Asides

Sentire l’oriente

Sentire_OrientePenso a Córdoba da giorni. Ci penso come si fa con un innamorato, all’inizio, quando il primo incontro è fresco e, qualunque cosa succeda intorno, il pensiero va a lui. il petto si gonfia e capita (può capitare anche all’improvviso) l’istantanea vertigine del decollo.
Leggo, guardo la tivù, parlo al telefono, mangio, ma sul binario parallelo, quello che coinvolge la parte meno automatica della mia mente (forse quella deputata al sogno?) c’è Córdoba.
Passeggio nelle vie della Judería dove il cumino si fonde nel limone di Sorrento. Il cielo così azzurro l’ho visto solo in Grecia, le case così bianche si trovano solo al sud, e a Bodrum. Continuo a camminare, esplorando viuzze medievali che si aprono su slarghi parigini. Entro in palazzi anonimi che custodiscono il patio di Marrakesh; mi accoglie il suono delicato dell’acqua, sono le note della fontana di un giardino di Kyoto.
La Mezquita invece è unica. Fusione tra Roma e quell’Impero persiano studiato a scuola, ma ormai sbiadito nelle nozioni; gli innesti del califfato e il mudéjar si sposano al gotico e al Rinascimento.
Mi affanno nella ricerca. Cos’è successo prima che io arrivassi in questo luogo? Chi ha seminato tutto ciò che vedo? Un Tutto sterminato che l’occhio non può catturare così in fretta. Continuo a camminare. Osservo i volti delle persone, ne fermo qualcuna, sperando che sia un residente e che abbia avuto il tempo necessario per accogliere e nominare. Uso la mia lingua, anche se è diversa dalla sua, per testimoniare che partecipo a quella bellezza, dico proprio bello, che è l’unica parola che riesco a trovare. Mi vergogno un po’ per la semplificazione e mi giustifico, dicendo che sto elaborando, che sto cercando le parole giuste per descrivere ciò che ho visto.
Torno nella Mezquita, sicura che troverò una traccia. Ma lì mi aspetta il silenzio, le parole non sono pronte e, per quanto mi sforzi di formulare una frasetta, anche semplice, che abbia la funzione di costruire un segnale di quel momento, un’incisione dentro di me, che contenga quello che sto provando, il silenzio persiste. Aspetto. Passano giorni. Poi capito su una pagina, non una qualsiasi ma una pagina di Borges che, tra le righe di una dissertazione sulle Mille e una notte, dice “C’è un certo qualcosa che noi avvertiamo come Oriente […] e che io ho sentito a Córdoba*. Ho percepito la presenza dell’Oriente […]” (Jorge Luis Borges, Sette sere, edizione Adelphi). Che cos’è l’Oriente? Me lo chiedo partendo dalla geografia, ma comprendo, ripescando il silenzio della Mezquita, che è uno spazio senza confini.
L’Oriente è il sole che sorge, indipendentemente da dove io mi possa trovare. È questo il segnale che cercavo e, non avendo trovato parole per meglio descrivere la bellezza di Córdoba, mi persuado al sentire. Sento l’Oriente.

Nell’immagine: Paseo a orillas del mar di Joaquin Sorolla,1909.

*Nota: Nello scritto di J.L. Borges è possibile che il suo riferimento sia alla città argentina, omonima di quella andalusa e fondata da un condottiero spagnolo nel 1573. Avendo trovato scritti in cui si evince la somiglianza fra l’atmosfera delle due città, ho privilegiato il paragone andaluso.

Guadagnarsi il podio

Guadagnarsi_PodioSe fossimo alle Olimpiadi salirei sul podio. Me lo dico mentre ascolto G., che parla accarezzando il bicchiere trasudato di condensa. Stasera siamo in otto e accerchiamo un tavolino stretto in un locale pieno di corpi stanchi, vogliosi di vacanza.
Ascolto ancora, l’oro è mio, ne sono sicura. Le parole snocciolate tra una succhiata di cannuccia e un masticamento di pizzette gommose, mi annoiano. Ne ascolto tre e la mia mente costruisce il resto del discorso: scontato, attiguo al banalotto, vicino di casa delle storie da serie tivù.
Di quattro dei presenti conosco i dettagli. Le sfumature degli episodi spietati della loro vita mi sono note, così come le reiterazioni, accadute nei momenti di stanca, quando sembrava che le cose potessero funzionare per il verso giusto. Niente che possa minacciare il mio oro, neppure la storia di G., tranquillamente sopportabile dal più fragile degli adolescenti. Due non li conosco. Li osservo per carpire indizi. Il ragazzo-uomo potrebbe avere un rapporto difficile con la madre, posto che sia ancora viva, ma credo proprio che lo sia, poiché il tizio indossa una camicia stirata alla perfezione e abita in una zona troppo ricca per lo pseudo lavoro che lo tiene impegnato. La donnina-perfettina invece deve avere un rapporto difficile con il marito, quindici anni insieme senza figli consumano. Inevitabilmente si vive il racconto della propria vita, convincendosi ogni giorno che era esattamente quello che si sognava.
L’oro è mio. Nella corsa a ostacoli del quotidiano vivere mi incorono con orgoglio al primo posto. Bravissima mi dico tra me e me, mentre immagino un fusto di prim’ordine verso il quale chino il capo per ricevere il pesante tondo dorato. Sarà oro vero o si tratta di qualche altra lega con placcatura? G. si commuove, ci mancavano solo le lacrime a infarcire il quadretto imbarazzante. Attendo con pazienza che qualcuno si faccia avanti per il consueto abbraccio da serie tivù. Io di certo non mi scompongo, mi lucido la medaglia e la soppeso. Mi mordo la lingua. L’unica cosa che vorrei dire assomiglia a: “Senti bella, dacci un taglio. Che sarà mai? L’hai trovato a letto con un’altra, non è mica la fine del mondo.” Avrebbe potuto capitare di peggio, te lo spiego io che cos’è la fine del mondo.
Era Londra 2012 e ricordo bene la mia fine del mondo. Non mi interessavano le Olimpiadi, mi interessava solo il mio male. Non m’importava della gente, ero immune alla sofferenza degli altri, accudivo solo la mia. L’oro che mi ero attribuita, il premio mefistofelico per il dolore subito, mi faceva stare meglio.
Il tavolino di dodici anni fa mi è tornato in mente spulciando i risultati di Parigi 2024. Stesso piazzamento per l’Italia, nono posto in classifica, ma con un bottino di medaglie nettamente superiore: ventotto allora e quaranta oggi, praticamente una medaglia in più per ogni anno trascorso. Mi diverto ancora nell’attribuzione di medaglie, ma ho cambiato le regole del gioco e ho inserito nuove discipline. Assegno medaglie agli altri, a coloro che, dal mio punto di vista di certo relativo, se la guadagnano sul campo, combattendo. Il bronzo va a chi impara a vedere la luce, l’argento a chi crede nella propria capacità di raggiungere il bagliore che ha intravisto laggiù, più o meno vicino all’orizzonte, e l’oro spetta a chi decide di lasciare entrare la luce, dandole lo spazio che merita.
Per quanto riguarda il mio personale medagliere, faccio il possibile per arricchirlo. Ogni tanto mi riesce, ma spesso resto insoddisfatta della prestazione. In quelle occasioni, mi concentro per capire cosa posso cambiare. È questa la bellezza che riconosco nella disciplina di diventare Essere Umano.

Nell’immagine: Le Coureurs di Robert Delaunay, 1930.