Pensierino

Bisogno di intrattenimento

“È così difficile accettare di stare senza fare niente?” Me l’ha chiesto la mia amica F.; la domanda non era per me ma per gli altri.
Le dicevo che quando sono dal parrucchiere mi rilasso e non ho voglia di parlare, ne approfitto per fare qualche riflessione, quindi amo il silenzio degli altri.
A lei capita la stessa cosa in treno. Viaggia molto e spesso non fa niente in quelle ore, pensa.
“In genere mi sollecitano, la ragazza che fa lo shampoo mi offre una rivista.” Raccontavo a F. sottolineando che se dico di no mi chiedono per tre volte se sono sicura.
“Le persone mi parlano.” Mi ha detto F. precisando che se non legge o non si mette al computer la gente la guarda e inizia a conversare.
Penso ai bambini che incontro nelle sale d’attesa, in fila alla posta o sui mezzi. Li vedo con la faccia sullo smartphone, continuano a compiere operazioni e si muovono. Ricordo quando ero piccola e mia madre mi ordinava di stare seduta e ferma; io lo facevo.
Nell’attesa pensavo, usavo la fantasia e inventavo storie. Guardavo la gente che mi stava intorno e mi divertivo a immaginare le loro vite, questo lo faccio ancora oggi, è un gioco che mi è sempre piaciuto.
“Non siamo più abituati.” Ho risposto a F., non era la mia risposta ma quella degli altri.
Le persone hanno bisogno di intrattenimento; è necessario riempire costantemente uno spazio vuoto, un attimo di attesa, una finestra di “tempi morti”, quelli che s’incontrano sui mezzi di trasporto o ai cancelli per l’imbarco; mentre si passeggia sulla banchina in attesa del treno, in coda alla cassa del supermercato, al cinema, mentre si aspetta che cominci un film.
“A me piace.” Ho risposto a F.
“Anche a me.” Ha detto lei.
“Però gli altri ti guardano.” Ho aggiunto io.
“Con stupore.” Ha precisato lei.
Un tempo prezioso, fatto di minuti utili per programmare, progettare, organizzare ma soprattutto per guardarsi e conoscersi. Forse è per questo che si sfugge?

Nell’immagine: Berlin 1924, di Catherine Abel.

Il fittone e lo sparpaglio

“Conoscete la differenza fra il fittone e lo sparpaglio?”
Il professore di organizzazione aziendale fece questa domanda alla classe in occasione della prima lezione. Sono passati quasi vent’anni, stavo facendo il master in business administration, e ricordo quel concetto come uno dei più importanti nel mio iter formativo.
Il riferimento è a una metafora botanica che ha lo scopo di fornire un’immagine utile per individuare l’attitudine di una persona.
La carota ha una radice a fittone mentre l’acero ha una radice a sparpaglio, in botanica si parla di radice fascicolata ma il nostro docente preferiva una parola più onomatopeica, in grado di trasferire con efficacia la modalità di diffusione nel terreno. Passammo più di un anno a studiare insieme e all’interno della classe si diffuse un linguaggio comune che solo quel nucleo poteva comprendere.
“Sei un fittonatore!” Si diceva a chi indugiava troppo nell’analisi.
“Dobbiamo fittonare su quel tema.” Ci ripetevamo quando non riuscivamo a risolvere un problema.
“Facciamo più sparpaglio.” Ci convincevamo per individuare i punti critici di un processo.
“Io sono sparpaglio. Io sono fittone” Lo dicevamo per trovare il nostro ruolo, nei momenti in cui cercavamo la nostra attitudine e immaginavamo un posto e una professione in cui potere esprimere al meglio le nostre caratteristiche.
In un mondo diviso in due mi sono sempre sentita sparpaglio che, seguendo le indicazioni ricevute in quella prima lezione, significa avere una visione trasversale. Guardare a un processo e individuare le modalità per governarlo, qualunque esso sia, indipendentemente dalla tematica specifica. Il fittone è invece colui che ha una visione verticale e va in profondità nell’ambito in cui diventa uno specialista.
Nel tempo ho acquisito esperienze e ho avuto l’opportunità di diventare esperta di alcune materie, ho scoperto qualcosa che mi appassionava e ho avuto il desiderio di andare in profondità ma, inevitabilmente, sono tornata in superficie per soddisfare la necessità di una visione trasversale. Utile insegnamento grazie al quale ho cominciato ad abbracciare l’idea dell’equilibrio. Né sparpaglio, né fittone, non solo sparpaglio, non solo fittone, un po’ sparpaglio e un po’ fittone. Dosare e mescolare, avere la consapevolezza del momento e comprendere quando è necessario essere fittone e quando serve essere sparpaglio. L’immagine delle radici mi è stata di grande aiuto, mi serve per fare il cambio in base a ciò che sento. Come se ci fosse un interruttore che, in relazione alle situazioni, mi consente di modulare da una parte o dall’altra. Allenamento, è ciò che serve per dirigere l’attitudine, perché quella resta ed è forte, ma con un giusto programma si può cambiare, non succede così anche a chi si prepara per la maratona? All’inizio lo scoglio sembra insormontabile ma giorno dopo giorno ci si arriva e si corrono più di quaranta chilometri, chi l’avrebbe detto? E voi come vi sentite, fittone o sparpaglio?