
Maurizio è al volante, percorre la passatoia che attraversa i campi di una pianura che conosce appena. Pochi alberi spogli, conficcati nel terreno, muovono il panorama del buio mattino che, impaziente, attende che l’alba riscaldi la galaverna dei cespugli a bordo strada.
Con la destra si picchietta le gote e sente i peli ispidi, cresciuti nella notte. Quattro ore gli basteranno per arrivare a casa. Le aveva immaginate piccole quando aveva accettato il turno, ma dentro a quel niente che lo circonda gli sembrano grandi, cresciute in fretta come i suoi figli. Afferra la tazzona di metallo che gli hanno regalato i colleghi. Non funziona. Quello stupido beccuccio non fa uscire niente. Maurizio insiste, porta la tazza più in alto e scrolla, con la bocca aperta e la lingua in fuori del cucciolo che non beve da giorni.
Ricaccia gli occhi sulla strada e pigia con forza sul freno. L’auto si arresta a meno di un metro da una Vespa che ha le ruote per aria, quella posteriore volteggia nel vuoto come la giostra del luna park. Maurizio attacca le quattro frecce, accosta sul ciglio che difende il fossato, e scende. Dentro al cielo cupo l’alba sta tardando e la parsimonia di lampioni delle strade di provincia restituisce una visione malata. Maurizio afferra il telefono per fare luce ma lo schermo resta nero, come l’aria che ha intorno. Soffoca un’imprecazione. Ha scordato di inserire il cavo della ricarica. Torna indietro e accende i fari che illuminano il campo di battaglia, dove gambe attorcigliate e braccia stese simulano una resa che confonde vincitori e vinti. Maurizio si avvicina. Il ragazzo si muove, i fari lo svegliano come la luce del mattino. Il casco è ancora allacciato, tenta di alzarsi in piedi ma cade. Maurizio lo afferra e lo trascina a bordo strada. La ragazza non si muove, Maurizio prende anche lei e con cautela la trasporta nella zona protetta, vicino al ciglio, davanti alla sua auto. L’ultimo corpo da spostare è quello di babbo Natale. La barba è volata in mezzo alla strada insieme al cappello. Il sacco dei doni invece è ben saldo fra le mani dell’uomo che apre gli occhi e grida, lamentandosi della gamba. La ragazza rinviene e inizia a piangere. Maurizio si guarda intorno, sono tutti vivi. Trascina la Vespa per liberare il passaggio e si avventa sugli zaini per cercare un telefono.
“Datemi il telefono. Serve un’ambulanza.” Dice Maurizio prima di comprendere che le persone in fuga non ce l’hanno un telefono. Ma babbo Natale ha smesso di scappare perché ha la gamba rotta e il ragazzo non si muove senza la ragazza, che prova ad alzarsi in piedi ma crolla di nuovo al suolo. Maurizio si guarda intorno e con gli occhi abituati al buio intravede un casolare tra i campi desolati. Mette al sicuro i corpi e lascia il telecomando dell’auto al ragazzo, chiedendogli di schiacciare per tre volte se avrà bisogno di aiuto. Lui solca il terreno con lunghi passi, ogni tanto si guarda indietro e, quando ha superato la metà del tragitto, accelera. La casa è buia. Non esistono luci a illuminare il cortile né cancelli a proteggere i confini. Maurizio si avvicina al vetro, mette le mani a conchetta intorno alle tempie e spia dalla finestra. Una flebile luce illumina il soggiorno, è un fuoco giovane e lento che fa compagnia a delle gambe che accolgono un libro. Bussa. Bussa con maggiore convinzione. Si sposta verso l’uscio e picchia con il pugno, fino sentire male alla mano.
Il vetro della finestra si apre e una debole voce chiede chi è. Maurizio si avvicina al volto stanco di una donna con i capelli scuri.
“Signora c’è stato un incidente, bisogna chiamare un’ambulanza. Mi faccia usare il telefono.”
“Non c’è telefono qui. Non c’è niente qui. Andate a bussare altrove.”
“Signora ci sono dei feriti, ci lasci entrare. Basterà il caldo del camino.”
il caldo del camino la mattina di Natale. I sorrisi fatti per niente, il tepore dei corpi vicini. Le luci scintillanti come le stelle. Le luci di una speranza giovane, covata con fiducia. E subito dopo il buio di una casa rimasta deserta.
“Non c’è niente qui. Non c’è nessuno qui.” Ripete la donna.
Maurizio sente il click del telecomando, si gira e vede le luci lampeggiare.
Corre veloce verso i tre corpi. La ragazza è svenuta, il ragazzo piange e babbo Natale si lamenta per il dolore. Decide di rischiare. Li carica in macchina e prende il sentiero sterrato che porta alla casa desolata.
Maurizio bussa di nuovo. “Signora ci aiuti, la prego.”
La ragazza scende dall’auto e gattona fino alla finestra, con le unghie gratta il vetro.
“Ci aiuti per favore. Voglio solo tornare a casa.”
“Entrate.”
La donna stanca apre la porta che era chiusa da molto tempo e accoglie gli ospiti, facendoli accomodare sui comodi sofà, ai piedi del fuoco del camino.
Maurizio prende la borsa del pronto soccorso depositata nel bagagliaio e inizia a medicare la gamba di babbo Natale. Palpa per assicurarsi che la frattura sia isolata e stringe forte la fasciatura. Disinfetta i graffi del ragazzo e medica la fronte della ragazza. La donna osserva. Si siede accanto alla ragazza e le chiede il suo nome, poi scappa in cucina a prendere dell’acqua da fare riscaldare sul fuoco. Possibile che ci sia tutto dentro a un nome? La signora guarda le fiamme del camino e prepara acqua calda accompagnata da niente. Babbo Natale si è appisolato, la ragazza piange mentre il ragazzo le tiene la mano.
Voglio solo tornare a casa. Lo ripete sottovoce. Maurizio solca il pavimento per farsi venire un’idea. La lista delle persone da avvisare diventa sempre più lunga: l’ambulanza, i suoi figli che lo aspettano per il pranzo, i genitori dei ragazzi, che tra poco troveranno un letto vuoto, e quelli che attendono babbo Natale.
Maurizio si ferma e batte le mani per accogliere l’idea geniale. Avrebbe acceso l’auto per attaccare il caricatore del telefono e in pochi minuti avrebbe ottenuto qualche tacca per una chiamata. Esce di scatto, si avventa sull’auto e inserisce la chiave. Niente da fare, finita anche lei. La spia rossa della batteria celebra l’inutile ammasso meccanico. Maurizio rientra in casa, i quattro ospiti sono intorno al fuoco a sorseggiare l’acqua calda accompagnata da niente. Lo spazio vuoto davanti al camino si è riempito e la signora sorride.
“Verrà qualcuno. Abbia fede. Verrà qualcuno.”
La signora lo dice mentre invita Maurizio a sedersi vicino al fuoco.
Prende anche lui un po’ di acqua calda accompagnata da niente e inizia a sorseggiare, lentamente.
Nell’immagine: Camino di Casimiro Sainz y Saiz, 1898
Ho iniziato tardi a leggere. Da bambina ero incuriosita dai volumi che trovavo nella libreria di casa, ma ogni volta che iniziavo un testo, attratta dal colore della copertina o da un titolo che mi creava un’aspettativa, ne rimanevo delusa. Frequentavo la biblioteca, luogo che ho sempre amato per il profumo di carta invecchiata e per le innumerevoli opportunità che mi forniva. Amavo gli inizi. Quando ero alle medie trascorrevo interi pomeriggi, seduta per terra a sfogliare la prima pagina di ogni volume. La biblioteca del paese era un appartamento di tre stanze, salivo le scale e arrivavo nella camera principale, dove c’erano i tavoli dedicati alla lettura; incontravo un paio di volontari che gestivano i prestiti e che mi indicavano di andare a destra, dove c’era l’area dedicata ai ragazzi. Io prendevo coraggio e, d’un fiato, rispondevo che cercavo qualcosa per mia madre e mi dirigevo a sinistra, verso il luogo degli adulti, ed era lì che mi rintanavo per ore.