Asides

Fiore sulla via

Fiore_sulla_viaI foglietti gialli appiccicati al frigorifero sono la bussola delle sue giornate. L’elenco degli ingredienti per il desco, le ore dalle signore e i bambini da accompagnare riempiono il tempo diurno; i rammendi e la piccola amministrazione colmano le ore serali. La notte è fatta di scritti: i suoi per compilare i foglietti, quelli degli altri per vedere vite diverse e simili. L’orario per coricarsi lo decide il gatto che, quando il buio diventa tenebra, si accoccola tra le gambe riscaldando il sonno di Fiore. L’alba arriva in fretta e lei, dopo avere aperto gli occhi, indugia prima di levarsi. È il tempo in cui culla il sogno. Nel silenzio della piccola casa, ascoltando il cigolio lontano del primo tram, assapora un giorno diverso. Passato e avvenire fanno la staffetta nei suoi pensieri. Nel prima scova il buono nel sugo, arricchito di spezie segrete, che le aveva insegnato la nonna. Nel dopo coltiva la speranza, quella che ha letto sui libri, quella che si era immaginata da bambina. Si liscia i capelli e ripesca lo scodinzolio della sua coda ad accompagnare le risate all’università. Un paio d’anni, poi era arrivato il piccolo e si era presa una pausa, che continua, anche nel presente.
La linguetta calda del gatto la riporta alla vita. Insieme alla biancheria asciutta, Fiore ripiega i sogni del mattino. Apre l’armadio per cercare il vestito a fiori e trova il vecchio paltò della nonna. Profuma ancora della cannella del sugo, spezzata con le mani nude.  Si affretta nel bagno e, dando poco ascolto ai quattro fili grigi che rigano la chioma nera, ritrova la sua coda. Alza i bambini, li sistema, li nutre e, prima di uscire per accompagnarli a scuola, afferra il foglietto giallo più importante: colloquio super.
Aveva sentito di un posto da cassiera, i soldi le fanno comodo, ma costano cari. Famelici danè pronti a mangiare il tempo diurno, quello serale, quello notturno e infine l’alba, custode dei suoi sogni. Sulla via, mentre cammina sui tacchetti disavvezzi, inciampa nel marciapiede ondulato e urta una donna con i capelli d’argento. Una treccia canuta scivola sul vecchio paltò, gemello del suo lascito; la mummia del suo avvenire l’assale.

Nell’immagine: Girl with a kitten di Lucian Freud, 1947

Cecilia Ferreri

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Nel salotto di Cecilia il pianoforte è protagonista, troneggia in un’area a lui dedicata e il mondo esterno si riflette sul nero lucido. Ero già stata in questa casa, in occasione di Piano City, e, durante l’ultima performance, mi ha colpita non solo la bravura della pianista, ma anche la sua capacità (e per certi versi il coraggio) di proporre un repertorio classico composto da donne.
L’occasione è arrivata in un momento in cui riflettevo sulla voce femminile. Mi ero soffermata sulle scrittrici che hanno lavorato per distinguersi, per individuare uno stile personale che celebrasse la loro unicità, ma non avevo ancora esaminato le pianiste. Compositrici e concertiste che hanno soffocato un talento per consentire ad altri membri della famiglia di emergere, quasi che non ci fosse lo spazio necessario per tutti. Cecilia Ferreri ha dato voce a Funny Mendelsshon sorella di Felix, a Clara Wieck Schumann moglie di Robert, a Cécile Chaminade e Amy Beach , nomi che non avevo mai sentito e sui quali non avevo mai avuto occasione di soffermarmi. La musica non è mai stata una materia di studio per me, l’ho sempre vissuta da ascoltatrice. Ascoltando si aprono porte che sollecitano l’immaginazione. Percorro luoghi che non conosco, mi aggiro tra le vie strette di una medina e, quando lascio lo spazio alla pazienza, scopro qualcosa di nuovo.
Ho chiesto a Cecilia di parlarmi della musica, del pianoforte e delle donne che negli anni si sono cimentate con tenacia e passione, esprimendo una sensibilità che, inevitabilmente, è un pregio femminile e ha a che fare con la cura. È nata da qui la nostra conversazione. >> Leggi il ritratto.