Arte contemporanea

L’arte di conoscersi


Ho comprato un libretto, circa sei mesi fa. È un piccolo volume portabile, un centinaio di pagine, che alloggia comodamente in borsa e può essere consumato nei tempi vuoti dell’attesa: sui mezzi di trasporto, in coda – avevo in piano di andare in Comune per rifare la carta d’identità – oppure nel breve ristoro di una panchina, durante una camminata.
Destino sempre uno o due libretti a questo scopo e può capitare che passi molto tempo prima che facciano il loro uso. Mi piace averli con me, per ogni evenienza, ma sovente vengo distratta da altro e il volumetto se ne resta inusato nella borsa, partecipando alla mia vita e rischiando di essere maltrattato. Mi perdoneranno i puristi, ma ammetto che il libretto di turno può venire tormentato dalle mie unghie, che, involontariamente, rilasciano strisce di smalto rosso; può subire spiegazzamenti vari, provocati da altri materiali che si fanno spazio in borsa. Ogni tanto le pagine del centro si piegano in due. Quando me ne accorgo ne sono desolata e curo il libricino avvalendomi di tomi importanti, che lo sovrastano con il loro peso.
L’ultimo ospite della mia borsa, che ha resistito alle sevizie per due stagioni e mezzo, è ARTE di Yasmina Reza, un’opera del 1994 che ho letto dopo poco più trent’anni dalla sua uscita.
Leggo Reza molto volentieri, amo la sua sagacia e lo scandaglio che getta sui caratteri, le attitudini, il viluppo delle relazioni sociali. Fili manovrati con sapienza muovono i personaggi verso il progressivo svelamento della loro piccolezza, che, per alcuni più consapevoli, si trasforma in grandezza. In questo testo ciò che più ho ammirato è la lettura dalle molteplici angolazioni (o faccette) che è, dal mio punto di vista, il risultato della più stretta collaborazione fra autore e lettore. Quando avviene, almeno nel mio caso, nasce un sodalizio che dura per sempre.
Mentre leggo immagino la progressiva costruzione di un poliedro che si compone di superfici, che chiamo faccette, e che può diventare un tetraedro – quattro facce su base triangolare – o anche un esaedro come un dado. Oppure può esserci solo un piano piatto, senza spessore, ecco in quel caso non è detto che il libro non mi sia piaciuto ma ci trovo poca passione.
In ARTE le faccette sono tante e la mia passione è salita. Oltre alla disanima – alcuni hanno detto denuncia – del mondo dell’arte, delle gallerie, dei collezionisti; troviamo un meraviglioso dipinto delle relazioni, cosiddette, amicali e un affondo, con autoritratto sull’egoismo mescolato al narcisismo, sul complesso di superiorità, sull’io che teme di non sapere esistere e barcolla decisamente in quanto a essere.
Un poliedro ricco di faccette che vengono proposte al lettore con molta ironia e l’apprendimento, il guardarsi allo specchio dei personaggi, viene fatto con una risata. Ho aspettato a leggere questo libro, ma è stata un’attesa necessaria – seppure inconsapevole – poiché, e di questo ne sono convinta, esiste il momento giusto per ogni cosa. Anche con sé stessi, prima di aprirsi, si sconta un corteggiamento fatto di innocue fughe e rimpiattino tra i desideri. Ma arriva il giorno – lo auguro a tutti – in cui ci si può sedere ad ammirare una tela bianca, come ci suggerisce Reza nella prima pagina, e starsene lì, accogliendo la bellezza di ciò che si può vedere oltre lo strato facilmente appellabile come anonimo e comune.

Nell’immagine: Robert Ryman, Twin, 1965
La fotografia è stata presa dal sito Didatticarte

Prima che la notte cada*

Cuore_Stella

Ho bruciato mio padre. L’ho fatto per sua volontà. Me lo chiese due anni prima di morire, mentre chiacchieravamo del nostro solito nulla, in giardino. Si alzò in piedi, sfoderò uno dei suoi sorrisi migliori, agitò le braccia e fece mezza piroetta, come se fosse su una pista da ballo (gli piaceva ballare!), mi guardò più serio e disse:
“Brucia tutto, delle ceneri fai quello che vuoi basta che ne porti un po’ dove ci sono tutti gli altri.”
Sorrisi anche io ma solo perché la sua risata è sempre stata contagiosa. Non feci domande e seguitai a conversare di un nulla qualsiasi.
Davanti al funzionario comunale, non ebbi incertezze su come smaltire il corpo di mio padre ma esitai sulla dispersione. Conoscevo il posto in cui dovevo lasciarne un po’, era la tomba di famiglia: due parole che sulla bocca di mio padre non erano mai state appaiate. Risvegliavano una paura analoga, quella della fine, vuoi della vita o della libertà. In lui erano la stessa cosa, essere indomabile, padrone di ogni suo atto ma uomo incapace di negoziare con sé stesso.
La penna era a un centimetro dal quadratino sul modulo, ma indugiavo prima di stampare una crocetta definitiva. Non sapevo identificare un luogo dove depositare la differenza fra il tutto e un po’. Vagavo in desideri paralleli, confondendo ciò che sarebbe piaciuto a me con ciò che sarebbe piaciuto a lui. Non lo sapevo, ero estranea degli intimi pensieri di mio padre. Il funzionario si alzò in piedi e lenì la mia titubanza precisando che le ceneri non si potevano frazionare. Per un istante mi chiesi come avesse fatto la signora D., della scala A, a tenere suo marito in borsetta. Mi aveva mostrato con fierezza il sacchettino di raso blu con la rosa tatuata al centro. Aveva fatto il segno della zip sulla bocca, capivo il perché firmando per la tumulazione delle ceneri di mio padre. Uscendo da quelle stanze fitte di ultime volontà, mi domandavo come fosse nata l’idea della cremazione. Perché si decide di bruciare tutto, rinunciando a un’importante parte solida per chi resta? Ho costruito nel tempo le mie motivazioni, ma non ho mai conosciuto quelle di mio padre, non so neppure se avesse una motivazione. Il nulla prevalente che ha abitato i nostri discorsi non mi ha lasciato indizi, ma solo l’ineluttabile evidenza di intimità estranee.

Sono capitata alla personale di Sophie Ko insieme a tante domande. La cenere è protagonista nella sua opera e si tratta di un lavoro che non ha bisogno di tante spiegazioni perché si sente, si fa largo nei condotti vulnerabili di emozioni antiche. Cenere pressata, unita a pigmenti del colore del sole o del mare, frammenti di farfalla protagonisti di frammenti di stelle. Polvere che prende forma diventando bellezza e memoria, testimone di ciò che era e di ciò che sarà. C’è vita nella cenere. C’è il risultato di chi era forma e la speranza di chi forma ancora lo deve diventare. Nella circolarità del nostro moto perpetuo, uomini in cammino verso un dove migliore di qui, la cenere è promemoria dell’evoluzione. La costante mutazione è presente nelle opere di Sophie Ko poiché la forza di gravità, provocando impercettibili smottamenti della materia, muta incessantemente la composizione del quadro, segnando in superficie lo scorrere del tempo.
Ho chiuso gli occhi e sono entrata nel Cuore di una stella, in un altrove distante anni luce ma così accogliente da rilasciare benessere e la certezza, razionalmente inspiegabile, di un legame vivo con chi oggi non c’è più.

All’uscita dalla mostra non ho trovato le risposte alle mie domande ma ho rintracciato una possibilità. L’arte mi fa questo, mi regala un punto di vista nuovo che spesso era già germoglio ma dormiva, inconsapevole e incapace di manifestarsi dentro a parole in grado di restituire un significato. Ho ringraziato Sophie Ko non solo per la bellezza che è capace di creare, ma per avermi dato una possibilità.

*Prima che la notte cada, mostra personale di Sophie Ko presso la galleria Renata Fabbri in via A. Stoppani 15/c Milano. L’esposizione durerà fino al 18 novembre 2023.

Nella foto, che è stata presa dal sito della galleria:
Il cuore di una stella, 2023
Pure pigment, fragments of butterfly wings, ash of burnt images, 180×154 cm. Ph. Mattia Mognetti