Pasta fresca

I soggetti di agosto

Sono rimasta a Milano per una manciata di giorni in più del solito. Ad agosto si parte ma quest’anno ho indugiato e, alla vigilia di Ferragosto, mi trovo ancora in città. Cammino per le strade alla ricerca delle ultime cose per la partenza; ci sono quegli ultimi acquisti, che sembrano una questione di vita o di morte, e che mi portano a correre da una parte all’altra alla ricerca del negoziante eroe ancora aperto. Incrocio le informazioni su Internet e faccio un doppio controllo telefonando, riappendo e mi chiedo se sia davvero fondamentale l’acquisto di quella specifica crema idratante, non potrei prenderne una diversa, si tratta solo di resistere per due settimane, che cosa sarà? Però ho telefonato, ho detto che sarei passata. Decido di andare. Il caldo è meno forte della scorsa settimana, passeggio ma c’è poca gente in giro, vedo persone fuori dall’ordinario. Un signore distinto, con la camicia azzurra abbottonata fino al colletto, passeggia con in mano un bastone di ferro che alla base ha un disco piatto, sembra quell’attrezzo che si utilizza per intercettare il metallo nella sabbia. Cammina sul marciapiede e cerca. Una signora è seduta sulla sedia di legno fuori dal suo negozio, mentre passo mi chiede se voglio della pasta fresca. Mi fermo incuriosita e lei mi spiega che sta chiudendo e ha dei buonissimi ravioli di magro che vanno mangiati in fretta, mi propone uno sconto e io accetto perché mi risolve la cena.
Continuo sulla mia strada e vedo una signora elegante, ha gli occhiali scuri e porta un passeggino, la supero e vedo che sopra ci sono i sacchetti del supermercato, li ha legati per bene per evitare che scivolino.
Finisco i miei giri e mentre torno a casa mi chiama la mia amica M., le faccio un quadro della mia esperienza e lei conferma che ad agosto i soggetti particolari si vedono con facilità.
“C’è meno folla in cui mischiarsi.” Mi dice M.
Credo che abbia ragione ma dalla signora della pasta fresca tornerò anche a settembre, i ravioli erano buoni.

Conversazioni: L’emozione secondo Enrico Croatti

Enrico_CroattiMi trovavo seduta in sala a Identità Golose, aspettavo l’intervento successivo e mi guardavo intorno.  Era subito dopo pranzo e le persone avevano un’aria assonnata forse a causa della stanchezza indotta dal pasto appena consumato, soprattutto quando ci si trova nel regno del tributo al cibo. Buio in sala. Luce. Arrivo del giovane Enrico Croatti, chef del Dolomieu di Madonna di Campiglio. Ho colto subito la sua energia, la sua passione e la voglia di condividerla con il pubblico. Ha presentato il suo intervento a cui aveva dato un nome sfidante “A mani nude verso l’infinito”. La presentatrice gli ha chiesto il perché di questo titolo e lui ha spiegato che le mani nude servono per sentire gli ingredienti, per entrare in contatto con la materia prima e coglierne il senso; l’infinito per lui è rappresentato dalla rottura di ogni schema, da quella follia necessaria per superare i limiti. Durante l’esibizione Croatti ha mostrato il significato della sua follia lavorando sulla pasta. Ha preso dei paccheri, li ha cotti, trattandoli come una semplice pasta secca, li ha tagliati a metà e li ha tirati come se fossero una pasta fresca, proprio come facevano le nonne con la sfoglia fatta a mano. Da qui ha formato dei piccoli cannelloni ripieni. Gli serviva della farina e così ha deciso di frammentare la pasta secca a crudo, rendendola polvere, per poi tostarla in forno e trasformarla in farina per tirare i suoi cannelloni.

Più tardi, passeggiavo nel corridoio durante una pausa caffè e ripensavo al significato di  follia, a quello che avevo visto in sala e a come sia possibile superare gli schemi mentali che inevitabilmente abbiamo. Lì ho incontrato Enrico Croatti e ho voluto approfondire il tema, così è nata questa conversazione.