Il dono

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Il pacchetto è ancora lì, ben in vista sulla mia libreria, nello scaffale in cui lascio le cose che devo portare a qualcuno. È un angoletto vicino all’uscio, verso il quale sbircio prima di chiudere la porta, cercando il giusto promemoria di chi incontrerò. Avevo scelto una carta da regalo in tessuto, con delle venature d’argento come la luna. Quanto ci piaceva guardare la luna sedute in giardino, nel dopo cena, quando tutti si erano coricati e le nostre chiacchiere lenivano le ferite. Avevo deciso per un nastro di raso, rosso come il Natale, come i Natali insieme, pieni del tuo polpo con le patate e dei tuoi gratinati che mangiavo fino a scoppiare. Tutto era così buono, ogni cibo cucinato da te aveva il sapore buono di casa. Ho mangiato con gusto pietanze che altrove non avrei scelto, ma da te anche il pane cotto nell’acqua era delizioso perché mi portava indietro, nei giorni belli della mia infanzia. Davanti al caffè invece tornavo donna e ti regalavo i miei pensieri più intimi e tu mi donavi i tuoi, entrambe consapevoli che eravamo libere, senza giudizio, senza paura di passare per matte.
Guardo il pacchetto per l’ultima volta prima di uscire, sto venendo da te ma il mio regalo non ti serve più e me ne rammarico perché la storia ti sarebbe piaciuta. Sono sempre stata fiera di avere scoperto che cosa ti piacesse leggere e di non avere mai sbagliato un titolo a te donato. Aprivi la prima pagina e non ti staccavi prima della fine, volevi sapere che cosa succedeva, volevi conoscere. Ho sempre ammirato la tua sfrenata curiosità, la tua capacità speculativa fatta di nozioni e di intuito che ti consentiva di interpolare gli eventi e di identificare, con anticipo, anche il risultato della vita che ti attendeva.
Nella nostra ultima conversazione mi hai detto tutto, entrambe sapevamo ma ancora non avevamo dato il nome agli accadimenti. L’hai fatto tu per prima e hai concluso con una risata ricca e opulenta che risuona ancora e mi terrà compagnia, nel tempo necessario ad abituarmi alla tua assenza. Guardo nuovamente il pacchetto. Non è mio, non è tuo. Mi chiedo da ore che cosa farne. Potrei aprirlo e leggere il libro a te destinato, immaginando di raccontartelo. Ma non è il mio genere e temo che sarei una pessima cantastorie. Non voglio regalarlo a qualcun altro perché è tuo, io so che è tuo. Lo soppeso ancora un po’, camminando davanti alla mia libreria. Decido di adagiarlo nel terzo scaffale, quello all’altezza dei miei occhi, accanto alla fotografia in cui sono circondata dall’abbraccio del tuo primogenito, in uno dei tanti giorni in cui siamo stati felici. Ti auguro buon viaggio mia cara Anna, quando incontrerai tuo figlio bacialo per me.

Nell’immagine: Signora in giardino a Sainte-Adresse, di Claude Monet (1867)

L’oggetto-libro

Grace_ReadingRileggendo le “Lezioni Americane” di Italo Calvino ho messo l’attenzione su un punto che non avevo osservato in occasione di una prima lettura. L’autore, che scrive nel 1985, trovandosi a fare un bilancio, identifica il millennio che stava per chiudersi come caratterizzato dall’avvento dell’oggetto-libro nella forma che ad oggi ci è famigliare. In effetti, la nascita di questo prezioso compagno è datata più o meno nel Millecinquecento. Non mi addentro nei dettagli della storia, ma rilevo che, prima di allora, il libro non era un oggetto portabile e non era data alle persone la possibilità di leggere nella modalità che oggi conosciamo. In casa, sulla poltrona, in giardino, in spiaggia, sui mezzi di trasporto, nelle sale d’attesa, ovunque e a ogni orario, un lettore può tenere fra le mani l’oggetto-libro e dedicarsi al proprio viaggio. Personalmente dedico molto tempo alla lettura e, se ci penso, mi rendo conto che spesso, quando non leggo, parlo di libri: di quelli che ho letto e di quelli che vorrei leggere (o rileggere).
Tornando a Calvino, egli descrive “le possibilità cognitive e immaginative” accessibili tramite l’oggetto-libro e, riflettendo su questa enorme opportunità, guardo ai libri con rispetto, ammirazione, ogni tanto devozione (lo confesso) poiché ogni testo è un tesoro. Ma, a ben vedere, il tesoro più grande è la personale consapevolezza del valore estraibile dall’esperienza di lettura. Quando qualcuno mi dice che non ama leggere, rispondo che non può essere vero e lo dico con ragione, perché ho passato la stessa esperienza. Il mancato piacere deriva da una scelta non compatibile, da un incontro che non è ancora avvenuto. È come con il cibo, non piacciono a tutti le stesse cose e sarebbe falso dire che non si apprezza la buona tavola solo perché si è assaggiato ciò che non incontra il nostro gusto.
Scegliere che cosa leggere è parte del viaggio, dipende da chi siamo e da chi vogliamo diventare. La lettura ci deve somigliare e per sceglierla dobbiamo conoscerci. Se leggendo si pensa ad altro, fenomeno molto consueto in chi dice che non ama leggere, si deve abbandonare quella lettura poiché significa che non è adatta o non è ancora il momento per affrontarla. Leggere non è uno sforzo ma un piacere e, se di sforzo vogliamo parlare, l’unico correlato alla lettura è quello necessario per assaggiare e cercare la giusta pietanza in grado di scatenare il piacere.
La lettura, attivando le possibilità cognitive e immaginative di cui parla Calvino, porta gioia per la scoperta e spesso consolazione per ritrovarsi insieme ad altri in un universo cosparso di idem sentire, che ci rende parte di un tutto sconfinato.
Per queste ragioni sono attenta alle innumerevoli iniziative che nascono per dare a tutti la possibilità di avvicinarsi alla lettura. Poco tempo fa ho letto di netturbini che hanno deciso di raccogliere i libri trovati nell’immondizia per dargli una nuova vita. Il fenomeno si è diffuso in Turchia in Colombia e anche in Italia (a Messina), e il personale si è attivato per trovare un luogo in cui raccogliere i libri recuperati, una specie di biblioteca dei libri a fine vita, per dare alle persone l’opportunità di prenderli.
La vita del libro è in genere molto lunga, se superano il macero durano anche secoli. È questa un’altra caratteristica interessante dell’oggetto-libro: la longevità e il conseguente passaggio di mano in mano. Mi chiedo ogni tanto, quando leggo libri usati (e mi capita spesso) se chi ha solcato le pagine prima di me ha avuto il mio stesso sentire. Dentro a quella domanda immagino i precedenti lettori, in un viaggio che continua.

Nell’immagine: Grace reading at Howth Bay, di Sir William Orpen (1900 circa)