Storie

Lavorare per la bellezza

Le newsletter che ricevo ogni giorno sono più di cinquanta, spesso mi sono oscure le ragioni che le indirizzano alla mia posta elettronica, e, confesso, che a volte è più semplice portarle nel cestino che tentare di cancellare l’iscrizione.
Nell’epoca della sovraesposizione, dell’insistenza cronica e dell’instradamento verso l’acquisto di questo o di quello, si rischia di rifiutare, sfiniti, l’approfondimento. Ed è un peccato perché la perdita di attenzione provoca la rinuncia alla scoperta. Lo dico a me stessa, mentre inforco la bicicletta per tornare a casa, dopo avere chiacchierato piacevolmente con Maria Grazia Longoni Palmigiano, partner presso LCA Studio Legale.

Questa volta sono stata attenta e la mia scoperta è iniziata da una newsletter che m’invitava all’inaugurazione di una mostra in un luogo inconsueto: lo studio legale LCA che si trova in via della Moscova. Ho voluto approfondire e ho trovato tanta Bellezza, racchiusa in un lavoro che fa del bene e che è bene raccontare, poiché non è così consueto dare attenzione al Bello.

La mostra inaugurata a novembre è una personale di Giulia Marchi ed è parte del più ampio progetto Law is Art! attivo dal 2013 e nato con l’intento di affiancare all’ambito professionale giuridico la diffusione della cultura artistica, con un centro nell’arte contemporanea.
Facendo leva sulle competenze in ambito legale, su specifiche tematiche come: la proprietà intellettuale, la tassazione, la contrattualistica, l’archiviazione, il passaggio generazionale e una diffusa serie di necessità, a me pressoché sconosciute, che accompagnano sia l’autore che il collezionista, Maria Grazia Longoni Palmigiano ha creato un dipartimento che inquadra e amministra gli aspetti legali correlati alle opere d’arte. Sono questi i contorni professionali che mi posso aspettare da un gruppo di avvocati competenti in materia. Ma la passione per l’arte va ben oltre e ha la forza per stimolare la diffusione, la divulgazione, la condivisione della Bellezza con un pubblico ampio che, grazie alle proposte ricevute, viene incuriosito e, facendo attenzione, ha così l’opportunità di riflettere, di farsi domande, di apprezzare qualcosa di ancora sconosciuto.
Le iniziative con cui Law is Art! divulga e promuove l’arte sono molteplici e ne cito qualcuna, consapevole di non essere esaustiva, poiché la fucina alimentata da Maria Grazia è in costante fermento. Vengono organizzate due mostre all’anno, una nei locali di Palazzo Borromeo, in occasione del MIART e l’altra nelle stanze dello studio legale. Gli autori scelti per l’allestimento degli uffici studiano gli spazi e spesso producono opere specifiche per il contesto. Quadri, sculture o installazioni allietano per un anno intero le sale riunioni e possono essere apprezzate anche dal vasto pubblico, che ne può fruire come accade quando si visita un museo o una galleria. Nasce così un’importante vetrina per gli artisti e un’ottima opportunità per coloro che si vogliono avvicinare al mondo dell’arte, da semplici scopritori, e curiosi del bello, o da collezionisti.
Law is Art! ha inoltre dedicato un piano dello studio, denominato Art Floor, ad aziende, anche start up, che forniscono servizi utili al mondo dell’arte e trovano qui un luogo in cui esprimere al meglio le loro potenzialità. In occasione del MIART lo studio promuove il premio LCA per Emergent, destinato ai galleristi emergenti, che ha lo scopo di supportare la vetrina delle proposte più interessanti. Insieme a questi progetti, ci sono anche attività dedicate ai musei, nate con lo scopo di sostenere specifiche iniziative o, semplicemente, di incentivare la fruizione da parte di un pubblico giovane, spesso desideroso di una guida e un orientamento.

Aggiungo in coda il progetto che, personalmente, ho ammirato di più poiché rinforza il senso di Bellezza che può esistere nel lavoro.

Nel 2023 Yuri Ancarani ha girato il film “Il popolo delle donne”, una lectio magistralis di Marina Valcarenghi sul tema della violenza che continua ad affliggere le donne. L’opera fu esposta al PAC di Milano e, dopo averla visionata, Maria Grazia comprese che era necessario trovare un luogo istituzionale in cui la diffusione dell’opera facesse da cassa di risonanza. Si mise al lavoro per trovare una soluzione e, dopo un anno di ricerche, consultazioni, reperimento di permessi, ebbe la concessione dell’aula magna del tribunale di Milano. La proiezione ebbe luogo il 25 novembre 2024 e, nei giorni seguenti, venne trasmessa, per un’intera settimana, anche in una sala dell’associazione nazionale magistrati.

Sulla mia bicicletta, pedalata dopo pedalata, metto in fila gli episodi che mi ha raccontato Maria Grazia e sono contenta di avere avuto la voglia di approfondire. Siamo persone che lavorano, che svolgono quotidianamente un’infinità di azioni, spesso enormemente sterili e con un fine operativo che si risolve nel fare quadrare i conti che, per carità, è importante ma possiamo vedere oltre. Alzando la testa, per individuare un traguardo più lontano, possiamo usare il nostro lavoro per creare Bellezza che qui identifico non solo con ciò che è Bello da osservare ai fini estetici, ma con ciò che è Bello da apprezzare, da ammirare, da tenere stretto come esempio.
Come ci si arriva? Non ho una ricetta ma, speculando tra il pensiero dei più grandi, mi tornano alla mente le parole di Wisława Szymborska che nel discorso del 1996, in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura, parlò di ispirazione. [Cit.] L’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. […] Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so”.

Vedo l’incessante “non so” come la spinta a guardare oltre il traguardo più basico e operativo, con la volontà di lavorare per qualcosa di Bello e di Buono. Ringrazio Maria Grazia Longoni Palmigiano per avermi raccontato tutto ciò a cui ha lavorato con grande passione e fantasia, sicuramente ispirata.

Nell’immagine: Umberto Boccioni, Dinamismo di un ciclista (1913)

Racconto di Natale

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Maurizio è al volante, percorre la passatoia che attraversa i campi di una pianura che conosce appena. Pochi alberi spogli, conficcati nel terreno, muovono il panorama del buio mattino che, impaziente, attende che l’alba riscaldi la galaverna dei cespugli a bordo strada.
Con la destra si picchietta le gote e sente i peli ispidi, cresciuti nella notte. Quattro ore gli basteranno per arrivare a casa. Le aveva immaginate piccole quando aveva accettato il turno, ma dentro a quel niente che lo circonda gli sembrano grandi, cresciute in fretta come i suoi figli. Afferra la tazzona di metallo che gli hanno regalato i colleghi. Non funziona. Quello stupido beccuccio non fa uscire niente. Maurizio insiste, porta la tazza più in alto e scrolla, con la bocca aperta e la lingua in fuori del cucciolo che non beve da giorni.
Ricaccia gli occhi sulla strada e pigia con forza sul freno. L’auto si arresta a meno di un metro da una Vespa che ha le ruote per aria, quella posteriore volteggia nel vuoto come la giostra del luna park. Maurizio attacca le quattro frecce, accosta sul ciglio che difende il fossato, e scende. Dentro al cielo cupo l’alba sta tardando e la parsimonia di lampioni delle strade di provincia restituisce una visione malata. Maurizio afferra il telefono per fare luce ma lo schermo resta nero, come l’aria che ha intorno. Soffoca un’imprecazione. Ha scordato di inserire il cavo della ricarica. Torna indietro e accende i fari che illuminano il campo di battaglia, dove gambe attorcigliate e braccia stese simulano una resa che confonde vincitori e vinti. Maurizio si avvicina. Il ragazzo si muove, i fari lo svegliano come la luce del mattino. Il casco è ancora allacciato, tenta di alzarsi in piedi ma cade. Maurizio lo afferra e lo trascina a bordo strada. La ragazza non si muove, Maurizio prende anche lei e con cautela la trasporta nella zona protetta, vicino al ciglio, davanti alla sua auto. L’ultimo corpo da spostare è quello di babbo Natale. La barba è volata in mezzo alla strada insieme al cappello. Il sacco dei doni invece è ben saldo fra le mani dell’uomo che apre gli occhi e grida, lamentandosi della gamba. La ragazza rinviene e inizia a piangere. Maurizio si guarda intorno, sono tutti vivi. Trascina la Vespa per liberare il passaggio e si avventa sugli zaini per cercare un telefono.
“Datemi il telefono. Serve un’ambulanza.” Dice Maurizio prima di comprendere che le persone in fuga non ce l’hanno un telefono. Ma babbo Natale ha smesso di scappare perché ha la gamba rotta e il ragazzo non si muove senza la ragazza, che prova ad alzarsi in piedi ma crolla di nuovo al suolo. Maurizio si guarda intorno e con gli occhi abituati al buio intravede un casolare tra i campi desolati. Mette al sicuro i corpi e lascia il telecomando dell’auto al ragazzo, chiedendogli di schiacciare per tre volte se avrà bisogno di aiuto. Lui solca il terreno con lunghi passi, ogni tanto si guarda indietro e, quando ha superato la metà del tragitto, accelera. La casa è buia. Non esistono luci a illuminare il cortile né cancelli a proteggere i confini. Maurizio si avvicina al vetro, mette le mani a conchetta intorno alle tempie e spia dalla finestra. Una flebile luce illumina il soggiorno, è un fuoco giovane e lento che fa compagnia a delle gambe che accolgono un libro. Bussa. Bussa con maggiore convinzione. Si sposta verso l’uscio e picchia con il pugno, fino sentire male alla mano.
Il vetro della finestra si apre e una debole voce chiede chi è. Maurizio si avvicina al volto stanco di una donna con i capelli scuri.
“Signora c’è stato un incidente, bisogna chiamare un’ambulanza. Mi faccia usare il telefono.”
“Non c’è telefono qui. Non c’è niente qui. Andate a bussare altrove.”
“Signora ci sono dei feriti, ci lasci entrare. Basterà il caldo del camino.”
il caldo del camino la mattina di Natale. I sorrisi fatti per niente, il tepore dei corpi vicini. Le luci scintillanti come le stelle. Le luci di una speranza giovane, covata con fiducia. E subito dopo il buio di una casa rimasta deserta.
“Non c’è niente qui. Non c’è nessuno qui.” Ripete la donna.
Maurizio sente il click del telecomando, si gira e vede le luci lampeggiare.
Corre veloce verso i tre corpi. La ragazza è svenuta, il ragazzo piange e babbo Natale si lamenta per il dolore. Decide di rischiare. Li carica in macchina e prende il sentiero sterrato che porta alla casa desolata.
Maurizio bussa di nuovo. “Signora ci aiuti, la prego.”
La ragazza scende dall’auto e gattona fino alla finestra, con le unghie gratta il vetro.
“Ci aiuti per favore. Voglio solo tornare a casa.”
“Entrate.”
La donna stanca apre la porta che era chiusa da molto tempo e accoglie gli ospiti, facendoli accomodare sui comodi sofà, ai piedi del fuoco del camino.
Maurizio prende la borsa del pronto soccorso depositata nel bagagliaio e inizia a medicare la gamba di babbo Natale. Palpa per assicurarsi che la frattura sia isolata e stringe forte la fasciatura. Disinfetta i graffi del ragazzo e medica la fronte della ragazza. La donna osserva. Si siede accanto alla ragazza e le chiede il suo nome, poi scappa in cucina a prendere dell’acqua da fare riscaldare sul fuoco. Possibile che ci sia tutto dentro a un nome? La signora guarda le fiamme del camino e prepara acqua calda accompagnata da niente. Babbo Natale si è appisolato, la ragazza piange mentre il ragazzo le tiene la mano.
Voglio solo tornare a casa. Lo ripete sottovoce. Maurizio solca il pavimento per farsi venire un’idea. La lista delle persone da avvisare diventa sempre più lunga: l’ambulanza, i suoi figli che lo aspettano per il pranzo, i genitori dei ragazzi, che tra poco troveranno un letto vuoto, e quelli che attendono babbo Natale.
Maurizio si ferma e batte le mani per accogliere l’idea geniale. Avrebbe acceso l’auto per attaccare il caricatore del telefono e in pochi minuti avrebbe ottenuto qualche tacca per una chiamata. Esce di scatto, si avventa sull’auto e inserisce la chiave. Niente da fare, finita anche lei. La spia rossa della batteria celebra l’inutile ammasso meccanico. Maurizio rientra in casa, i quattro ospiti sono intorno al fuoco a sorseggiare l’acqua calda accompagnata da niente. Lo spazio vuoto davanti al camino si è riempito e la signora sorride.
“Verrà qualcuno. Abbia fede. Verrà qualcuno.”
La signora lo dice mentre invita Maurizio a sedersi vicino al fuoco.
Prende anche lui un po’ di acqua calda accompagnata da niente e inizia a sorseggiare, lentamente.

Nell’immagine: Camino di Casimiro Sainz y Saiz, 1898