Rileggendo le “Lezioni Americane” di Italo Calvino ho messo l’attenzione su un punto che non avevo osservato in occasione di una prima lettura. L’autore, che scrive nel 1985, trovandosi a fare un bilancio, identifica il millennio che stava per chiudersi come caratterizzato dall’avvento dell’oggetto-libro nella forma che ad oggi ci è famigliare. In effetti, la nascita di questo prezioso compagno è datata più o meno nel Millecinquecento. Non mi addentro nei dettagli della storia, ma rilevo che, prima di allora, il libro non era un oggetto portabile e non era data alle persone la possibilità di leggere nella modalità che oggi conosciamo. In casa, sulla poltrona, in giardino, in spiaggia, sui mezzi di trasporto, nelle sale d’attesa, ovunque e a ogni orario, un lettore può tenere fra le mani l’oggetto-libro e dedicarsi al proprio viaggio. Personalmente dedico molto tempo alla lettura e, se ci penso, mi rendo conto che spesso, quando non leggo, parlo di libri: di quelli che ho letto e di quelli che vorrei leggere (o rileggere).
Tornando a Calvino, egli descrive “le possibilità cognitive e immaginative” accessibili tramite l’oggetto-libro e, riflettendo su questa enorme opportunità, guardo ai libri con rispetto, ammirazione, ogni tanto devozione (lo confesso) poiché ogni testo è un tesoro. Ma, a ben vedere, il tesoro più grande è la personale consapevolezza del valore estraibile dall’esperienza di lettura. Quando qualcuno mi dice che non ama leggere, rispondo che non può essere vero e lo dico con ragione, perché ho passato la stessa esperienza. Il mancato piacere deriva da una scelta non compatibile, da un incontro che non è ancora avvenuto. È come con il cibo, non piacciono a tutti le stesse cose e sarebbe falso dire che non si apprezza la buona tavola solo perché si è assaggiato ciò che non incontra il nostro gusto.
Scegliere che cosa leggere è parte del viaggio, dipende da chi siamo e da chi vogliamo diventare. La lettura ci deve somigliare e per sceglierla dobbiamo conoscerci. Se leggendo si pensa ad altro, fenomeno molto consueto in chi dice che non ama leggere, si deve abbandonare quella lettura poiché significa che non è adatta o non è ancora il momento per affrontarla. Leggere non è uno sforzo ma un piacere e, se di sforzo vogliamo parlare, l’unico correlato alla lettura è quello necessario per assaggiare e cercare la giusta pietanza in grado di scatenare il piacere.
La lettura, attivando le possibilità cognitive e immaginative di cui parla Calvino, porta gioia per la scoperta e spesso consolazione per ritrovarsi insieme ad altri in un universo cosparso di idem sentire, che ci rende parte di un tutto sconfinato.
Per queste ragioni sono attenta alle innumerevoli iniziative che nascono per dare a tutti la possibilità di avvicinarsi alla lettura. Poco tempo fa ho letto di netturbini che hanno deciso di raccogliere i libri trovati nell’immondizia per dargli una nuova vita. Il fenomeno si è diffuso in Turchia in Colombia e anche in Italia (a Messina), e il personale si è attivato per trovare un luogo in cui raccogliere i libri recuperati, una specie di biblioteca dei libri a fine vita, per dare alle persone l’opportunità di prenderli.
La vita del libro è in genere molto lunga, se superano il macero durano anche secoli. È questa un’altra caratteristica interessante dell’oggetto-libro: la longevità e il conseguente passaggio di mano in mano. Mi chiedo ogni tanto, quando leggo libri usati (e mi capita spesso) se chi ha solcato le pagine prima di me ha avuto il mio stesso sentire. Dentro a quella domanda immagino i precedenti lettori, in un viaggio che continua.
Nell’immagine: Grace reading at Howth Bay, di Sir William Orpen (1900 circa)
È questa la parola che ho scelto per il nuovo anno; la porto con me, la tengo stretta, la incido nell’angolo recondito che accoglie i miei pensieri, come un promemoria perpetuo.