Il nome di questo luogo racchiude un paio di promesse. La prima: Mamai in gaelico significa madre e questo termine, come viene citato sul sito del ristorante, fa riferimento al passaggio di testimone avvenuto tra le proprietarie di Alice, di cui Mamai ha ereditato la location, e i due giovani che hanno deciso di coronare il loro sogno. La seconda promessa sta nella passione e si correla alla parola AMA che è inserita nel nome. Grande amore per la cucina di qualità e voglia di sperimentare, questo è ciò che mi sono portata a casa dall’esperienza al Mamai. Il locale è molto intimo ed è possibile riservare un tavolo in un angolo appartato in cui chiacchierare come se si fosse a casa propria; il personale è attento e difficilmente si dimenticherà di voi, anche se vi trovate in quel tavolino giù in fondo, alla fine delle scale e sotto all’arco con pietra a vista. Il cibo è ottimo e regala un’esperienza del gusto che ha a che fare con l’unicità. Tra tutto quello che ho assaggiato mi limito a citare gli gnocchi di pane ripieni di grana caldo e spruzzati dal tartufo; sul resto lascio a voi la scelta ma consiglio di muovervi tra innovazione e tradizione per assaporare qualcosa di molto speciale.
Autore: Ratatuia Metropolitana
Sono io quella che corre
Metti una sera fra amiche, sedute a un tavolo tondo in un bel locale, accompagnate da un paio di giri di Margarita. I. ha uno strano sorriso, di quelli che riconosci da lontano e ti fanno capire che è innamorata. V. la guarda e commenta, si rivolge a noi altre raccontando di questo uomo coraggioso, una sorta di essere mitologico, che, per amore di I., ha deciso di ribaltare la sua vita: ha lasciato la moglie, ha cambiato città e pure il lavoro. I. sorride, è felice e ci racconta del momento in cui gliel’ha comunicato. Lei era alla stazione, stava partendo per le vacanze invernali, tornava dai suoi in Puglia. Lui è arrivato trafelato, il treno stava per partire e lei l’ha visto dal finestrino mentre correva su e giù per i binari. I. ha aperto il finestrino (meno male che esistono ancora treni con i finestrini che si aprono!) e lui le ha detto che aveva deciso, che voleva lei. Il treno è partito e lui ha continuato a correre, ha corso fino a quando I. lo poteva vedere.
Alla fine di questo racconto V. ci dice che non le capiterebbe mai una scena così perché sostiene di essere lei quella che corre alla stazione. E lì, complice l’ennesimo giro di Margarita, confessa la sua attitudine alla conquista, forse per la leadership che ha sul lavoro, o forse per qualcosa che le è rimasto dentro dal passato, lei è quella che fa il pilota in un rapporto di coppia. Non ne è felice, ce lo dice per la prima volta, non le piace più quel ruolo ma non riesce a cambiare perché incontra solo uomini che vogliono farsi pilotare. Guardo V. e le chiedo se sia sicura di volere cambiare, voglio che sia lei a dirmi che si è stancata di correre alla stazione. V. mi guarda e sorride, non risponde e beve l’ultimo sorso di Margarita mentre brindiamo. Tornando a casa ho pensato che per incontrare persone diverse da quelle che ci sono sempre capitate bisogna iniziare a cambiare sé stessi. È come quando si percorre la stessa strada per molto tempo, è difficile che si vedano cose nuove su quel tragitto ormai noto, perché accada è necessario provare a cambiare percorso.