Smartphone

L’impegno della lettura

“Io alla sera leggo.” Lo ha detto A. l’altro giorno durante un pranzo fra colleghi.
La maggior parte l’ha guardata con sospetto, alcuni hanno detto che non c’è tempo per farlo, altri hanno sottolineato la loro stanchezza nelle serate che seguono a una giornata di lavoro.
Ho voluto indagare per capire quali siano le abitudini e le modalità di gestione di un tempo libero sempre più scarso. Pensavo che la televisione fosse un sostituto ma ho riscontrato che il caro vecchio tubo catodico è ormai in pensione. Le persone si intrattengono con lo smartphone, con applicazioni, con le serie a puntate che vengono succhiate via streaming o con tutto ciò che è possibile grazie a una connessione Internet.
“Leggere richiede impegno.” Ha sentenziato A.
Mi trovo d’accordo, ho riflettuto sulle mie abitudini e su quanto sia diventato faticoso per me dedicarmi alla lettura. Non è solo una questione di tempo è un tema di sforzo cognitivo. Quando decido di leggere mi devo isolare, lascio lo smartphone in un’altra stanza, lo tengo in modalità silenziosa e me lo dimentico. Non è facile, lo ammetto, a volte, con la scusa di una pausa, vado a dare una sbirciatina, mi distraggo e poi è difficile riprendere. Mi sono confrontata con altre persone e ho scoperto che il male è comune. Se succede dopo i trentacinque anni credo che sia gestibile, è necessario fare attenzione, bisogna averne consapevolezza ma in fondo basterà seguire qualche regola, auto disciplina per trovare l’equilibrio e non eccedere. Ma cosa succede alle nuove generazioni? A coloro che non hanno memoria di un mondo senza smartphone e connessione? Gli studi scientifici ci parlano di analfabetismo funzionale, ci dicono che le persone non riescono a comprendere e hanno difficoltà a farsi un’opinione. La rete ci dà gli accessi alla conoscenza ma se non riusciamo a costruirci una conoscenza interiore non abbiamo un parametro; le opinioni e le riflessioni nascono dalla capacità di sintesi fra ciò che succede fuori e ciò che abbiamo dentro di noi. La formazione di un giovane passa attraverso la logica, la riflessione, l’esercizio della ragione; elementi funzionali per l’identificazione di ciò in cui si crede e per orientarsi nel mondo, riuscendo così a discernere tra finzione e realtà. Un tempo si camminava e si viaggiava senza il supporto di applicazioni e l’individuo trovava il modo per orientarsi; oggi non c’è bisogno di sforzo, non serve ragionare perché il nostro smartphone ci guida e noi ci affidiamo. Siamo sicuri di volerci privare della possibilità di perderci? Non è quella la parte più bella del viaggio? Forse potremmo partire da qui con le nuove generazioni, potremmo creare complicità trovando una modalità di apprendimento più vicina a loro?

Come facevamo senza smartphone?

“Lo tieni come se fosse l’immagine di Gesù”
Me l’ha detto l’altro giorno uno dei ragazzi millennial che fa parte dei creativi nell’azienda in cui lavoro. Mi impressiona ogni volta che lo vedo al computer perché è in grado di utilizzare contemporaneamente: PC, MAC, Tablet, Iphone e tutto ciò che di tecnologico gli passa accanto.
Io ero in coda alla macchinetta del caffè e tenevo il mio smartphone tra le mani posate sul cuore. Ero intenta nei miei pensieri, percorrevo a mente la mia agenda e le sue parole mi hanno riportata alla realtà. Mi sono guardata e custodivo il mio cellulare come se fosse il bene più prezioso.
“Fa freddo e sto così per tenere chiusa la giacca.”
Gli ho risposto proponendo il primo alibi che mi è venuto in mente. Mi ha sorriso e se n’è andato. Io ho preso il mio caffè, sono tornata alla scrivania e ho pensato che non abbandono lo smartphone nemmeno quando vado in bagno. Gli uffici si sviluppano su più piani e quando mi sposto per andare a una riunione sfrutto i minuti in ascensore per consultare la posta elettronica sul mio smartphone. Malattia? Perversione? Capita anche sui mezzi pubblici, tutti a testa in giù sul proprio cellulare. E quando si va a cena con gli amici? Tra un piatto e l’altro si estrae il cellulare e a volte ci mandiamo messaggi anche se siamo seduti di fronte. Che cosa è successo? Ma soprattutto come facevamo a vivere senza smartphone? Vado con la memoria ai tempi dell’adolescenza, faccio parte della generazione del telefono fisso. A casa mia stava in soggiorno e tutti dovevamo parlare davanti a tutti; non ci fu privacy fino al giorno in cui mia madre comprò una prolunga per il filo. Poi arrivò il cordless, continuavamo a litigare per mantenere libera la linea ma quella splendida invenzione mi consentiva di ritirarmi in cameretta a parlare con le amiche, oppure con il fidanzatino del momento. Niente messaggi, niente faccine o cuoricini, niente foto, solo voce. E quando si usciva? Non riesco più a ricordare come facevamo a metterci d’accordo, forse ci si vedeva in piazza e poi si decideva, e se qualcuno era in ritardo? Non ho più memoria. Il nostro modo di comunicare è così cambiato che non saprei più raccontare il prima anche se l’ho vissuto. Ci penso ma non mi viene in mente niente. Ricordo solo il batticuore, quello provocato dal telefono che squillava la sera, mia madre mi chiamava:
“C’è M. vieni?”
Io mi schiarivo la voce, passavo qualche secondo davanti allo specchio per sistemare i capelli e poi mi sedevo sulla sedia. Avevo trovato una posizione comoda, tiravo il filo lungo dell’apparecchio e mi rintanavo in cucina, la porta non si chiudeva, restava una fessura per il cavo ma in soggiorno c’era la televisione accesa ed ero sicura che non mi sentissero.