Quanto mi piacciono le cucine spaziose con l’isola al centro, gli sgabelli e le mensole in bella vista a mostrare le tracce del vissuto familiare. Nella cucina di una casa si depositano i pensieri delle donne. Sono le chiacchiere che restano confinate nella mente di chi le elabora e che si sposano alle voci delle amiche, accolte in uno spazio intimo, come quello in cui si prepara il desco. Il potere del nutrimento vive nella cucina, prende forma dalle mani di chi accudisce, crea energia buona che serve per tenere in vita. Sarà per questo che mi sento bene quando un ospite mi accoglie nella sua cucina, nel luogo in cui ogni discorso è concesso, dove le pene e i sogni si confondono tra i vapori dei fornelli.
Sappiamo preparare da mangiare e, indipendentemente dal talento che ogni donna sa esprimere, sappiamo alimentare. È un potere conferito alla donna la quale, con gradi diversi di consapevolezza, lo esercita in ogni momento della sua vita, anche fuori dalla cucina.
La donna apparecchia e nutre, lo fa in ogni ambito: in casa, con i parenti che accudisce fuori casa, con i figli (piccoli, grandi, adulti, vecchi), nelle associazioni di volontariato. Lo fa soprattutto al lavoro, dove tanti uomini si affrettano a sedersi alla tavola imbandita per godere del buon cibo preparato. La donna lo fa stando in silenzio, immaginando che sia parte del suo compito e non chiede niente in cambio perché, in fondo, è così che funziona.
È stata la mia amica G. a condurmi verso questo pensiero. Una sera di qualche tempo fa, mentre sorseggiavamo una tisana nella sua cucina, mi ha parlato della tavola apparecchiata e io mi sono sentita in difetto perché non avevo mai dato lo spazio sufficiente a questa riflessione. Mi destreggio nel mondo pensando che, in fondo, abbiamo fatto tanta strada ma in realtà, se mi impegno a osservare, il traguardo è ancora lontano. Era il 1929 quando Virginia Woolf scriveva “Una stanza tutta per sé”, ho ripreso un pezzo che era rimasto inciso in qualche piega di un pensiero assopito, è una considerazione che ha a che fare con l’essere se stessi e con il mettere tutta la dignità e la volontà nel riconoscersi. [Cit.] Riconosce di essere “soltanto una donna”; oppure protesta di essere “uguale all’uomo”. In questo punto Woolf sta dicendo che le scrittrici dell’epoca non lasciano emergere chi sono veramente, quasi ne avessero paura, quasi pensassero di condurre una battaglia persa in partenza. Meglio decidere di buttarsi da una parte o dall’altra: o fare la donna, alla maniera in cui la considera un uomo, o pretendere di essere uomo. La verità è però un’altra e allora Woolf si chiede perché la donna non decida semplicemente di fare se stessa. Me lo chiedo anche io, dopo quasi cent’anni, e me lo domando in nome di quella grande energia del bene che la donna possiede, in nome della capacità di alimentare che è propria del genere femminile e che può dare origine a grandi cose.
Serve coraggio, almeno a me che fatico a chiedere ciò che è dovuto poiché, se mi spetta, immagino che qualcuno me lo debba dare spontaneamente, solo perché è giusto. Serve tenere la testa alta e indossare gli abiti di una femminilità benevola e creatrice, serve guardarsi e avere fiducia in ciò che si vede, nella propria essenza luminosa che esiste, che è parte di noi donne che ci riconosciamo.
Riconoscermi e riconoscerci. Insieme abbiamo il potere di alimentare la società e possiamo provocare la virata che cambia la rotta. Siamo differenti e possiamo fare la differenza.
Nell’immagine: The lady of the house, William Henry Margetson
Geremia sta per compiere un anno. È nato per gioco, in un giorno in cui, dopo avere visto gli ottimi risultati ottenuti dalla mia amica S., decisi di verificare se anche con me potesse funzionare. Seguii i consigli trovati in rete e aspettai. Ci mise qualche settimana a fare uscire dalla testolina il piccolo germoglio, fu allora che mostrai il risultato alla signora che mi aiuta in casa la quale, con la gioia materna che la contraddistingue, mi disse: “Devi dargli un nome perché così, quando io vengo e tu non ci sei, gli posso parlare. Se non ha un nome come posso rivolgermi a lui?”