Pensierino

Vecchi posti nuove consapevolezze

Qualcuno pensa che sia noioso tornare nello stesso posto per trascorrere le vacanze, per certi versi lo penso anche io. Mi piace esplorare luoghi che non conosco. Mi preparo prima di raggiungerli e accarezzo l’idea di scovare qualcosa di nuovo, di trovare stimoli che mi possano arricchire. Ultimamente però ho dovuto rivedere la mia posizione; ci sono alcuni luoghi che scatenano un’attrazione e che, magari una volta l’anno, mi spingono a tornare. Sono i posti in cui è successo qualcosa, le località che mi hanno accolta in momenti significativi, quando ci sono stati dei cambiamenti più o meno facili da gestire. Penso alla strada su cui avevo camminato, alla panchina su cui mi ero fermata a leggere o a pensare, al ristorante in cui avevo cenato ammirando la vista di una vallata. Il luogo è rimasto lo stesso, lo conosco quasi a memoria, posso dire con certezza l’orario in cui il panettiere sforna il pane al mattino o quando arriva l’ultima fornitura di viveri dalla città, prima della pausa del fine settimana.
In quel piccolo borgo di un paese poco noto della Francia meridionale mi piace tornare, anche solo per un paio di giorni, giusto il tempo per verificare che tutto sia in ordine, come lo ricordavo. Ritorno su quella panchina e ne approfitto per ascoltare il mio cambiamento, per verificare la mia nuova strada. Il luogo è lo stesso ma mi siedo al crepuscolo e vedo un tramonto diverso e la sera il cielo ha delle stelle più luminose.

Nell’immagine: Sogni, di Matteo Vittorio Corcos

I cinesi non si affacciano mai*

“Sarà grave?” Mi chiede la signora seduta accanto a me mentre la ragazza le impacchetta le unghie una a una con la carta stagnola.
“Non credo.” Le rispondo sorridendo.
Le spiego che non ho dimestichezza con quella tecnica e, per tranquillizzarla, provo a intercedere con la signorina che si sta occupando delle mie unghie. Domando informazioni sulle modalità con cui si elimina lo smalto semi-permanente ma non ricevo risposta.
La ragazza che si occupa di me ha un volto delicato. La sua pelle sembra di porcellana, ha gli occhi scuri e le sopracciglia disegnate alla perfezione. Dialoga in cinese con la collega che si occupa della signora.
“Tutto bene.” Le dice per farla stare tranquilla.
Il volto della signora si rilassa, mi sorride. Mi accomodo nel salottino dedicato alla fase di asciugatura e metto le mani sotto a un ventilatore fantastico. Lo guardo e ne apprezzo la genialità; si tratta di un funghetto che ha la base piatta, come un vassoio, su cui appoggiare le mani che vengono riscaldate da un vento tenue. Venti minuti e il gioco è fatto. Mi chiedo perché nessuno ci abbia pensato prima, non ho mai visto niente del genere nei negozi italiani, è questo il vero problema di farsi fare le unghie: la fase di asciugatura che, se non viene gestita bene, rischia di rovinare tutto il lavoro.
Mi raggiunge la signora, si siede sul divano di fronte a me, mette le mani sotto al funghetto e guardandomi commenta:
“Geniale!”.
Condividiamo lo stesso pensiero: questo è un esempio di problem solving. Cominciamo a chiacchierare e facciamo qualche considerazione sui negozi dedicati alle unghie. Sono luoghi gestiti prevalentemente da cinesi, lavorano in continuazione, fino alla sera tardi, sono aperti la domenica o in altri giorni di festa e non serve l’appuntamento. Rileviamo che, fino a qualche anno fa, non esisteva il bisogno. Non c’era tutta questa attenzione per le unghie, elenchiamo le diverse tipologie di trattamento e riscontriamo che oggi è diventata una moda.
Ci confrontiamo sui diversi negozi della zona, capisco che lei è una veterana, ne ha provati tanti e mi consiglia quello in cui siamo, dice con fermezza che è il migliore.
Ho lasciato il mio numero alla signora della carta stagnola, abbiamo trovato qualche sinergia tra le nostre professioni e, visto che abitiamo nella stessa zona, ci incontreremo per un caffè.
Tornando a casa ho ripensato alla canzone di Sergio Caputo, cantava che i cinesi non si affacciano mai, era il 1986 e descriveva una comunità introversa, chiusa nella propria area. Dopo trent’anni, i cinesi sono usciti dalla zona di Paolo Sarpi ma resta la loro attitudine alla riservatezza. Le ragazze cinesi sono discrete, non invadono lo spazio che le signore di Milano decidono di prendersi entrando nel loro negozio. Lasciano che le clienti dialoghino fra di loro, creano le condizioni e le italiane, indisturbate, socializzano in modo più reale di quanto accada sui social network.

* Sergio Caputo – I cinesi non si affacciano mai, raccolta nell’album Effetti Personali (1986)