Autore: Ratatuia Metropolitana

Pâté di Nantes e moutarde de Dijon

Diverse ricerche hanno dimostrato che l’olfatto è il senso principe nella stimolazione di un ricordo, seguito a ruota dal gusto. In effetti si tratta di due sensi molto correlati quando si parla di cibo e, per quanto mi riguarda, il cibo è da sempre la mia bussola per sintonizzarmi su un ricordo. Per tale ragione, durante un viaggio in un luogo in cui sto bene, i souvenir che prediligo sono culinari. Quando è consentito, compro vasetti e scatolette contenenti tipicità che mi prometto di assaporare una volta rientrata a casa. In due viaggi speciali, che ricordo con tanta gioia, ho acquistato scatole di pâté (accadeva a Nantes) e vasetti di senape (avveniva a Dijon); li ho riposti in bella vista nella mia cucina e ho atteso che si presentasse l’occasione giusta per gustare il ricco bottino.
Ho immaginato ricette, l’allestimento della tavola, gli ospiti che avrei voluto invitare per compartire tale prelibatezza. Ho immaginato, ho rimandato, confidente nella data di una lunghissima scadenza, ho temporeggiato, ho superato il limite concesso. Confesso di avere anche dimenticato, complice l’angolo buio in cui, nei secoli, si sono conficcati gli oggetti depositari del mio ricordo. Quindi ciò che mi doveva fare ricordare è stato da me scordato. Ma chiaramente non è scomparso il ricordo di quei due viaggi che resta vivo, è presente e mi sovviene spesso, quando ricerco qualche risata e un po’ di benessere. Tuttavia, non ho mai mangiato né il pâté né la senape e questo è un peccato di cui mi voglio pentire.
Dopo avere depositato nella pattumiera le scatole e i vasetti mi sono presa un momento per analizzare e cercare in me una via di assoluzione. Che cosa mi ha spinto a procrastinare? Perché non ho fatto quella cena che avevo immaginato? Credevo veramente che fosse necessario trattenere gli oggetti come ostaggi? Un pochino sì. Lo ammetto. Mi costava lasciare andare. Non riuscivo ad accettare che sarebbe finito, che non avrei avuto modo di assaggiare di nuovo il pâté e la senape una volta esauriti. Ma in realtà, beffa delle beffe, non li ho mai assaggiati. Voglio riderci sopra perché questa esperienza è un paradosso che non dimenticherò. L’inclinazione a trattenere è ben più sviluppata di quella di lasciare andare, l’equilibrio sta a metà ma quanto è difficile.
Mi chiedo se ci sia una correlazione con la forza della Terra. Poiché la fisica ci spiega tante cose, e riscontro spesso che sa dare una ragione a certi aspetti astratti che fatichiamo a spiegare, voglio pensare che sia colpa della forza di gravità. È una colpa inconsapevole, è un principio al quale noi esseri, abitanti di questo pianeta, ci siamo abituati. Sta nella natura delle cose: se lascio andare un oggetto, esso cade, si può rompere. Quindi lo trattengo per esercitare una tutela. Ma non tocca a me controllare tutto e, oltre alla gravità, ci sono tante forze, alcune maggiori, delle quali mi posso fidare. Nei viaggi in cui sono stata bene ho imparato a muovermi senza paura, confidente di poter lasciare andare i programmi qualora si fosse presentata un’opportunità non prevista. E tutto ha iniziato a scorrere, in un cammino lineare, senza impedimenti.

Promemoria per il prossimo viaggio: i souvenir culinari si mangiano entro le prime due settimane dal ritorno!

Nell’immagine: Édouard Manet, Il bar delle Folies-Bergère (1881-1882)

Intendiamoci

Mi ha sempre divertito maneggiare parole che hanno più significati, la varietà della lingua italiana ce ne offre tante. Ci sono differenti casi a cui prestare attenzione.
Esistono le cosiddette parole polisemiche (vocabolo che non amo e che uso solo per necessità) come ad esempio: piano o viola, o coda. Sono paroline brevi che racchiudono più di un’evocazione. Nel caso del piano possiamo alludere al pianoforte, al piano delle attività, al piano regolatore o al piano di uno stabile (a quale piano è l’appartamento?). Se dico viola penso a: un fiore, un colore, uno strumento musicale. La coda è quella di un animale ma anche una capigliatura; è una fila alla posta o un rallentamento nel traffico. Ci sono altre parole, a me care, che cambiano decisamente di senso quando cambia un semplice attributo come l’accento. Tutti conosciamo, fin dall’elementari, la differenza fra pésca (azione del pescare) e pèsca (il frutto) ma nel linguaggio comune non mettiamo più la forza sull’accento e deduciamo il significato dal contesto.
Ai vezzi della nostra lingua ne aggiungo un altro, si tratta di parole che, pur restando uguali, esprimono un diverso significato se utilizzate in termini del tutto materiali o in termini astratti. Un esempio nasce dal verbo fissare. Quante cose ci stanno nel significato di questo verbo? Ne elenco alcune, senza pretendere di essere esaustiva: fissare qualcuno o qualche cosa, inteso come guardare intensamente; fissare un oggetto che barcolla, non è stabile, (devo fissare la mensola); fissare un punto nella nostra discussione; fissar-si, ossia restare fisso su un tema, un problema, un qualsiasi mal di pancia che porta malessere.
Navigando in tutti questi molteplici significati, che cosa succede alla nostra comunicazione? Quando parliamo con gli altri ci lasciamo comprendere? Quando ascoltiamo siamo in grado di afferrare ciò che gli altri esprimono?

Riprendo un pensiero di Galileo Galilei il quale, in un passo del Dialogo, elogia tra le invenzioni stupende quella dell’alfabeto.  [Cit.] … qual eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi reconditi pensieri a qualsivoglia persona … con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi…

Ebbene, di questo si tratta. Di una manciata di caratteruzzi utilizzati costantemente per condividere i nostri pensieri. Ma le parole dette contengono l’intenzione di chi parla e, da parte di chi ascolta, vengono recepite attraverso il filtro della propria esperienza. C’è una costante approssimazione, acuita da espressioni del viso, movimenti del corpo, che popola di sottintesi e di interpretazioni ciò che ci diciamo e ciò che ascoltiamo. Esiste paura nel dire e paura nel capire, perché spesso c’è ancora tanto da capire in noi stessi, e così, la parola, perde potenza. Ma la parola, nella sua esattezza, nella sua chiarezza ha una potenza in essenza, contiene energia luminosa in grado di rischiarare. È luce.
Non è necessario ricorrere alla bellezza, e alla luminosità, poetica che solo certi autori riescono a donare, chiamandoci alla meraviglia. Alludo a una bellezza alla portata di chiunque abbia semplicemente il coraggio di ascoltare e di dire, con onestà, con la giusta modalità, con la cura che si dedica a un neonato.
Tornando alla fissità, è evidente che la parola ha il potere di muovere. La giusta combinazione di caratteruzzi è in grado di provocare un cambio di assetto di tutto ciò che è mobile, compresi noi, esseri umani, inesorabilmente in contradditorio con tutto ciò che accade.
Parlarsi, discorrere, ragionare e confrontarsi, per dare l’opportunità alle idee di svilupparsi, di trovare la strada per affiorare e diventare azione. Potremo dire e accogliere cose buone, cose meno buone, ma sempre necessarie per uscire dalla fissità e percorrere un passo in più del nostro viaggio.

Nell’immagine: Marie Bracquemond, Trois femmes aux ombrelles, 1880.