In alcune circostanze, mentre si dialoga con qualcuno, si tende a tacere alcune informazioni dandole per scontate. In genere lo si fa perché si pensa che l’altro si possa offendere di fronte a parole o temi che si sono già affrontati o che fanno parte di un’esperienza molto comune. Mi è capitato un esempio qualche settimana fa. Un amico, che aveva un appuntamento in Duomo, mi ha chiesto quale fosse il mezzo più rapido per arrivare in centro, gli ho indicato la metropolitana come la migliore soluzione. Facile. Non ho però specificato che a una certa ora la metropolitana chiude e che bisogna informarsi sull’orario dell’ultimo treno di sera, oppure si decide di trovare una soluzione alternativa per il ritorno: taxi, bus, bicicletta… L’indomani l’amico mi ha chiamata lamentandosi della sua disavventura. È arrivato alla metropolitana e l’ha trovata chiusa, non aveva i soldi per un taxi, non trovava un autobus che andasse nella sua direzione. Un disastro, più di un’ora persa per trovare una soluzione. Avevo dato per scontato l’informazione sull’orario perché lui prende i mezzi pubblici di frequente, in realtà ho scoperto che non gli era mai capitato di ritornare dopo la chiusura della metro. Ho capito che non è utile tacere le informazioni che abbiamo quando non conosciamo l’esperienza dell’altro. Ogni punto del processo va condiviso e comunicato all’altro il quale così ha l’opportunità di arricchire la propria esperienza e di godere di una sorta di vantaggio che, forse, tornerà indietro anche a noi grazie a qualcuno che ci dirà quello che conosce. In fondo è un po’ come fanno le mamme o le nonne, abituate a fare raccomandazioni. Credo che lo facciano per un motivo, anzi, a questo punto ne sono certa.
Pensare
Il benessere dell’indomani
L’intervento di Lorenzo Cogo, chef di El Qoq di Marano Vicentino, che ho ascoltato a Identità Golose mi ha fatto riflettere sul benessere che si può provare all’indomani di una cena al ristorante. Il buon cibo sollecita molti dei nostri sensi. Si parte dalla vista, allietata da una bella presentazione del piatto, si passa all’olfatto, sollecitato dai profumi e dagli aromi, si arriva al gusto che a sua volta stimola l’immaginazione e la memoria di sapori che ci ricordano momenti felici. Ma poi, una volta usciti dal ristorante, che cosa succede al nostro benessere? Se il piatto era pesante portiamo con noi il ricordo di una notte in cui abbiamo riposato male o ci siamo alzati più volte per bere. Se invece gli alimenti gustati erano stati creati con cura, se la scelta degli ingredienti era stata oculata, ci svegliamo con una piacevole sensazione: il ricordo di quei sapori deliziosi che ci hanno portato a fantasticare. Lo chef ha sottolineato che una parte importante del suo lavoro consiste nel fare in modo che il pasto servito induca un benessere nel commensale. Questo viene fatto attraverso la ricerca di un equilibrio tra gli ingredienti e i metodi di preparazione. A volte può essere utile una cottura nell’aceto rosso anziché nell’acqua per assicurare l’apporto acido necessario a supportare il processo digestivo. Alcune erbe hanno proprietà, spesso già note agli antichi, utili al nostro equilibrio enzimatico e ci consentono di non affaticare il nostro stomaco. Si tratta dello studio e di una ricerca costante per apprendere gli elementi della scienza della nutrizione. Per un ristoratore sarebbe più semplice incantare il gusto con sapori noti e famigliari. Credo però che l’attenzione sul benessere del giorno dopo paghi di più e faccia in modo che l’ospite si senta accudito e abbia la voglia di ritornare in un posto in cui è stato bene.
Nell’immagine: New York Restaurant, 1922 – Edward Hopper.