano ad essere amiche anche nell’età adulta – un’adultità inoltrata, i diciott’anni li abbiamo superati, così come i trenta e i quaranta – ma, nonostante il correre del tempo, è sempre viva l’attitudine al gioco. Durante la nostra passeggiata siamo state rapite da una libreria fiabesca che, dietro alla sua porticina anonima, svelava un assortimento di libri antichi e rari. La mia attenzione è caduta su un tomo, spesso quanto un dizionario, il cui titolo era “Il libro delle risposte”, così il gioco è iniziato. Mi sono offerta come medium per aprire una pagina per ciascuna e trovare la risposta a una domanda che non doveva essere fatta ad alta voce, ma solo nella mente, conservata nello spazio privato delle proprie idee. Tra risate e velature di scetticismo sull’attendibilità dell’esito, ci siamo portate a casa la nostra riflessione.
Sinceramente non ricordo né la mia domanda né la mia risposta, ma il giochetto infantile mi ha lasciato un appunto invisibile che non ha smesso di solleticare la mia mente. È da tempo che penso che i libri ci forniscano risposte. Non mi riferisco a un quiz a crocette e neppure a un oracolo che dispensa soluzioni, ma grazie ai libri possiamo definire e nominare. Nelle storie ci siamo noi, in quanto esseri umani, e attraverso vicissitudini, esplorazione dei sentimenti, comunanza di emozioni, fratellanza nelle condotte, ritroviamo la nostra esistenza. Si tratta di ingredienti che ci permettono di investigare le differenze e, nel naturale cammino evolutivo dell’essere umano, ci consentono di crescere, capire, cambiare, migliorare e allenarci nel tragitto denominato vita.
Per dare sostanza ai miei pensieri ho fatto qualche ricerca e ho scoperto pubblicazioni scientifiche [1] che descrivono i benefici della lettura, tra i quali: riduzione dello stress, miglioramento della capacità di concentrazione, riduzione dell’insonnia, miglioramento della capacità di relazione e altro ancora.
Ma c’è stata una ricerca [2], svolta su un campione misto di lettori e non lettori, che ha consolidato le mie convinzioni. In estrema sintesi i dati condivisi ci dicono che [Cit.] Chi legge abitualmente mostra livelli significativamente più alti di benessere soggettivo (presente e futuro), realizzazione personale, concentrazione e flessibilità mentale, felicità, senso del significato della propria vita, resilienza ed empatia.
Inoltre, i benefici della lettura aumentano all’aumentare del tempo che si dedica a leggere. La ricerca infatti precisa che [Cit.] Chi legge con maggiore intensità percepisce più benefici su tutte le dimensioni (cognitiva, emotiva, identitaria ed esperienziale): più si legge, più si riconosce alla lettura un valore trasformativo che cresce con l’esperienza, come cura della mente, del cuore e delle relazioni.
Per me, che amo leggere, il conforto di questi dati è prodigioso e mi persuado all’idea che il libro sia una medicina. Il farmaco del benessere da assumere in grande quantità, dove l’unica prescrizione necessaria è “il libro giusto”. Di fronte a tanti che già leggono, e assumono costantemente il loro farmaco, c’è ancora un vasto pubblico che non legge e che spesso adduce come motivazione la mancanza di piacere per la lettura.
Ritorno all’infanzia, a quel tempo in cui il gusto non si è ancora formato, e spesso si allontanano certi cibi senza averli provati, o solo perché siamo ancora immaturi per gustarli. Per amare la lettura è necessario incontrare pagine che ci soddisfino, che risuonino con noi, e non è semplice, proprio perché siamo tutti differenti. Sono certa che chi prova questa sensazione, per una volta almeno, non si staccherà mai più dalla lettura. Lo dico con ragione poiché mi è capitato. Ma come descrivere questo segreto a chi non legge?
Un altro libro mi è venuto in aiuto e potremmo dire che sia stato un caso, anche se io credo che il caso non esista. Avevo messo qualche titolo nel carrello di una libreria online e, quando ho deciso di chiudere l’ordine, non ho più guardato i singoli pezzi poiché mi fido delle mie scelte. Ho atteso di ricevere il pacco ma, quando ho aperto, ho trovato un testo che non sapevo proprio di avere comprato. Ho pensato a un errore. L’ho lasciato lì sulla libreria promettendomi di decidere in seguito che farne. È piccoletto, circa cento pagine, e proprio oggi mi sono detta che valeva la pena tentare. Così ho cominciato a leggere e ho trovato una risposta. Il testo – Il miracolo della presenza mentale di Thich Nhat Hanh [3] – descrive, con estrema chiarezza e semplicità, la consapevolezza racchiusa nel concetto di presenza mentale e questo mi ha portato alla consapevolezza che si raggiunge durante la lettura. L’autore ci esorta: [Cit.] Concentratevi su quello che state facendo, ecco la presenza mentale: è il miracolo che in un baleno richiama la mente dispersa e la ricompone consentendoci di vivere ogni attimo della nostra vita.
Durante un’amabile lettura la mente resta sulle pagine e allontana tutto il resto. Non c’è spazio per le preoccupazioni, per l’angoscia e neppure per la biancheria da lavare o la cena da preparare. La mente vive il libro e dà spazio all’immaginazione e alla costruzione, sospendendo, per il tempo che è possibile, i pensieri caotici e angoscianti che affliggono l’essere umano. È un tempo sospeso, al quale si accede incontrando “il libro giusto”.
È un tesoro che si trova con pazienza, allenamento, e spesso facendo dei tentativi che passano anche per “il libro sbagliato”. L’importante è non arrendersi, non smettere di cercare, non precludersi il premio più bello che un libro ci può donare: la costante scoperta di noi stessi.

Nell’immagine: Charles Edward Perugini – Girl Reading 1878

[1] 7 Health Benefits of Reading Every Day 

[2] La felicità di leggere 2025. I risultati di un’indagine GEMS-CESMER ROMA TRE. copyright 2025 | GEMS-CESMER ROMA TRE.

[3] Ubaldini Editore – Roma

L’oggetto-libro

Grace_ReadingRileggendo le “Lezioni Americane” di Italo Calvino ho messo l’attenzione su un punto che non avevo osservato in occasione di una prima lettura. L’autore, che scrive nel 1985, trovandosi a fare un bilancio, identifica il millennio che stava per chiudersi come caratterizzato dall’avvento dell’oggetto-libro nella forma che ad oggi ci è famigliare. In effetti, la nascita di questo prezioso compagno è datata più o meno nel Millecinquecento. Non mi addentro nei dettagli della storia, ma rilevo che, prima di allora, il libro non era un oggetto portabile e non era data alle persone la possibilità di leggere nella modalità che oggi conosciamo. In casa, sulla poltrona, in giardino, in spiaggia, sui mezzi di trasporto, nelle sale d’attesa, ovunque e a ogni orario, un lettore può tenere fra le mani l’oggetto-libro e dedicarsi al proprio viaggio. Personalmente dedico molto tempo alla lettura e, se ci penso, mi rendo conto che spesso, quando non leggo, parlo di libri: di quelli che ho letto e di quelli che vorrei leggere (o rileggere).
Tornando a Calvino, egli descrive “le possibilità cognitive e immaginative” accessibili tramite l’oggetto-libro e, riflettendo su questa enorme opportunità, guardo ai libri con rispetto, ammirazione, ogni tanto devozione (lo confesso) poiché ogni testo è un tesoro. Ma, a ben vedere, il tesoro più grande è la personale consapevolezza del valore estraibile dall’esperienza di lettura. Quando qualcuno mi dice che non ama leggere, rispondo che non può essere vero e lo dico con ragione, perché ho passato la stessa esperienza. Il mancato piacere deriva da una scelta non compatibile, da un incontro che non è ancora avvenuto. È come con il cibo, non piacciono a tutti le stesse cose e sarebbe falso dire che non si apprezza la buona tavola solo perché si è assaggiato ciò che non incontra il nostro gusto.
Scegliere che cosa leggere è parte del viaggio, dipende da chi siamo e da chi vogliamo diventare. La lettura ci deve somigliare e per sceglierla dobbiamo conoscerci. Se leggendo si pensa ad altro, fenomeno molto consueto in chi dice che non ama leggere, si deve abbandonare quella lettura poiché significa che non è adatta o non è ancora il momento per affrontarla. Leggere non è uno sforzo ma un piacere e, se di sforzo vogliamo parlare, l’unico correlato alla lettura è quello necessario per assaggiare e cercare la giusta pietanza in grado di scatenare il piacere.
La lettura, attivando le possibilità cognitive e immaginative di cui parla Calvino, porta gioia per la scoperta e spesso consolazione per ritrovarsi insieme ad altri in un universo cosparso di idem sentire, che ci rende parte di un tutto sconfinato.
Per queste ragioni sono attenta alle innumerevoli iniziative che nascono per dare a tutti la possibilità di avvicinarsi alla lettura. Poco tempo fa ho letto di netturbini che hanno deciso di raccogliere i libri trovati nell’immondizia per dargli una nuova vita. Il fenomeno si è diffuso in Turchia in Colombia e anche in Italia (a Messina), e il personale si è attivato per trovare un luogo in cui raccogliere i libri recuperati, una specie di biblioteca dei libri a fine vita, per dare alle persone l’opportunità di prenderli.
La vita del libro è in genere molto lunga, se superano il macero durano anche secoli. È questa un’altra caratteristica interessante dell’oggetto-libro: la longevità e il conseguente passaggio di mano in mano. Mi chiedo ogni tanto, quando leggo libri usati (e mi capita spesso) se chi ha solcato le pagine prima di me ha avuto il mio stesso sentire. Dentro a quella domanda immagino i precedenti lettori, in un viaggio che continua.

Nell’immagine: Grace reading at Howth Bay, di Sir William Orpen (1900 circa)