Asides

In cucina

William_Henry_Margetson_-_The_lady_of_the_houseQuanto mi piacciono le cucine spaziose con l’isola al centro, gli sgabelli e le mensole in bella vista a mostrare le tracce del vissuto familiare. Nella cucina di una casa si depositano i pensieri delle donne. Sono le chiacchiere che restano confinate nella mente di chi le elabora e che si sposano alle voci delle amiche, accolte in uno spazio intimo, come quello in cui si prepara il desco. Il potere del nutrimento vive nella cucina, prende forma dalle mani di chi accudisce, crea energia buona che serve per tenere in vita. Sarà per questo che mi sento bene quando un ospite mi accoglie nella sua cucina, nel luogo in cui ogni discorso è concesso, dove le pene e i sogni si confondono tra i vapori dei fornelli.
Sappiamo preparare da mangiare e, indipendentemente dal talento che ogni donna sa esprimere, sappiamo alimentare. È un potere conferito alla donna la quale, con gradi diversi di consapevolezza, lo esercita in ogni momento della sua vita, anche fuori dalla cucina.
La donna apparecchia e nutre, lo fa in ogni ambito: in casa, con i parenti che accudisce fuori casa, con i figli (piccoli, grandi, adulti, vecchi), nelle associazioni di volontariato. Lo fa soprattutto al lavoro, dove tanti uomini si affrettano a sedersi alla tavola imbandita per godere del buon cibo preparato. La donna lo fa stando in silenzio, immaginando che sia parte del suo compito e non chiede niente in cambio perché, in fondo, è così che funziona.
È stata la mia amica G. a condurmi verso questo pensiero. Una sera di qualche tempo fa, mentre sorseggiavamo una tisana nella sua cucina, mi ha parlato della tavola apparecchiata e io mi sono sentita in difetto perché non avevo mai dato lo spazio sufficiente a questa riflessione. Mi destreggio nel mondo pensando che, in fondo, abbiamo fatto tanta strada ma in realtà, se mi impegno a osservare, il traguardo è ancora lontano. Era il 1929 quando Virginia Woolf scriveva “Una stanza tutta per sé”, ho ripreso un pezzo che era rimasto inciso in qualche piega di un pensiero assopito, è una considerazione che ha a che fare con l’essere se stessi e con il mettere tutta la dignità e la volontà nel riconoscersi. [Cit.] Riconosce di essere “soltanto una donna”; oppure protesta di essere “uguale all’uomo”. In questo punto Woolf sta dicendo che le scrittrici dell’epoca non lasciano emergere chi sono veramente, quasi ne avessero paura, quasi pensassero di condurre una battaglia persa in partenza. Meglio decidere di buttarsi da una parte o dall’altra: o fare la donna, alla maniera in cui la considera un uomo, o pretendere di essere uomo. La verità è però un’altra e allora Woolf si chiede perché la donna non decida semplicemente di fare se stessa. Me lo chiedo anche io, dopo quasi cent’anni, e me lo domando in nome di quella grande energia del bene che la donna possiede, in nome della capacità di alimentare che è propria del genere femminile e che può dare origine a grandi cose.
Serve coraggio, almeno a me che fatico a chiedere ciò che è dovuto poiché, se mi spetta, immagino che qualcuno me lo debba dare spontaneamente, solo perché è giusto. Serve tenere la testa alta e indossare gli abiti di una femminilità benevola e creatrice, serve guardarsi e avere fiducia in ciò che si vede, nella propria essenza luminosa che esiste, che è parte di noi donne che ci riconosciamo.
Riconoscermi e riconoscerci. Insieme abbiamo il potere di alimentare la società e possiamo provocare la virata che cambia la rotta. Siamo differenti e possiamo fare la differenza.

Nell’immagine: The lady of the house, William Henry Margetson 

Prima che la notte cada*

Cuore_Stella

Ho bruciato mio padre. L’ho fatto per sua volontà. Me lo chiese due anni prima di morire, mentre chiacchieravamo del nostro solito nulla, in giardino. Si alzò in piedi, sfoderò uno dei suoi sorrisi migliori, agitò le braccia e fece mezza piroetta, come se fosse su una pista da ballo (gli piaceva ballare!), mi guardò più serio e disse:
“Brucia tutto, delle ceneri fai quello che vuoi basta che ne porti un po’ dove ci sono tutti gli altri.”
Sorrisi anche io ma solo perché la sua risata è sempre stata contagiosa. Non feci domande e seguitai a conversare di un nulla qualsiasi.
Davanti al funzionario comunale, non ebbi incertezze su come smaltire il corpo di mio padre ma esitai sulla dispersione. Conoscevo il posto in cui dovevo lasciarne un po’, era la tomba di famiglia: due parole che sulla bocca di mio padre non erano mai state appaiate. Risvegliavano una paura analoga, quella della fine, vuoi della vita o della libertà. In lui erano la stessa cosa, essere indomabile, padrone di ogni suo atto ma uomo incapace di negoziare con sé stesso.
La penna era a un centimetro dal quadratino sul modulo, ma indugiavo prima di stampare una crocetta definitiva. Non sapevo identificare un luogo dove depositare la differenza fra il tutto e un po’. Vagavo in desideri paralleli, confondendo ciò che sarebbe piaciuto a me con ciò che sarebbe piaciuto a lui. Non lo sapevo, ero estranea degli intimi pensieri di mio padre. Il funzionario si alzò in piedi e lenì la mia titubanza precisando che le ceneri non si potevano frazionare. Per un istante mi chiesi come avesse fatto la signora D., della scala A, a tenere suo marito in borsetta. Mi aveva mostrato con fierezza il sacchettino di raso blu con la rosa tatuata al centro. Aveva fatto il segno della zip sulla bocca, capivo il perché firmando per la tumulazione delle ceneri di mio padre. Uscendo da quelle stanze fitte di ultime volontà, mi domandavo come fosse nata l’idea della cremazione. Perché si decide di bruciare tutto, rinunciando a un’importante parte solida per chi resta? Ho costruito nel tempo le mie motivazioni, ma non ho mai conosciuto quelle di mio padre, non so neppure se avesse una motivazione. Il nulla prevalente che ha abitato i nostri discorsi non mi ha lasciato indizi, ma solo l’ineluttabile evidenza di intimità estranee.

Sono capitata alla personale di Sophie Ko insieme a tante domande. La cenere è protagonista nella sua opera e si tratta di un lavoro che non ha bisogno di tante spiegazioni perché si sente, si fa largo nei condotti vulnerabili di emozioni antiche. Cenere pressata, unita a pigmenti del colore del sole o del mare, frammenti di farfalla protagonisti di frammenti di stelle. Polvere che prende forma diventando bellezza e memoria, testimone di ciò che era e di ciò che sarà. C’è vita nella cenere. C’è il risultato di chi era forma e la speranza di chi forma ancora lo deve diventare. Nella circolarità del nostro moto perpetuo, uomini in cammino verso un dove migliore di qui, la cenere è promemoria dell’evoluzione. La costante mutazione è presente nelle opere di Sophie Ko poiché la forza di gravità, provocando impercettibili smottamenti della materia, muta incessantemente la composizione del quadro, segnando in superficie lo scorrere del tempo.
Ho chiuso gli occhi e sono entrata nel Cuore di una stella, in un altrove distante anni luce ma così accogliente da rilasciare benessere e la certezza, razionalmente inspiegabile, di un legame vivo con chi oggi non c’è più.

All’uscita dalla mostra non ho trovato le risposte alle mie domande ma ho rintracciato una possibilità. L’arte mi fa questo, mi regala un punto di vista nuovo che spesso era già germoglio ma dormiva, inconsapevole e incapace di manifestarsi dentro a parole in grado di restituire un significato. Ho ringraziato Sophie Ko non solo per la bellezza che è capace di creare, ma per avermi dato una possibilità.

*Prima che la notte cada, mostra personale di Sophie Ko presso la galleria Renata Fabbri in via A. Stoppani 15/c Milano. L’esposizione durerà fino al 18 novembre 2023.

Nella foto, che è stata presa dal sito della galleria:
Il cuore di una stella, 2023
Pure pigment, fragments of butterfly wings, ash of burnt images, 180×154 cm. Ph. Mattia Mognetti